MANOVRA/ L’Italia prepara la “rivolta” contro l’Ue?

- Stefano Cingolani

Il ministro Padoan, nella nota di aggiornamento al Def, ha smontato il diktat dell’Unione europea. Riuscirà il Governo ad andare oltre con la manovra? L’analisi di STEFANO CINGOLANI

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Matteo Renzi (Infophoto)

Pier Carlo Padoan, nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, ha smontato il diktat dell’Unione europea sulla politica fiscale italiana, ma anche un bel po’ di illusioni sulle riforme strutturali. Lo ha fatto senza aggettivi, senza commenti, senza enfasi, ricorrendo, da economista cauto e rigoroso, alla gelida realtà dei conti, ma ciò non toglie che abbia sfidato il senso comune. Consumata con coraggio la pars destruens, però, appare meno chiara la pars construens, cioè come farà il Governo a stimolare l’economia.

Bastano tre paginette (pagg. 32,33,34) e due tabelle (pag.18) per dimostrare quanto sia economicamente sbagliata la ricetta europea. Vediamo che cosa scrive la Nota.

1) “Nel 2015 per convergere all’Obiettivo di medio periodo, rappresentato dal pareggio di bilancio in termini strutturali, risulterebbe necessaria una manovra pari a 0,9 punti di Pil. Secondo le elaborazioni del Ministero dell’economia e finanze (Mef), operando tagli di spesa pubblica per tale ammontare si genererebbe una minor crescita di 0,3 punti percentuali per l’anno prossimo e di 0,1 nel 2016, rispetto allo scenario tendenziale”. In altre parole, il Pil salirebbe di appena 0,2 invece dello 0,5 previsto.

2) Peggio ancora se si volesse realizzare la manovra richiesta per rispettare anche la regola del debito: l’ammontare dei tagli di spesa sarebbe pari a 2,2 punti di Pil e l’impatto sulla crescita sarebbe negativo per 0,8 punti percentuali. Insomma, saremmo in recessione (-0,3%) per il quarto anno consecutivo. Nel medio periodo “gli effetti negativi si propagherebbero arrivando a una perdita cumulata degli investimenti per 3,9 punti e dei consumi per 0,8 punti percentuali”. Sarebbe folle comprimere ancora il potenziale di crescita dell’Italia per rispettare i tempi e i ritmi artificiali del Fiscal compact. A meno che non sia un preciso obiettivo, ma anche in questo caso si tratterebbe di un mero impulso autodistruttivo perché anche la Francia si trova nelle stesse condizioni.

3) Non solo. Le stime europee (alle quali l’Italia si è adeguata) utilizzano un parametro palesemente datato e irrealistico, cioè un moltiplicatore fiscale (l’indice che misura l’intensità con la quale il Pil reagisce a politiche restrittive o espansive) pari a 0,5. Ormai sia l’Ocse (sotto la guida di Padoan), sia il Fondo monetario internazionale hanno aggiornato il moltiplicatore portandolo tra 1 e 1,5. Ciò vuol dire che tagliando un punto dal bilancio pubblico il reddito nazionale si riduce di oltre l’1%. Ed è proprio questo ad aver aggravato l’effetto dell’austerità allungando la recessione. Tutto da rifare.

4) Ma le riforme strutturali? Non possono compensare l’impatto negativo? Ci viene in aiuto la tabella di pagina 18. Mettendo insieme le riforme già approvate e quelle in corso di approvazione, l’aumento del prodotto lordo sarebbe dello 0,4% l’anno prossimo, in concreto si tratta di un decimale di punto per il lavoro, altrettanto per la competitività, la giustizia e la pubblica amministrazione. Per avere un impatto significativo, superiore cioè all’1%, bisogna attendere il 2020 (sic!).

Il gioco non vale la candela? Certo che vale, meglio fare le riforme che non farle. Padoan è da sempre un sostenitore di quel che gli economisti chiamano il cambiamento dal lato dell’offerta, ma sa bene che avrà effetto fra quattro-cinque anni. In altri termini, le riforme sono fondamentali per far funzionare il motore al meglio, non per metterlo in moto. I governi precedenti si erano illusi e avevano illuso. Fabrizio Saccomanni aveva stimato un impatto positivo delle riforme dello 0,7% e del 2,5% nel 2020. Ottimismo della volontà rispetto al quale il realismo di Padoan è un bagno salutare.

Ma se le cose stanno così, che cosa fa il Governo per girare la chiavetta? Qui il quadro è meno incoraggiante perché in sostanza non fa quasi nulla. Aspettiamo naturalmente la Legge di stabilità, però in base a quel che è scritto nella nota di aggiornamento, le nuove misure aumentano di 0,1% il prodotto lordo (da 0,5% a 0,6%). Un’inezia, una quisquilia statistica. La Legge di stabilità accantona la spending review, si limita a fare opera di manutenzione e pulizia della spesa. Viene confermato il bonus di 80 euro con un esborso di 7 miliardi e ci saranno alcune nuove agevolazioni fiscali (di importo inferiore) da coprire in parte con altri aumenti di tasse o con la cosiddetta clausola di salvaguardia (cioè il taglio di deduzioni e detrazioni) che avrà impatto concreto sui conti del 2016 per due decimali di punto.

Da dove può arrivare, allora, la ripresa? Dai mercati esteri se l’export continua a tirare, da un cambiamento delle aspettative interne e dalla Banca centrale europea. Tre condizioni che sono altrettanti punti interrogativi. Il commercio mondiale è appeso alle prospettive geopolitiche certo non rosee per l’intera Europa (dall’Ucraina al Medio oriente). Le aspettative dipendono a loro volta dalla ripresa (dunque è un serpente che si morde la coda). Quanto alla Bce, il vero aiuto potrebbe venire dall’acquisto di titoli di stato, ma per ora non è all’ordine del giorno. Le altre misure avranno un impatto minore: per esempio, gli operatori di mercato ritengono che l’acquisto di Abs (pacchetti di prestiti che hanno come collaterali attività reali o finanziarie), sarà modesto senza la garanzia pubblica, alla quale si oppongono Germania e Francia. Le borse, che giovedì si attendevano nuovi annunci da Mario Draghi, sono rimaste deluse anche se la Bce fornirà altri mille miliardi di euro.

Ha fatto bene Padoan a mostrare che la condotta della Commissione europea è cieca e fasulla. Ma il Governo italiano non può limitarsi a galleggiare, sperando che passi la nottata. Ormai la cristalleria di Bruxelles è infranta, e certamente gli eurocrati non crederanno nemmeno all’impegno che il rapporto tra deficit pubblico e Pil resti entro il 3%, visto un indebitamento netto tendenziale già a quota 2,9%. È il momento, dunque, di scelte fiscali coraggiose.

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