SPY FINANZA/ Le mosse di Draghi e Giappone per evitare la “catastrofe”

- Mauro Bottarelli

Draghi sfida apertamente la Germania sull’acquisto di titoli di stato, mentre il Giappone modifica le strategie economiche e monetarie. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Mario Draghi (Infophoto)

Prima di tutto, una doverosa precisazione: la mia assenza dalle pagine de ilsussidiario.net nelle ultime settimane non è dovuta affatto alla cessazione della mia collaborazione ma a problemi personali che spero di poter risolvere in tempi brevi, quindi vi chiedo ancora un po’ di pazienza. Questo giornale è e resterà sempre la mia famiglia, almeno fino a quando lo riterranno opportuno: non posso garantire troppa continuità, ma spero per la fine del mese di ritornare in forza effettiva con le solite scadenze quotidiane. Detto questo, il dado stavolta sembra davvero tratto: Mario Draghi ha aperto all’acquisto di titoli di Stato e addirittura all’interno del board della Bce si parla di possibili acquisti di oro – sulla scorta di quanto stanno facendo la Banca centrale svizzera e quella russa – per ampliare lo stato patrimoniale e cercare di tamponare la situazione venutasi a creare, ovvero il fatto che la crescita economica dell’area euro si è indebolita durante l’estate e le recenti previsioni sono state riviste al ribasso.

Lo ha ribadito lo stesso Draghi, durante un’audizione di fronte alla commissione per gli Affari economici e monetari del Parlamento europeo, sottolineando che complessivamente i rischi per l’economia di Eurolandia restano orientati al ribasso e l’insufficiente progresso delle riforme strutturali in diversi Paesi rappresenta un elemento cruciale: «È abbastanza chiaro che sia l’espansione fiscale, sia quella monetaria hanno un impatto nullo se il contesto economico non è favorevole a far sì che le persone investano», ha avvertito il numero uno della Bce, ricordando che le riforme strutturali sono importanti. «La politica monetaria ha fatto molto, può fare molto e può fare anche di più se le riforme economiche vengono attuate, ma non può fare tutto», ha aggiunto, indicando che il tasso Eonia non supererà i 25 punti base prima del 2015.

D’altronde lo scorso venerdì l’Eurostat ha pubblicato il dato sul Pil dell’area che, secondo la prima lettura, è salito solo dello 0,2% nel terzo trimestre dell’anno ed è aumentato dello 0,8% su base tendenziale, mentre l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto lo scorso mese dello 0,4% su base annua. Per Draghi, una modesta ripresa arriverà solo nel 2015 e nel 2016 e l’inflazione resterà sui livelli attuali anche nei prossimi mesi.

Il governatore dell’Eurotower ha ripetuto che tutte le misure prese finora dalla Bce, vale a dire il programma di acquisto di covered bond e titoli cartolarizzati Asset backed securities, avranno impatto significativo sul bilancio e aumenteranno la trasmissione della politica monetaria. Inoltre, il pacchetto di misure già lanciato sta dando “effetti tangibili” sulla dinamica del credito, riducendone la frammentazione. La scorsa settimana la Banca centrale ha comprato 3,1 miliardi di euro di covered bond, in aumento rispetto ai 2,6 miliardi della settimana precedente e l’ammontare complessivo di covered bond acquistati è pari a 10,485 miliardi di euro. Tuttavia, il Consiglio resta unanime sull’uso di misure straordinarie per rilanciare il credito, che potrebbero includere l’acquisto di titoli di Stato e cambiare ulteriormente la quantità e la composizione dei conti del sistema dell’euro: «Le banche hanno livelli di capitale più elevati. La capacità di assorbire perdite è stata rafforzata», ha aggiunto Draghi, spiegando che la valutazione complessiva del comprehensive assessment è stata rigorosa, trasparente e completa.

Balle, come vi dicevo in tempi non sospetti: gli acquisti di Abs non servono a nulla, per il semplice fatto che ce ne sono troppo pochi nell’eurozona per avviare un circolo positivo e gli stress test bancari sono stati una farsa, basti pensare che lo scenario inflattivo avverso utilizzato per quest’anno era dell’1%, mentre almeno sei paesi sono già in deflazione conclamata. Ci sono però due ragioni per le quali Draghi sembra aver voluto rompere il vaso di Pandora, di fatto sfidando apertamente la Bundesbank sugli acquisti di titoli di Stato.

La prima, il Giappone sta per far partire la nuova ondata di Qe, quindi l’Eurotower punta a un effetto congiunto sui mercati, calcolando che comunque la Fed sta continuando a comprare assets corporate, esattamente come la Banca centrale svizzera. Secondo, in Germania qualcuno comincia a ragionare in termini di fine del patto di mutua assistenza. Certo, il rientro nella spirale recessiva registrato in Giappone farebbe deporre a favore di un fallimento della cosiddetta “Abenomics” e come sapete io per primo ho sempre criticato il ruolo di motori immobili del mercato assunto dalle banche centrali, ma questa volta serve una minima dose ulteriore di doping statale, altrimenti in recessione ci finiamo tutti di nuovo e per l’Europa potrebbe essere letale.

Il dato negativo giapponese nel terzo trimestre (-0,4%) è da imputarsi, per la gran parte, alla cosiddetta “fiscal cliff” di aprile, quando si è deciso di alzare l’Iva dal 5% all’8%, mentre ora la seconda fase dovrebbe garantire il reale obiettivo: ovvero abbassare i tassi di interesse reali e aumentare la crescita del Pil nominale fino al 5%, il minimo necessario per bloccare andamento fuori controllo della spirale del debito. Il quale, attualmente è al 245% del Pil, con il servizio del debito – ovvero il pagamento degli interessi – che già drena il 43% delle entrate fiscali, al netto di una traiettoria demografica che vede la popolazione giapponese destinata a passare dagli attuali 127 milioni agli 87 previsti entro il 2060.

Insomma, più che attaccare solo Abe, forse ci sarebbe da sottolineare l’inerzia di almeno tre governi che lo hanno preceduto. Abe ha compiuto un clamoroso autogol alzando l’Iva, perché ha deviato dal suo obiettivo reflazionario, ma quel dato del -0,4%, a seguito di un -1,8% del secondo trimestre, nell’ambiente attuale dell’economia globale è forse meno devastante di quanto sembri: piuttosto, a farmi paura è la distruzione totale del mercato obbligazionario sovrano interno, ma questa attualmente è questione secondaria, almeno rispetto al movimento sul carry trade dello yen sul dollaro.

Per Danske Bank, infatti, l’economia giapponese crescerà del 3% quest’inverno e stanno già salendo sia gli ordinativi industriali (+2,9% in settembre) che le vendite al dettaglio, +2,3%. Inoltre, Abe sembra pronto a chiedere elezioni anticipate e sospendere l’ulteriore aumento dell’Iva dall’8% al 10% previsto per ottobre 2015, ma soprattutto la Bank of Japan sembra pronta a cambiare strategia, ovvero smetterla di acquistare mensilmente per miliardi di dollari obbligazioni dalle banche al fine di aumentare le riserve e raddoppiare la base monetaria e cominciare a comprare bonds non dal sistema bancario, ma da chi è davvero in grado di attivare la dinamo, ovvero assicurazioni e fondi pensione, i quali sono tipicamente soggetti che detengono obbligazioni a lunga scadenza.

Ed ecco quindi arrivare il pacchetto “Kuroda 2.0”, con ulteriori 12 miliardi di dollari di stimolo, principalmente destinati verso obbligazioni governative con durata tra i 7 e i 10 anni. Inoltre, la massa monetaria M3 è cresciuta a un ritmo di quasi il 5% negli ultimi tre mesi, ponendo in essere la possibilità di una ripresa solida entro 6-12 mesi, un qualcosa che il Giappone non vede dagli anni Ottanta. Inoltre, come ci mostra il grafico a fondo pagina, nonostante attualmente l’inflazione sia tornata ai minimi da sei mesi attorno all’1%, l’azione dell’Abenomics ha almeno invertito il trend deflazionario cronico del Paese, con il governo sicuro di raggiungere l’obiettivo di circa il 2% di inflazione entro metà del 2015, al netto inoltre di un tasso di disoccupazione crollato al 3,5%.

Ricordiamoci quindi della lezione del 1932 prima di gridare al fallimento, quando la rivoluzione monetaria di Takahashi Korekiyo fu additata dal mondo intero di fallimento ontologico, salvo poi portare alla ripresa del 1933 e al boom economico del 1934. Ripeto, non sono un keynesiano e ritengo quanto fatto a livello di banca centrale dal 2009 a oggi una follia senza senso, ma in questo momento serve ancora un po’ di stimolo, perché la situazione globale è seria e quella europea addirittura catastrofica, come anche Mario Draghi ha dovuto di fatto ammettere a suo modo.

Direte voi, prima Bottarelli ha parlato di due ragioni per le quali il governatore ha deciso di rompere gli indugi e provare a sfidare la Bundesbank sull’acquisto di titoli di Stato: qual è la seconda? In Svizzera, proprio su ordine della Buba, ci si sta già oggi attrezzando per stampare marchi. Quando Mario Draghi l’altro giorno ha detto che «l’euro è irreversibile», di fatto voleva inviare il segnale contrario: ovvero, un’altra crisi dovuta alla nostra inazione come Banca centrale e l’euro non mangerà il panettone nel 2015. Con tutte le conseguenze che una disgregazione disordinata e non gestita porterebbe con sé sui mercati e nelle economie reali. E attenzione, perché ieri sono successe un paio di cose decisamente serie: primo, l’indice Standard&Poor’s ha toccato il target massimo prefissato da Goldman Sachs in 2050 punti, livello raggiunto il quale per il guru Carl Icanh potrebbe ora schiantarsi e la troika ha chiesto ulteriori risparmi per 3 miliardi di dollari al governo greco per il 2015, di fatto tramutando la data dell’8 dicembre nella deadline per ottenere la nuova, fondamentale tranche di aiuto, altrimenti te la saluto la ridicola uscita dalla recessione strombazzata venerdì scorso da Eurostat.

Attenzione, sono tempi bui. Ma non per tutti, perché sapete chi è il principale beneficiario del programma di acquisti Abs deciso dalla Bce? Bravi, Goldman Sachs, proprio l’ex datore di lavoro di Mario Draghi che ieri ha reso noto come stia assumendo nuovo personale e spostando parte di quello esistente proprio verso il desk europeo destinato a quel genere di securities, un mercato da 305 miliardi di dollari che lo scorso hanno si è schiantato del 40%. Via che si scarica, con buona pace nostra e delle nostre vite alle prese con una crisi che non sembra voler finire.

 



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