SPY FINANZA/ Così il petrolio fa tremare gli Usa

- Mauro Bottarelli

Dopo la riunione dell’Opec di giovedì, dobbiamo prepararci a una bella guerra del prezzi del petrolio e a nuove mosse geopolitiche degli Usa. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché

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Sgambetto saudita agli Stati Uniti, prepariamoci a una bella guerra del prezzi del petrolio e a nuove mosse geopolitiche. Alla riunione di giovedì pomeriggio a Vienna dell’Opec, organizzazione che riunisce i paesi esportatori di petrolio, si è deciso di non tagliare la produzione: lo ha annunciato il ministro del Petrolio saudita, Al-Naimi, che ha confermato come il meeting si sia concluso con la decisione di lasciare la produzione petrolifera invariata a 30 milioni di barili al giorno, poiché «il mercato si stabilizzerà da solo». Come ampiamente atteso, il cartello dei paesi esportatori non è riuscito a trovare una intesa su una riduzione dell’offerta in risposta alle recenti cadute delle quotazioni.

All’uscita della riunione, il ministro del Petrolio del Kuwait, Ali al-Omair, ha detto ai giornalisti che non c’è stato «nessun mutamento» degli obiettivi produttivi. Dopo la decisione dell’Opec, il prezzo del petrolio registra un nuovo minimo pluriennale: sia il barile di Brent che il Wti americano hanno segnato minimi dall’agosto del 2010, rispettivamente a 74,36 e 70,87 dollari, salvo vedere il petrolio statunitense crollare addirittura sotto quota 70 dollari, il minimo da quattro anni e mezzo a questa parte. Insomma, Riyad ha imposto la sua linea e l’ha fatta prevalere su chi, come Venezuela e Iran, premeva per una riduzione in modo da far risalire i prezzi.

La Russia, che non fa parte dell’Opec, ovviamente premeva per il medesimo epilogo, ma, come vedrete, Mosca non è affatto la grande sconfitta di questa giornata, nonostante il rublo sia immediatamente arretrato a quota 47,60 sul dollaro: a piangere maggiormente sono stati i titoli legati al comparto energetico, mentre quelli delle linee aeree hanno conosciuto robusti rialzi grazie al calo della voce del costo carburante. Per finire, il ministro del Petrolio iraniano ha poi annunciato che il prossimo vertice Opec si terrà nel giugno 2015.

Insomma, Riyad l’ha spuntata e basta vedere le varie dichiarazioni dei protagonisti per capire che in questa riunione non si trattava in realtà di decidere sulla produzione in base a criteri macro ma essenzialmente politici, i quali però rischiano di creare pressioni non solo deflazionistiche a livello globale per l’indebolimento ulteriore del prezzo del petrolio ma anche esacerbare tensioni geopolitiche. Se infatti i ministri del Petrolio di Kuwait e Arabia Saudita si sono detti “felici” della decisione, quello iraniano ha fatto buon viso a cattivo gioco limitandosi a dire che l’Iran voleva altro ma di non essere arrabbiato con l’Opec, mentre il ministro venezuelano, Rafael Ramirez, ha declinato ogni commento ma la sua faccia rubizza e furiosa parlava più di mille parole.

Poi, il colpo politico, affidato al ministro del petrolio nigeriano, per il quale «i paesi non Opec devono condividere il peso del mercato petrolifero», smentendo che l’Opec stia giocando sporco. Come dire, visto che gli Usa grazie allo shale oil ora sono il principale produttore del mondo, comincino loro a tagliare e noi ci accoderemo. Il perché di così differenti reazioni è spiegato alla perfezione da questo grafico, che ci mostra i punti di break-even fiscale sul prezzo del barile di cui necessitano i vari stati per mantenere i budget in equilibrio. Ora capite la rabbia iraniana (contenuta) e venezuelana (esplicita).

Insomma, l’Arabia Saudita con questa decisione ha sì mantenuto teoricamente il patto con gli Usa, i quali volevano un calo del prezzo del petrolio per strangolare economicamente la Russia, ma ora rischiano di pagarlo caro, perché entrano direttamente in guerra sui prezzi e come vedremo, un ulteriore calo delle valutazioni potrebbe far grippare la macchina magica dello shale oil. Anche perché l’ultima volta che produttori ed estrattori americani si sono trovati immischiati in una guerra dei prezzi contro i sauditi hanno visto i sorci verdi.

Questo il giudizio al riguardo di Michael Lynch, presidente della Strategic Energy and Economic Research, un veterano del settore con 37 anni di esperienza: «Quello del 1986 fu il più grosso collasso dei prezzi di sempre e l’industria Usa non si accorse che stava arrivando. Spazzò via dal settore parecchi protagonisti, non me lo scorderò mai. Pensate che non possa accadere di nuovo? Considerate a quale livello di leva sono esposti i produttori di shale gas Usa e quanto hanno da guadagnare i sauditi dal tenere il piede sul loro collo. Nel 1986 l’industria collassò, innescando un declino della produzione di quasi un quarto di secolo e questo consentì ai sauditi di riprendersi il ruolo di leader nel mercato petrolifero mondiale».

E il giochino saudita è stato orchestrato bene, perché il 23 ottobre scorso Riyad, senza alcuna necessità di farlo, uscì allo scoperto, ammettendo attraverso una persona a conoscenza della politica petrolifera del Paese citata da Bloomberg – insomma una fonte assolutamente anonima – di aver tagliato le forniture di petrolio a settembre. Il principale produttore dell’Opec ha infatti ridotto le immissioni sul mercato di 328mila barili al giorno, passando dai 9,688 milioni di agosto a 9,36 milioni al giorno in settembre: in settembre i prezzi sono rimasti abbastanza piatti nonostante questo taglio, quindi verrebbe da pensare a un combinato tra limitazione delle forniture e bassa domanda globale che ha dato vita a un effetto offsetting sulle quotazioni. Cosa significa quindi il crollo in ottobre? Un tracollo della domanda mondiale?

Un politica diciamo flip-flop dell’Arabia Saudita, la quale magari ieri ha voluto rendere noto ufficialmente il proprio taglio delle forniture non tanto perché stanca di spararsi nei piedi per compiacere le esigenze degli americani, ma per inviare loro un messaggio del tipo “noi il nostro dovere lo abbiamo fatto, ora tocca a voi” (nel qual caso, fossi Assad dormirei preoccupato da oggi in poi)? Oppure era un messaggio a Putin, utilizzando l’agenzia di stampa finanziaria Bloomberg, per cercare di spaventarlo? Oppure ancora, proprio una manovra puramente speculativa, nata in luglio quando l’open interest sulle opzioni put al Nymex toccò il massimo storico?

Non si sa, ma alla luce della decisione dell’Opec, a regia saudita, la prima ipotesi resta quella da privilegiare. Tanto più che il primo a decretare ufficialmente come la decisione giunta da Vienna fosse principalmente un colpo al mercato Usa è stato con un’intervista a Bloomberg, guarda caso Leonid Fedun, vice-presidente del gigante petrolifero russo Lukoil, a detta del quale «gli americani ora rischiano di diventare vittime del loro stesso successo, visto che con il prezzo del petrolio in area 70 dollari, le trivellazioni per l’estrazione di shale oil diventano non più retributive e cominciano a mettere sotto pressione i punti di break-even produttivi».

Di più, «nel 2016 quando l’Opec avrà completato il suo obiettivo di ripulire il mercato marginale americano, il prezzo del petrolio comincerà a risalire. Il boom dello shale è l’esatta replica del boom dei titoli dot.com, terminato in una bolla poi esplosa. I grandi players resteranno, i più deboli scompariranno. Al momento i produttori Usa stanno sopravvivendo perché sono riusciti a fare hedging sui prezzi che ottengono per il loro petrolio a quota 90 dollari il barile ma quando quei contratti finiranno, la vita per loro diventerà molto più dura». Inoltre, «l’industria petrolifera russa è meno esposta a un crollo del prezzo, perché le compagnie sono protette da costi inferiori e il calo del rublo tampona l’impatto dei prezzi in calo in termini di valuta locale. Il colpo peggiore di questa decisione è verso il mercato americano».

E non pensate che sia propaganda, ce lo dimostrano i due grafici a fondo pagina che ci spiegano, da un lato, come il ciclo del break-even per lo shale gas sia già oltre la metà e che quindi necessita di un aumento dei prezzi e, dall’altro, come già oggi alcuni degli impianti di trivellazione Usa siano sotto pressione per i costi di produzione che non riescono a fare offsetting con quello del barile a livello di break-even. E ce lo conferma anche Daniel Dicker, presidente della MercBloc Wealth Management Solutions, un uomo con 25 anni di esperienza al Nymex di New York dove trattava proprio contratti sul petrolio: «Tutti quanti stanno provando a impressionare il mercato con la loro abilità a gestire il prezzo del petrolio a 80 dollari, ma la maggior parte di loro sta vendendo solo fumo. La rivoluzione dello shale non funziona a 80 dollari, punto». E già ieri, siamo andati sotto i 70 dollari, esattamente a un minimo intraday di 67,75 dollari, un downside da panico ma con un forte appeal psicologico.

C’è poi un altro aspetto che potrebbe colpire l’America, ovvero l’impatto di questa decisione sul mercato del credito. Stando a proiezioni di Deutsche Bank, infatti, riguardo quale sia il cosiddetto “tipping point” per aziende molto esposte alla leva in termini di prezzo del petrolio, la faccenda potrebbe diventare davvero pericolosa se si arrivasse a un calo di ulteriori 10-15 dollari al barile, poiché si potrebbe arrivare a «ristrutturazioni per un terzo delle aziende energetiche con rating molto basso, dato che implica un tasso di default del 15% su tutto il comparto energetico ad alto rendimento Usa e un contributo netto di un aumento del 2,5% dei default sulla platea più ampia del mercato ad alto rendimento statunitense in generale. Uno shock sui prezzi di quella magnitudo, se si materializzasse, potrebbe essere sufficiente a innescare un default ad ampio raggio sul mercato dell’high yield statunitense». Tesi confermata anche da Neil Beveridge, analista senior alla Sanford C- Bernstein, che parla chiaramente di rischio bancarotta per alcuni players Usa: «La produzione resta molto forte in Nord America, ma ricordiamoci che se spostiamo l’attenzione sulla situazione debitoria di molte compagnie, ci troveremo di fronte molto debito problematico. Un prezzo come 68 dollari al barile non è economico per un sacco di impianti, gli spread su cds e rendimenti obbligazionari su molto di quel debito stanno salendo molto in fretta e questo perché con livelli di prezzo simili sicuramente vedremo andare alcuni produttori in bancarotta».

A partire dal 2011 le aziende energetiche hanno investito qualcosa come 1,5 triliardi di dollari per dar vita alle proprie operazioni sullo shale e questo ha comportato un forte indebitamento, stando a dati della Alliance Bernstein, il cui portfolio manager Ivan Rudolph-Shabinsky ritiene che «le compagnie impegnate nell’esplorazione e produzione – le cosiddette “operazioni upstream” – sono vulnerabili perché hanno investito troppo capitale per la produzione, visto che il fracking ha aiutato un aumento della capacità ma lo sviluppo della produzione e i suoi costi sono difficilmente tamponabili, soprattutto ora con prezzi così bassi al barile».

 

 

E qualche prodromo in tal senso c’è già, visto che oltre alle implicazioni geopolitiche e geofinanziarie, la decisione presa ieri dall’Opec rischia di creare danni anche al comparto bancario e del mercato del credito, visto che istituti che comprendono anche Barclays e Wells Fargo rischiano di incorrere in potenziali e forti perdite sui prestiti da 850 milioni di dollari fatti a due compagnie petrolifere e del gas, segnale chiaro di come il crollo dei prezzi cominci a riverberarsi su ampio spettro nel quadro economico. Il petrolio ha subito un calo del 30% dai livelli di giugno, colpendo non solo il settore energetico ma anche le valute, i budget dei vari Paesi e i titoli delle compagnie del comparto: basti pensare che da metà giugno il rublo è calato del 27% sul dollaro, la corona norvegese del 12% e la naira nigeriana mercoledì ha toccato un nuovo minimo storico.

Ci sono poi le azioni delle compagnie, con Bp giù del 17% da metà giugno, Chevron dell’11% e poi c’è il caso di SeaDrill, uno dei leader mondiali della trivellazione che mercoledì ha perso il 18% dopo l’annuncio di aver sospeso il pagamento dei dividendi a causa delle perdite incorse per la cancellazione di progetti dovuti all’extra-offerta sul mercato. Ma il caso di SeaDrill vale la pena di essere sviscerato, poiché la prima volta che fu costretta a sospendere il pagamento dei dividendi fu nel 2009, poco dopo il crollo di Lehman Brothers, poiché gravata da un carico di debito insopportabile, come ci mostra il grafico a fondo pagina. Oggi siamo al medesimo epilogo, ma come potete vedere, il carico di debito attuale è molto meno alto di quello del 2009, sintomo che per SeaDrill la ripresa economica globale oggi – nonostante i rally drogati di Wall Street – è peggiore del collasso di Lehman Brothers. Insomma, una cartina di tornasole molto chiara ed esemplificativa, alla faccia del dato imbellettato del Pil statunitense al 3,9% nel terzo trimestre.

Tornando alle banche, Barclays e Wells Fargo a inizio anno avevano garantito un prestito ponte da 850 milioni di dollari per aiutare il finanziamento della fusione tra Sabine Oil&Gas e Forest Oil, due compagnie petrolifere statunitensi e in giugno avevano tentato di vendere quel prestito agli investitori, i quali però di fronte al calo del prezzo del greggio, combinato con la volatilità dei mercati del credito, ignorarono l’offerta. Detto fatto, le due banche sottoscrittrici non sono state incapaci di operare l’offload di quel prestito verso soggetti di mercato e ora rischiano di scontare pesanti perdite sull’accordo a causa dell’erosione del valore del debito delle due aziende. Il bond della Sabine viaggiava a un valore facciale di 105,25 dollari a giugno ma ora è sceso a 94,25 dollari, con il rendimento salito dal 7,05% all’attuale 13,4%: stando a calcoli di istituti rivali, se Barclays e Wells Fargo tenteranno di consorziare il prestito oggi, non si andrà oltre la valutazione di 60 centesimi sul dollaro, ma se non saranno in grado di venderlo allora dovranno assorbirlo a bilancio. Ma anche un prestito separato da parte di Ubs e Goldman Sachs per aiutare il finanziamento del gruppo di private equity Apollo nell’acquisto della Express Energy Service pare in sofferenza, visto avrebbe dovuto essere venduto all’inizio di questa settimana ma l’operazione è stata posticipata a data da destinarsi. Stando a dati in possesso di Marty Fridson della LLF Advisors, dei 180 distressed bonds nell’indice ad alto rendimento di Bank of America-Merrill Lynch ben 52, o il 29%, sono stati emessi da compagnie energetiche, un settore che pesa per il 4,6% di tutti i prestiti a leva attualmente in circolazione, una percentuale che meno di dieci anni fa era del 3,1%.

Di più, le obbligazioni energetiche pesano per il 15,7% del mercato da 1,3 triliardi di dollari dei junk bonds, stando a dati proprio di Barclays, contro il 4,3% di dieci anni fa. Un bel guaio. Ora attendiamo la risposta Usa. Che, state certi, non si farà attendere troppo.

 



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