SPY FINANZA/ Le manovre dei mercati che “allarmano” le banche italiane

- Mauro Bottarelli

Sembra che presto gli investimenti si sposteranno dal settore obbligazionario a quello azionario, con riguardo per le società europee, banche in particolare. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Ora è ufficiale, dobbiamo aspettarci una grossa rotazione dal mercato obbligazionario verso l’azionario. E, soprattutto, aspettiamoci una bella operazione di riscrittura delle regole sotto dettatura dei mercati: le due cose, vi sembrerà strano, ma sono decisamente connesse. Partiamo dal secondo dato e dal giudizio-guidance giunto dai vertici di BlackRock Italia per il nostro Paese, a detta dei quali «la riforma del lavoro non è la sola che serve all’Italia», la quale «per recuperare il ritardo in termini di competitività e attrarre maggiori investimenti esteri, deve premere l’acceleratore anche sulla riforma della giustizia e sul processo di revisione della spesa». Di più, «l’Italia sembra essere uno dei paesi nell’Eurozona che non ha avuto un miglioramento della competitività. La riforma del lavoro non è la sola necessaria, c’è anche quella della giustizia o la spending review: l’ambito di azione è quello, il modo in cui vi si interviene lo valuteremo poi», ha dichiarato il capo dell’investment advisory di BlackRock Italia, Bruno Rovelli, che ha preferito non entrare nel merito del nodo dell’articolo 18. Nessuna previsione, invece, sull’eventuale impatto che potrebbe avere su economia e investimenti il trasferimento del Tfr nella busta paga dei lavoratori: «Su questo non abbiamo alcuna idea particolare, vedremo quello che succederà», si è limitato a commentare.

A livello generale, nel prossimo biennio l’attività economica europea dovrebbe tornare a un segno leggermente positivo e in questo quadro anche l’Italia non dovrebbe fare eccezione, nonostante il ritardo competitivo accumulato nei confronti degli altri paesi. «Quello che è abbastanza chiaro è che questo ciclo economico è anomalo rispetto ai precedenti. Siamo sotto i cicli di espansione passati ma la nostra opinione è che l’espansione globale sia destinata ad accelerare leggermente nei prossimi 12-24 mesi», ha precisato Rovelli. Per l’esperto, oltre all’Europa anche il Giappone smetterà di dare un contributo negativo alla crescita globale, mentre dall’economia Usa non arrivano segni di disequilibrio.

E poi ecco il dato sulle Borse: in termini di valutazioni, i mercati azionari non sono più sottovalutati e regionalmente Europa e Asia sono più attraenti degli Stati Uniti. Pertanto, in questo scenario occorre privilegiare i mercati che trattano a sconto o quelli che sono rimasti più indietro in termini di ciclo di espansione degli utili, mentre per quanto riguarda l’Europa, la scommessa è basata più sul recupero degli utili che sui rendimenti. «Se, come riteniamo, il ciclo economico nell’Eurozona si riprenderà anche minimamente, ci sono più margini di crescita degli utili delle società, che sono rimasti ancora molto vicini ai minimi del 2009. Questo vale anche per l’Italia, dove le valutazioni sono più basse e quindi interessanti», ha aggiunto l’esperto di BlackRock.

E stranamente l’azionario Ue è divenuto argomento di elucubrazioni anche per Ubs, il cui strategist Nick Nelson ha redatto un report dal titolo “European Earnings: 42 months of downgrades and counting”, dal quale si evince che le azioni europee hanno visto 42 mesi di fila di revisioni al ribasso degli utili, ovvero per tre anni e mezzo gli analisti hanno declassato le previsioni sugli utili europei, per un computo che in media ha visto quasi 100 downgrades al giorno dal marzo 2011. Qual è stata la colpa? «Chiaramente la ripresa post crisi è stata significativamente più debole in Europa che negli Stati Uniti. Dopo la crisi finanziaria, l’Europa è caduta nella crisi del debito. Inoltre le pmi europee, cresciute in modo sincronizzato a metà del 2013, hanno poi dovuto affrontare il vento contrario di un euro forte sui profitti», dichiara Nelson.

Ma ora proprio il cambio con il dollaro potrebbe portare a un’inversione di tendenza. Lo studio di Nelson ricorda che i downgrade sono stati dovuti soprattutto a un calo degli utili ma non dei margini, per cui un cambio favorevole potrebbe migliorare la situazione: «Con l’euro che si è deprezzato del 10%, l’effetto cambio che finora ha penalizzato le aziende europee ora si può tradurre in un vento a favore». In termini di settori, solo 7 dei 30 europei sono attualmente in miglioramento ed è interessante notare che, poco meno di tre quarti (73%) della crescita degli utili 2014 dovrebbe provenire da un settore solo: le banche.

Come leggere questo dato: semplice, gli stress test della Bce saranno anche questa volta una farsa, peggio dell’esame di terza media e la grancassa della Bce trasformerà l’acquisto di Abs, ovvero credito incagliati cartolarizzati, nella bacchetta magica di turno. Eppure ieri le Borse europee hanno fatto decisamente male, spinte in territorio negativo dalla revisione al ribasso del Pil da parte del Fondo monetario internazionale e dal dato decisamente preoccupante che ha visto la produzione industriale in Germania nel mese di agosto accusare un crollo del 4% rispetto al mese precedente, smentendo in negativo le previsioni attese per un -1,5%, mentre su base annua la diminuzione è stata del 2,8%. Escludendo l’energia e il settore delle costruzioni, il calo su base mensile è stato ancora più forte, del -4,8%, e per il futuro le prospettive non sono affatto rosee, come ha dimostrato il dato diffuso lunedì sugli ordini all’industria, diminuiti ad agosto del 5,7% rispetto a luglio.

Perché allora puntare sull’azionario Ue? Come si potrà invertire questo trend? Basteranno gli acquisti di Abs e la seconda asta Tltro della Bce prevista per dicembre? No, il problema è diverso: i grandi soggetti puntano sull’azionario Ue per due motivi: primo, proprio perché le sottostanti economie vanno male, si tenderà a una rotazione fuori dall’obbligazionario sovrano e verso equities e, secondo, perché il mercato Usa è morto, strizzato come un limone e pressoché senza più margini.

Guardate il grafico a fondo pagina: sia il debito totale che quello netto del settore corporate statunitense è ai massimi storici. E sapete perché? Ce lo svela Bloomberg: le aziende quotate sull’indice S&P’s 500 spenderanno quest’anno in buybacks di propri titoli qualcosa come 914 miliardi di dollari, il 95% dei loro guadagni, peccato che così facendo i dividendi siano saliti del 12% a 349 miliardi di dollari! Insomma, si compra indiscriminatamente senza valutazione del prezzo, soltanto per mantenere quest’ultimo alto, far crescere i dividendi per gli azionisti e i bonus per i manager e abbassare il flottante. I dirigenti delle principali aziende quotate hanno aumentato la percentuale di denaro allocato per buybacks del 30%, il doppio del dato del 2002, mentre la quota di denaro speso per capital spending è scesa del 40%: insomma, non si investe più denaro nella propria aziende per ammodernare, ad esempio, visto che la media dell’età di impianti ed equipaggiamenti è oggi di 22 anni, il livello più alto dal 1956, stando a dati ufficiali del Commerce Department.

 

Ecco il miracolo del Qe della Fed, avidità allo stato puro. E ora, dopo aver preso quanto possibile, si guarda al mercato azionario europeo, più a buon mercato di quello Usa e in grado di offrire buone occasioni di speculazione sul breve, alla faccia dell’economia reale e della cosiddetta ripresa. Gli Usa non hanno imparato niente dal 2008 e un dato reso noto proprio ieri da Equifax riguardo i dati sui prestiti per gli acquisti di automobili negli Stati Uniti, lo conferma: il bilancio totale dei prestiti in essere allo scorso agosto era pari a 924,2 miliardi di dollari, un record assoluto e un aumento su base annua del 10,8%, qualcosa come 65 milioni di prestiti per l’acquisto rateale di automobili, un +6% su base annua (ecco il miracolo del mercato Usa ch piace tanto a Sergio Marchionne, almeno fino a quando non scoppierà la bolla).

E ancora, il numero di nuovi prestiti fino a giugno era di 12,5 milioni, un aumento del 4,9% su base annua, mentre il totale dei nuovi prestiti è di 254,2 miliardi, un aumento su base annua del 6,9% e quasi la metà del valore dei prestiti non immobiliari originati. Ma c’è di più: sapete quanti dei prestiti erogati fino a giugno su base annua erano indirizzati verso clienti dichiaratamente subprime, ovvero incapaci di ripagare quel debito? Il 31,2% del totale di prestiti erogati da inizio anno.

Insomma, prima erano mutui subprime per case che non ci poteva permettere, ora per automobili: sempre di una bolla si tratta. Ed ecco che la cosiddetta “smart money” cambia indirizzo e viene a cercare fortuna sull’azionario Ue: con l’operazione Abs che potrebbe levare qualche incaglio dai bilanci e la farsa degli stress test già predisposta, le banche – come ha sottolineato Ubs – sono pronte a fare la parte del leone. Almeno fino a quando la rotazione non sarà completa, perché con 400 miliardi di debito pubblico italiano in pancia, i nostri istituti hanno poco da stare tranquilli, anche se la Borsa dovesse premiarli da qui a fine anno. 

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