FINANZA E POLITICA/ Sapelli: i “tre zeri” che aiutano la Germania a frenare l’Italia

- Giulio Sapelli

La deflazione è sempre più una realtà in Europa e questo di certo non aiuta i paesi come l’Italia. Discorso diversi per la Germania. L’analisi di GIULIO SAPELLI

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Adesso sorge un nuovo mood, ossia una moda per giornalisti economici ed economisti rockstar à la Piketty, pour nous entendre! È l’economia “000”: zero crescita, zero inflazione, zero interessi. È l’economia dell’equilibrio perfetto, dove tutto rotola in equilibrio, appunto. È la trappola della liquidità e della sindrome giapponese. È la malattia più grave: la deflazione!

Il popolo si difende dai tre zeri. I depositi bancari globalmente intesi non si abbassano ma crescono, gli investimenti dei risparmi in azioni rimangono stabili perché sono di imprese parapubbliche, ossia l’invenzione prodoamatiana della trasformazione degli enti pubblici economici in società miste quotate per rastrellare risparmi e valorizzare la rendita degli azionisti non pulviscolari e, soprattutto, dei top manager stockoptionisti. Il popolo non spende e spera che tutto costerà ancor meno e non investe. Risparmia e tutto rimane fermo: ecco la trappola della liquidità. Sono le sabbie mobili, non i tre zeri!

Un’economia che non prevede investimenti per il mercato interno perché la domanda interna non riparte. Un’economia che non fa la mossa del cavallo come la vecchia doppietta in auto, ossia stimolare gli investimenti pubblici e privati che siano contestuali alla riattivazione della domanda. Un’economia siffatta è l’economia del lento suicidio: accomodatevi, ma è la morte….

Renzi dà a sprazzi notizie di voler far risorgere il Lazzaro dell’economia italiana. Ma poi il patibolare viso padoaniano lo impietrisce come la medusa e allora dimentica gli insegnamenti nordamericani. Ma sono ordini e il ragazzo fiorentino degli ordini se ne dimentica. Eppure la fine fatta fare a un Berlusconi troppo debole coi tedeschi così da far disinnamorare di sé gli Usa dovrebbe ricordargli che chi non risica non rosica. Deve portar a casa – come si dice – qualcosa dal semestre europeo. Orsù, sennò si mette assai male!

Infatti, ora il conflitto interno all’Eurozona si sta disvelando. E il simbolo di questo conflitto è il valore da dare alla moneta unica nel sistema dei prezzi ormai sovranazionale e non più governato dalle vecchie sovranità statuali precedenti l’euro. Colpisce l’ondata di critiche che viene dalla Germania in occasione del drastico abbassamento dei tagli di interesse. Tutta la Germania che è istituzionalmente costruita su una possente architettura di società intermedie (associazioni di risparmiatori, di consumatori di assicurati e di assicuratori, di piccoli e grandi banchieri, di forti e deboli risparmiatori, ecc.), tutta la possente Germania costruita sul sistema cetuale glorificato da Hegel nei suo scritti sulla Costituzione tedesca, tutta la Germania è insorta.

La ragione di ciò è profonda e va oltre l’immediato danno materiale che sottoscrittori di titoli di stato tedeschi subiscono per le manovre della Bce. La ragione profonda la si trova forse non mai così magnificamente esplicitata nel recentissimo libro di Michael Hüther, Die junge Nation. Deutschlands neue Rolle in Europa, pubblicato da Murmann. La tesi è quasi disarmante. Il brillantissimo autore ci ricorda che quella tedesca è una nazione non giovane, ma giovanissima. I tedeschi si sono unificati non nel 1870 dopo aver schiacciato sotto il tallone degli Junker la Francia e aver incoronato il loro Kaiser Guglielmo nella Reggia di Versailles: una violenza inaudita di fronte a uno Stato sconfitto che generò un rancore infinito. No, i tedeschi si sono unificati solo nel 1989, con il crollo del Muro di Berlino e con l’insediamento di ottanta milioni di anime nel cuore dell’Europa. Ma queste anime sono così giovani e hanno tanto sofferto da non volersi e potersi assumere nessun ruolo in Europa rispetto all’Europa medesima. Possono e debbono pensare solo a se stesse e alla loro giovane nazione.

Del resto era ben questo che erano riusciti a fare quegli ottanta milioni guidati da un capo eccezionale come Kohl che mise in scacco Mitterrand e Andreotti, prima parificando il marco tra Germania Est e Germania Ovest e poi imponendo il marco come modello archetipale al nuovo euro, plasmando lo statuto della Banca centrale non in forma transatlantica (Federal Reserve degli Usa), ma nella forma dell’ordoliberalismo di Eucken e della sua Nationale Ökonomie. Ossia pensando solo a battere l’inflazione perché la crescita di una nazione così giovane e con un’architettura cetuale sarebbe stata automatica.

Ecco il fantasma dei tre zeri! Chi non l’avesse seguita, quella crescita, sarebbe stato perduto. Ma questo non era e non è un problema dei tedeschi. Non gliene cale! Gli inglesi capirono subito che qualcosa non funzionava e quindi aderirono solo all’Unione per non lasciare sola la Francia, secondo una vecchia logica politica diplomatica che affonda le sue radici nel Congresso di Vienna, nel 1815. Tanto per farci capire quanto possa la storia, e quanto diversa sia la saggezza e lo spirito civilizzatore dei popoli: gli inglesi condannarono sì Napoleone a una precoce morte in esilio, ma salvarono la Francia una volta che quel mostro di Bonaparte era stato sconfitto. Ecco una lezione storico-generale tra ciò che è una politica di equilibrio internazionale e una politica, invece, di dominio internazionale. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Adesso per la politica di dominio è giunto il redde rationem, ossia l’ora della verità. È giunta la recessione, che lo squilibrio strutturale tra paesi a dominanza teutonica e paesi a dominanza mediterranea fa preclara. Il problema, però, è che il plesso dei paesi mediterranei o del Sud Europa, a cui disgraziatamente si va sempre più assimilando la gloriosa Francia, non ha una leadership e quindi una cultura politica. Nessun Hüther per la Francia e il Sud Europa: lì si cammina in ordine sparso. Per questo da anni insisto nel dire che la questione della nuova crescita contro la crisi non è economica, ma politica. Ha come organici nemici i risparmiatori, gli investitori, le massaie tedesche e come reali amici in Europa in verità non ha nessuno.

Una prova di ciò? Guardate alla composizione del nuovo governo europeo del signor Juncker. Domina la giovane nazione tedesca e gli altrettanto suoi giovani vassalli, a cominciare dalla Polonia per finire con gli stati baltici. L’Italia e la Francia sono in un angolo, la Spagna e il Portogallo non si può dire che abbiano dei leader in quella Commissione. Del resto basta pensare ai dieci anni di Barroso per capire quanto sia diverso il luogo di nascita dal modello culturale che si adotta, quando si assume una carica che sovranazionale e condivisa dovrebbe esserlo per sua stessa natura.

Non vi è dunque speranza? La forbice delle utilità tra le due Europe è dunque destinata ad allargarsi sino al punto da mandare in frantumi l’Europa intera? Rimane un’ultima speranza: come sempre gli Stati Uniti d’America, oggi come ieri. Mi ha colpito la dichiarazione di Mitch McConnell, appena eletto senatore del Kentucky e capo dei Repubblicani nell’Alta Camera che ha dedicato la sua prima dichiarazione alla politica commerciale di Obama. L’ha definita troppo timida, priva di risultati, tanto sul versante del Pacifico quanto su quello dell’Atlantico, che a noi europei interessa eccome!

Ecco che torna già in gioco il Trattato Transatlantico tra Ue e Usa ed è chiaro che quel trattato non si potrà mai siglare con un’Europa che va verso la deflazione e la recessione che ne consegue. Le conseguenze delle elezioni nordamericane giungono così in Europa e sono l’unica vera speranza che può sorreggere sia Draghi che l’Europa. Die junge Nation dovrà rapidamente invecchiare e giungere a una maggiore saggezza. E la saggezza, lo sappiamo, porta con sé l’equilibrio, non il dominio.

Forse piuttosto che ai tre zeri a questi grandi temi dovremmo tornare a guardare. Senza grandi orizzonti nessuna crescita: zero o non zero.

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