SPILLO/ Province, la manovra scopre il “trucco” di Renzi

- Andrea Giuricin

La Legge di stabilità ha fatto emergere la protesta degli Enti locali, tra cui le Province. Rivelando così, come ricorda ANDREA GIURICIN, che non sono state abolite come Renzi sostiene

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“Il grido d’allarme delle Province” è una frase ricorrente negli ultimi tempi sui quotidiani dopo la Legge di stabilità. Com’è possibile che qualcosa che non esiste più possa emettere dei “gridi di allarme”? O forse le Province non sono scomparse? Il taglio delle Province è stato dato come assodato dal Governo, ma così non sembra essere. La Legge di stabilità, dopo l’incapacità di portare a termine la riduzione della spesa e degli sprechi, è costretta a tagliare su Regioni, Comuni e Province. Quelle Province che, a dispetto di quanto si dica, esistono ancora.

Sono vive e poco vegete. Il taglio delle risorse crescenti – un miliardo nel 2015, due miliardi nel 2016 e tre miliardi per il 2017 – è stato scritto “nero su bianco” nella Legge di stabilità per Province e Città metropolitane. Si ricorda che al posto delle Province si stanno sviluppando le Città metropolitane, che sono un ulteriore rischio di moltiplicazione della spesa. Infatti, in diversi casi, le Città metropolitane non riguardano le città più importanti, ma quelle politicamente più rilevanti. Il criterio “economico” non esiste neanche in questo caso.

Quante sono le Città metropolitane? Il Parlamento ne ha individuate dieci: oltre a Reggio Calabria, vi sono Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino, Roma e Venezia. Vi sono poi quelle individuate dalle Regioni a Statuto speciale. Ad esempio, la Regione Siciliana non bada a spese e ne ha scelte addirittura tre: Catania, Messina e Palermo.

Ancora una volta, anche per la scelta delle Regioni a Statuto speciale, si evidenzia come una Regione, la Sicilia, abbia scelto di avere il 20% della totalità delle città metropolitane. Se poi si va a vedere il numero di abitanti nella Provincia di Reggio Calabria si scopre che si trova al solo trentunesimo posto con poco più di 566 mila abitanti. Cuneo, ad esempio, è più grande con oltre 592 mila cittadini. È allora il criterio dell’ampiezza del territorio ad aver fatto diventare “grande” la città calabra? Ancora prendendo a riferimento la provincia di Cuneo, si scopre che il territorio reggino è il 46% di quello cuneese. Il numero di comuni è inferiore ad esempio a quello di Como e dunque anche per la scelta delle Città metropolitane non si è scelto il criterio dimensionale o efficientistico.

Paradossalmente si potrebbero creare dei movimenti a favore della creazione della città metropolitana a Cuneo e ne avrebbero tutto il diritto. Il Governo non saprebbe come rispondere a un’esigenza del genere, poiché, se si guardassero i numeri, Reggio Calabria non ha senso d’esistere come Città metropolitana.

Ma torniamo ai tagli. L’Unione delle Province Italiane ammette candidamente che gli Enti locali non potranno più fornire dei servizi essenziali, “dalla gestione e messa in sicurezza delle oltre 5.100 scuole superiori italiane, in cui studiano 2 milioni e 500 mila ragazzi, dei 130 mila chilometri di rete viaria nazionale, di cui 38 mila di strade montane, alla tutela dell’ambiente e agli interventi contro il dissesto idrogeologico”.

Si limitano quindi le risorse e potrebbe essere un metodo per togliere le competenze, ma è chiaro che la legge non prevede una vera propria eliminazione delle Province. Esiste il taglio dei politici e l’abolizione dell’elezione diretta, ma tale modifiche permettono di risparmiare all’incirca tra i 120 e i 160 milioni di euro l’anno. Ma le restanti spese di gestione? Dove vanno a finire i risparmi che erano stati stimati in uno studio dell’Istituto Bruno Leoni tra 1,3 e 1,9 miliardi di euro?

L’arrivo delle Città metropolitane potrebbe migliorare l’efficienza del sistema, anche se a questo punto, dopo tanto dibattere e tanto parlare, sarebbe stato meglio avere già assegnato tutte le risorse delle Province ai Comuni e alle Regioni per ottenere quelle economie di scala ed efficienza necessarie in uno Stato che spende ben oltre 800 miliardi di euro l’anno di spesa pubblica. E invece siamo ancora ai “gridi di allarme” dell’Upi.

Qualcosa non sta funzionando, ma non c’è da sorprendersi.

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