SPY FINANZA/ Il “mega-subprime” che mette a rischio l’Europa

Ieri è stato presentato il Piano Juncker. Secondo MAURO BOTTARELLI, si tratta di un programma fondato su un artificio degno di un subprime, un enorme subprime basato sulla leva

27.11.2014 - Mauro Bottarelli
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«Oggi l’Europa cambia pagina dopo anni passati a ristabilire la credibilità di bilancio e a promuovere le riforme». È stato questo l’inizio dell’intervento del presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, nel presentare il suo piano di investimenti per i prossimi tre anni durante la seduta plenaria di ieri del Parlamento europeo a Strasburgo. Juncker ha precisato che il piano di investimenti rappresenta il modo di “chiudere il cerchio” insieme a riforme e disciplina di bilancio: «Spesso sento dire che serve denaro fresco, ma in realtà quello di cui abbiamo veramente bisogno è un nuovo inizio e nuovi investimenti. Non ci serve creare nuovo debito, ma possiamo usare l’abbondante liquidità del bilancio Ue», ha sottolineato Juncker, annunciando che «i contributi degli Stati membri al Fondo per gli investimenti non saranno conteggiati nel deficit e nel debito. Se uno Stato mette del capitale nel fondo per gli investimenti, non considereremo questo contributo nella valutazione che facciamo nel quadro del Patto di stabilità e crescita», ha spiegato Juncker. Che ha però aggiunto: «Non tradiremo le regole del Patto di stabilità e crescita che abbiamo tutti concordato».

I contributi degli Stati al fondo, che nascerà con una dotazione di 21 miliardi e poi, tramite l’effetto leva e il contributo degli investitori privati, dovrebbe arrivare a 315 miliardi, sono comunque volontari e verranno usati per progetti in tutti i paesi Ue sulla base di una selezione effettuata dalle autorità europee: lo scomputo non riguarda i finanziamenti che i Paesi faranno direttamente a favore di specifici progetti e questo significa, ad esempio, che i soldi dell’Italia finiranno nel calderone europeo e non è affatto detto che andranno a finanziare opere che coinvolgono direttamente la Penisola.

Bene, fin qui l’ufficialità. Ora diciamo la verità: sapete cos’è il piano Juncker in realtà? Un artificio degno di un subprime, un enorme subprime basato sulla leva. Insomma, il protettore degli evasori fiscali di tutta Europa basa il suo piano di sviluppo sull’ingegneria finanziaria, un sorta di Fausto Tonna della Parmalat all’ennesima potenza: non c’è una lira di capitale fresco e, tanto per gradire, se il nostro governo deciderà di fornire dei fondi di finanziamento – e state certi che lo farà – probabilmente questi serviranno per costruire un’autostrada in Spagna o rimettere a posto un porto in Grecia che poi si compreranno i cinesi. Accidenti che piano di sviluppo! Siamo alla disperazione keynesiana più totale, oltretutto con non pochi rischi per i contribuenti europei.

D’altronde, grazie all’opzione put di Draghi e del suo “whatever it takes” viviamo a Fantasilandia, dove un Paese in bancarotta come la Spagna può prendere a prestito denaro a dieci anni al tasso del 2%! Insomma, con 21 miliardi di capitale il piano Juncker è quello di utilizzare leva 15:1 per finanziare strade e ponti, di fatto ciò che non serve affatto perché all’eurozona serve denaro che circoli, credito che torni alle aziende per investire e dare lavoro, di fatto riattivando la dinamica dei consumi. Non serve un piano Marshall a livello europeo con progetti finanziati su venture capital, i quali però proteggono l’investitore privato ma non l’investimento statale da potenziali perdite. Oltretutto, la parte sostanziale dei 21 miliardi del piano Juncker non sarà cash ma sotto forma di garanzie degli Stati e il rimanente, circa 3,5 miliardi di euro, arriverà da fondi già esistenti della Banca europea per gli investimenti, la quale può offrire quel denaro per il semplice fatto che il suo stato patrimoniale è a sua volta garantito dagli stessi Stati che non cacciano un centesimo per il piano Juncker ma solo garanzie.

Di più, dei 21 miliardi 8 verranno sottratti ai fondi europei stanziati per ricerca e sviluppo, davvero dei geni. Vediamo poi le finalità del piano: «Seminare investimenti in infrastrutture e condividere il rischio dei nuovi progetti con investitori privati». Ma ne abbiamo davvero bisogno? Nelle ultime due decadi i paesi europei non solo si sono ricoperti di debito come non ci fosse un domani ma sono anche stati inondati di autostrade, strade, porti e qualsiasi voglia altra infrastruttura garantita da fondi europei e da investimenti a deficit dei governi nazionali: vale per tutti, Spagna, Italia, Germania con le sue autobahn, Francia con la sua alta velocità, persino i canali olandesi hanno subito maquillage enormi con il finanziamento di Bruxelles (che poi in Italia i lavori inizino e non finiscano o fondi non vengano utilizzati è un altro paio di maniche, se ci sono scansafatiche e ladri non sarà il piano Juncker a folgorarli sulla via di Damasco dell’onestà e della produttività per miracolo). Perché quindi altre infrastrutture inutili? E poi, smentiamo anche un’altra baggianata storica, ovvero che in Europa c’è sottoinvestimento nella capacità di produzione dei privati, ovvero c’è troppo investimento pubblico e poco privato. Balle. Da metà degli anni Novanta in poi abbiamo assistito a uno tsunami di denaro privato per prestiti e investimento, visto che per esempio dal 1996 al 2011 i prestiti delle banche europee al settore privato sono circa triplicati, salendo da un tasso capitalizzato degli interessi del 7% e passando dal 55% al 95% del Pil nell’arco di quegli anni, questo senza contare i miliardi ulteriori in dollari ed euro racimolati sul mercato obbligazionario corporate da aziende operanti nell’Ue.

Insomma, siamo di fronte all’ennesimo tentativo di finanziarizzazione a guida statale, esattamente ciò che non serve per un continente bloccato in deflazione, crescita zero, costo del lavoro troppo alto, disoccupazione cronica e scollamento delle dinamiche di trasmissione del credito tra Nord e Sud. Inoltre, i tempi per la presentazione e il vaglio dei vari progetti richiederà mesi e non ci sarà alcun tipo di stimolo reale per l’economia almeno fino alla seconda metà del 2016, con uno scudo a difesa degli investitori e i contribuenti europei a rischio di perdite visto che parliamo di uno schema che, ricordo, è basato su una leva di 15 volte, ovvero ogni euro (di garanzie) messo sul tavolo dall’Ue dovrebbe tramutarsi in 15 euro di denaro cercato e ottenuto sui mercati, in questo momento storico poi.

E non lo dice Mauro Bottarelli che non è nessuno, ma lo ha denunciato forte e chiaro il professor Charles Wyplosz dell’Università di Ginevra, a detta del quale «quel denaro di fatto non c’è, quindi non darà nessuno stimolo o ripartenza alla crescita, questa cosa ha dell’incredibile, stanno facendo il contrario di quanto servirebbe, ovvero una reale espansione fiscale. Il settore privato, in questo modello, porterà i governi alla bancarotta. Questa è soltanto una scusa, un gioco di specchi per mostrare che stanno agendo, stanno facendo qualcosa, mentre la realtà è che l’austerity è ancora in vigore, è la norma e regola. Inoltre, al di là di queste valutazioni, un piano del genere richiede troppo tempo per poter funzionare e ci saranno risse da bar tra gli Stati per potersi accaparrare una fetta della torta».

Il piano, che ha ottenuto il via libera dal collegio dei Commissari martedì a Strasburgo, si chiamerà European fund for strategic investment (Efsi) e di fatto nessuno ne conosce il funzionamento reale, visto che l’aumento a leva per raggiungere i 315 miliardi sbandierati sarà ottenuto attraverso venture capitale e fondi privati non si sa in che modo, se non attraverso una complessa e poco trasparente chimica di interventi e coperture. Oltretutto, prima di diventare operativo dovrà ottenere il via libera dei leader europei il prossimo anno e dotarsi di una legislazione statutaria che ancora non ha, quindi altro tempo perso mentre le aziende chiudono e il tasso di disoccupazione rasenta livelli da pelle d’oca: già oggi i vari governi hanno inviato 1800 progetti da vagliare a Bruxelles, dove verranno radiografati da un panel di esperti indipendenti che non seguiranno logiche pro-quota nazionale (ma magari quella del lobbysmo del Paese o del funzionario che paga meglio, sì).

In compenso c’è qualcosa di chiaro, ovvero il livello di alto rischio insito in questi progetti proprio a causa dell’operatività sulla leva, visto che nel programma non è stato contemplato l’utilizzo dello European investment fund, forse perché troppo geloso del suo rating AAA per immischiarsi in avventure stile schema Ponzi che potrebbero metterlo a rischio: già, perché così operando sul tavolo della partita di poker ci finiscono i soldi dei contribuenti europei, non dei privati. Inoltre, nonostante sia costretto a finanziare il progetto, il capo della Banca europea per gli investimenti in persona, Werner Hoyer, ha già detto di non aspettarsi troppo e sta operando per calmare quelle che ha definito, parlando con il Daily Telegraph, «aspettative troppo esuberanti».

Come poi ci ha insegnato la storia della finanza strutturata nel periodo di boom prima che a fare boom fosse Lehman Brothers, saranno i vari corpi dell’Ue – quindi i governi – a soffrire per la prima perdita in caso di default di qualsiasi progetto finanziato, un qualcosa che ricorda molto da vicino l’epopea della “Tigre celtica”, quando Dublino era diventato l’hub europeo per gli “Special investment vehicles” (SIVs): sappiamo tutti come sia andata finire, visto che in tempi non sospetti molti critici definivano questa concentrazione di rischio «socializzazione delle perdite e privatizzazione del guadagno», un po’ la logica della Fiat con la cassa integrazione.

Non a caso a limitare la portata del piano, di fatto rendendolo un rischioso buco nell’acqua prima di iniziare, ci hanno pensato i tedeschi in seno alla Commissione e nei vari apparati dell’Ue, tanto che sia la Germania che la Gran Bretagna hanno già detto di non credere nel piano e che quindi non garantiranno nemmeno un centesimo per gli investimenti. Per Markus Faber, portavoce della Csu bavarese, il piano nasce fuorviato e fuorviante: «L’idea stessa di una possibile loss-liability, ovvero la possibilità di perdite, non significa altro se non che gli Stati membri dell’Ue si caricheranno di nuovo debito». E anche in francesi proprio non saltano dall’entusiasmo, visto che il ministro dell’Economia, Emmanuel Macron, ha detto chiaro e tondo che per funzionare «lo schema deve prevedere almeno tra i 60 e gli 80 miliardi di euro di denaro fresco, altrimenti non avrà alcuna forza di trazione», tanto che Parigi aveva proposto di prendere questi soldi dal fondo salva-Stati Esm ma ovviamente è arrivato il “nein” di Berlino che vede in ogni tipo di operazione simile i prodromi dell’unione fiscale e degli eurobond.

D’altronde, con un cap di spesa dell’Ue bloccato al massimo di 140 miliardi l’anno fino al 2020, opera di Germania, Gran Bretagna e altri Stati nordici, Juncker non poteva che essere forzatamente spinto a cercare risorse nella cosiddetta “finanza ombra” del venture capital: peccato che a differenza che nel libero mercato, qui i soldi non ci sono e se ci sono e vanno persi sono dei contribuenti Ue, quindi anche nostri. Con un continente in depressione economica da sei anni, colpito da una contrazione paragonabile a quella del periodo 1929-1935, non si può scherzare mister Juncker: torni a facilitare l’evasione fiscale delle grandi multinazionali, è la cosa che sa fare meglio e lasci stare questione che non solo non capisce ma che rischia addirittura di compromettere ulteriormente.

Dopo questo fiasco annunciato – le Borse hanno reagito alla presentazione del piano con l’entusiasmo di un condannato a morte che si avvia verso il patibolo – le aspettative su Mario Draghi e sulla riunione della Bce del 4 dicembre per il possibile varo del Qe aumentano a dismisura sui mercati. Ma di questo parleremo domani.

P.S.: Ma non pensiate che la contabilità creativa sia una prerogativa solo europea, anzi. Ecco infatti spiegato il miracolo del Pil statunitense in forte crescita nel terzo trimestre di quest’anno, dato che l’altro giorno ha fatto gridare al miracolo della Fed e del quantitative easing. Il Bureau of Economic Analysis, controllato dal Dipartimento per il Commercio, ha magicamente abbassato tutte le stime sul reddito disponibile e sul tasso di risparmio, come dimostra il grafico, di fatto facendo implicitamente intendere che quel denaro “sparito” dalle voci fosse stato immesso nell’economia Usa sotto forma di aumento degli acquisti di beni durevoli. Dunque, gli americani sono formalmente più poveri di 80 miliardi, i risparmi sono calati del 10% ma il tutto è stato fatto per una buona causa: fabbricare a tavolino un dato migliore delle previsioni per il Pil del terzo trimestre. Come vedete, Fausto Tonna avrebbe avuto un futuro radioso anche a Washington.

 

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