SPY FINANZA/ Dalla Bulgaria un “siluro” per l’Europa

- Mauro Bottarelli

La quarta banca della Bulgaria, Corpbank, ha collaterale valido solo per il 13% dei prestiti in essere. E questo è un problema anche per l’Europa, spiega MAURO BOTTARELLI

Trading_Monitor_EuroR439
Infophoto

Altro giro, altro regalo. Nel giorno in cui l’Europa rispediva al mittente la nostra Legge di stabilità, cosa ampiamente preventivata e preventivabile, proseguiva il valzer di indiscrezioni sulle intenzioni della Bce, un driver dei mercati che ha evitato ieri che i guadagni farsa di martedì venissero bruciati in mezza giornata di contrattazioni. A gettare un bel punto interrogativo sulla faccenda, accendendo quindi le speranze degli investitori, ci ha pensato Tijd Luc Coene, numero uno della Banca centrale belga e membro del consiglio dell’Eurotower, a detta del quale «l’acquisto di obbligazioni societarie è un’opzione a disposizione della Bce, ma l’argomento non è stato ancora discusso “seriamente” e al momento non ci sono proposte concrete in materia, anche se questo potrebbe essere un modo per evitare che la Banca centrale paghi troppo per covered bond e cartolarizzazioni». Coene ha dunque ammesso che «si potrebbero ampliare i nostri interventi ad altri strumenti, come le obbligazioni emesse dalle aziende… Non se ne discute ancora seriamente, ma è un elemento che è già stato menzionato da alcuni. In ogni caso, non c’è ancora una proposta concreta sul tavolo».

Insomma, tutto e niente, come il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi per salvare l’euro, il bluff meglio riuscito della storia dopo l’aumento dei tassi di Alan Greenspan. Da parte sua, poi, un portavoce della Bce ha indicato che «il Consiglio non ha ancora preso alcuna decisione in questo senso». Meraviglioso, la Banca centrale europea sta discutendo praticamente di tutto, ma «non seriamente e non al momento». Ma c’era bisogno di quest’altro trucchetto, perché i mercati avevano da digerire la prima delle mille indiscrezioni che da qui a domenica ci accompagneranno verso i risultati degli stress test.

Stando all’agenzia di stampa spagnola Efe, almeno 11 banche saranno bocciate agli esami condotti dalla Bce, comprese tre banche greche (Piraeus Bank, Eurobank Ergasias e Alpha Bank), tre italiane (Banco Popolare, Monte dei Paschi e Popolare Milano) e due austriache, tra cui Erste Bank. La lista includerebbe anche una banca cipriota e forse una belga (Dexia) e una portoghese (BCP Millenium) ma nessuna banca spagnola: e già qui verrebbe da ridere. Ma c’è dell’altro: mentre la Banca centrale europea dichiarava che qualsiasi conclusione sui risultati degli stress test da qui a domenica prossima è assolutamente speculativa e quindi non commenterà su singole istituzioni o su voci, era un’altra Banca centrale, quella bulgara, a inviare un siluro sui mercati, casualmente ignorato dalle grandi agenzie, troppo impegnate nel diffondere rumors.

La quarta banca del Paese, Corpbank, ha collaterale valido solo per il 13% dei prestiti in essere, ovvero l’87% dei suoi prestiti sono di fatto invalidi! Direte voi, qual è il problema a fronte della situazione generale che stiamo affrontando? La Bulgaria fa parte della cosiddetta zona Ceese ed è parte dell’Ue dal 2007, pur non avendo adottato l’euro: stando a uno studio del Fondo monetario internazionale, «un’escalation delle tensioni geopolitiche può colpire i paesi europei trasmettendosi attraverso i canali del commercio e della finanza», in particolare i link creati grazie al commercio di gas con la Russia e quelli tessuti dalle banche. Sempre per il Fmi, «i paesi più vicini alla Russia possono essere severamente colpiti da un rallentamento della crescita russa, ma anche i paesi core dell’eurozona, segnatamente la Germania e l’Olanda, hanno intrecciato relazioni commerciali molto avanzate con i russi, che adesso potrebbe risentire della crisi ucraina. E anche i centri finanziari dell’eurozona, ossia Cipro e il Lussemburgo, condividono la stessa sorte».

Fatta questione a parte per la questione energetica, apparentemente risolta e con il prezzo del petrolio ai minimi, i link finanziari, se possibile, sono ancora più stretti: Cipro, Austria e Ungheria sono i paesi più esposti verso Russia e Ucraina, con prestiti che oscillano fra il 4 e il 13% dei rispettivi Pil, mentre le banche italiane e francesi contano un’esposizione che oscilla fra l’1 e il 5% del Pil. Qualcuno vi ha mai fatto notare queste cose? No, perché si guarda soltanto all’operato della Bce, agli stress test a queste non soluzioni per problemi che invece sono terribilmente reali: quel dato del 13% di collaterale valido sui prestiti è forse il peggior schema Ponzi mai rivelato da una Banca centrale, eppure nessuno si è mai premurato di controllare realmente lo stato di salute delle banche di un’area che pur essendo Europa, nei fatti è ancora blocco ex-sovietico. Ma si sa, per l’Ue quando si parla di Russia si parla solo di sanzioni.

Ma tranquilli, forse c’è ancora margine per evitare giornate di tregenda come quelle della scorsa settimana: i dati macro Usa giocano a favore di una Fed pronta a nuovi giochini sulla tempistica del “taper” e del rialzo dei tassi. L’indice dei prezzi al consumo negli Stati Uniti, infatti, a settembre è salito dello 0,1% mese su mese, mentre a livello annuale, invece, i prezzi al consumo sono saliti dell’1,7%, al di sopra del consenso a +1,6%, e quelli core dell’1,7%, in linea con il consenso. Insomma, non ci sono pressioni inflative negli Stati Uniti e con l’inflazione che resta sotto controllo e la crescita dei salari ancora piuttosto debole, la Fed continuerà a non affrettarsi verso un aumento del costo del denaro, almeno finché la ripresa del mercato del lavoro non accelererà sul serio. In caso contrario, infatti, le attuali turbolenze dei mercati potrebbero portare ancora più cautela nell’avvio del percorso verso la normalizzazione della politica monetaria.

Insomma, il QE finirà a no? A mio avviso no, rinascerà magari sotto altra forma, magari ci sarà bisogno di un crash controllato dei mercati per poter gridare all’emergenza e tornare sui propri passi, ma guardate il grafico a fondo pagina: per oltre un anno fino a oggi le banche centrali hanno gradualmente ridotto il loro supporto ai mercati, molto è stato dovuto dal taper della Fed ma anche il bilancio della Bce si è contratto in maniera significativa.

Quindi, vista da questa prospettiva, una reazione negativa dei mercati è attesa da tempo in caso di ritiro dello stimolo, qualcosa come un ampliamento di 50 punti base dell’investment grade o poco meno di un 10% di calo trimestrale per le equities. Ma vista da un’altra prospettiva, la faccenda è più chiara: ci vogliono “solo” 200 miliardi di dollari al trimestre di iniezioni di denaro nel sistema per evitare che i mercati semplicemente collassino, con qualcosa di più forse reggono e si riesce a far scoppiare in maniera non devastante qualche bolla. Un prezzo che in molti, Fed in testa, penso pagheranno molto volentieri. Vi starete chiedendo: cosa c’entrava la Bulgaria in questo contesto di banche centrali? Abbiate un po’ di pazienza, poca e vedrete.

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori