FINANZA/ Italia, il “rischio default” spaventa (ancora) i mercati

Per CARLO PELANDA, il nostro Paese suscita preoccupazione da parte di tutto il mondo. Il debito aumenta e il Pil non cresce, e c’è quindi paura del fatto che resteremo insolventi

13.12.2014 - int. Carlo Pelanda
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Jean-Claude Juncker (Infophoto)

“Se c’è qualcuno che non può lamentarsi è proprio l’Italia, come del resto la Francia. Con la Francia abbiamo stabilito che non hanno preso le necessarie misure di consolidamento del bilancio, e abbiamo detto: avete tempo fino a marzo per farlo. Lo stesso è accaduto anche nella causa italiana. Avremmo potuto attivare subito per l’Italia una procedura per debito eccessivo”. Sono le parole di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Ue, in un’intervista pubblicata su alcuni quotidiani europei tra cui Avvenire. Ne abbiamo parlato con Carlo Pelanda, professore di Politica ed Economia internazionale nell’Università della Georgia.

Che cosa ne pensa dell’ultima intervista di Juncker?

È un colpo al cerchio e uno alla botte da parte di una persona in grande difficoltà.

Ha ragione quando dice che “se c’è qualcuno che non può lamentarsi è proprio l’Italia”?

Su questo ha ragione Juncker. L’Italia è uscita dai parametri Ue come la Francia. Sul piano del rispetto dei trattati, delle norme e delle regole, il nostro Paese non può lamentarsi perché è stato graziato. Il fatto che poi l’architettura formale dell’Ue sia intelligente o adeguata è un altro discorso. Ma Juncker, in quanto presidente della Commissione, è l’interprete dei trattati.

Perché la preoccupazione del presidente Juncker nei confronti dell’Italia sta aumentando?

La preoccupazione non viene da Juncker, ma dai mercati che vedono un’Italia completamente sballata e hanno paura che vada in default. Il nostro Paese suscita preoccupazione da parte di tutto il mondo a partire da Draghi. Il debito aumenta e il Pil non cresce, e c’è quindi paura del fatto che resteremo insolventi. L’Italia sta divergendo addirittura dai parametri dei paesi periferici. Tutti gli osservatori globali sono spaventati perché a Roma c’è un governo fatto da incompetenti, e temono che l’Italia possa essere l’innesco della prossima crisi globale.

Intende dire che l’Italia potrebbe diventare il nuovo bersaglio dei mercati dopo la Grecia?

Il problema non è che l’Italia possa diventare un bersaglio, ma che il nostro Paese vada in tilt. Tutti stanno dicendo a Renzi che deve tagliare la spesa e ridurre le tasse per fare crescita. Vanno ridotte le dimensioni del pubblico impiego smettendo di farsi ricattare dai sindacati. Ricordiamoci che il rating dell’Italia per S&P è sceso a BBB-bbb-, un gradino sopra la categoria “junk”. Ciò significa che tantissimi attori privati non possono più comprare titoli di debito italiano.

Quindi non c’è nessun legame tra le fibrillazioni riguardanti la Grecia e gli ultimi richiami all’Italia?

C’è sempre un riverbero di questo tipo. Le preoccupazioni sulla Grecia aumentano le tensioni su paesi che sono più indebitati come l’Italia. Di fronte al fatto che il governo italiano non fa niente di serio la situazione non fa che peggiorare. Quello di Juncker è un linguaggio anche abbastanza diplomatico per dire a Renzi che deve fare qualcosa. È solo la stampa italiana a pensare che ci sia un complotto nei nostri confronti. In realtà, l’Italia è oggetto di preoccupazione perché non è governata ma è lasciata allo sbando. Juncker semplicemente riporta questo clima perché è anche lui sotto pressione. Se salta l’Italia salta l’intero mercato globale, e per evitare che ciò avvenga a Bruxelles si pensa che sia necessario commissariare Roma.

 

Si possono affrontare contemporaneamente debito e recessione?

Certo, un governo capace sarebbe in grado di farlo. Bisognerebbe andare alle elezioni, dire la verità agli italiani e compiere un’operazione d’emergenza.

 

Con l’euro e le regole Ue un governo nazionale ha i margini per compiere questa operazione?

Certamente sì, basta che tagli la spesa. Va ridotto il numero dei dipendenti pubblici, in modo da tagliare la spesa di 100 miliardi di euro e le tasse di 70 miliardi.

 

Ciò non avrebbe effetti recessivi?

La riduzione della spesa pubblica corrente avrebbe effetti recessivi. Ciò permetterebbe però di ridurre le tasse alle imprese del 20%, con la creazione di un effetto fiducia. L’impatto deflattivo della riduzione della spesa pubblica sarebbe bilanciato dall’impulso alla fiducia per il futuro. Tutti i risparmi che adesso sono congelati in banca tornerebbero a essere spesi grazie all’aumento della fiducia, generando così una nuova crescita.

 

(Pietro Vernizzi)

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