SPY FINANZA/ La “guerra gialla” che sconvolge i mercati

- Mauro Bottarelli

Intorno all’oro stanno accadendo vicende davvero strane che fanno propendere, spiega MAURO BOTTARELLI, per una guerra sotterranea tra Russia e Cina da un lato e Stati Uniti dall’altro

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È notizia di domenica il fatto che in Svizzera abbia vinto nettamente il no su tutti e tre i temi sottoposti a referendum, ovvero aumento delle riserve auree della Banca centrale (Bns), limitazioni all’immigrazione e abolizione dei forfait fiscali per i superabbienti che risiedono nella Confederazione. Nel pomeriggio di due giorni fa, quando mancavano solo i dati di 2 cantoni su 26, i risultati erano ormai chiari: il no sull’oro era al 76%, il no a nuovi limiti all’immigrazione era al 73% e il no all’abolizione dei forfait fiscali al 61%, un esito che premiava la linea sostenuta dal governo e dalla maggioranza del Parlamento. Ma a noi, quest’oggi, interessa solo un quesito, quello sull’oro.

Di cosa si trattava? L’iniziativa sugli attivi della Banca nazionale prevedeva che almeno il 20% delle riserve della Bns dovesse essere in oro, che tale oro non fosse più vendibile e che fosse interamente depositato in Svizzera. Con una vittoria del sì, la Bns sarebbe stata costretta dunque a investire risorse ingenti per aumentare le riserve in lingotti, con una possibile spinta al rialzo per il prezzo del metallo. A quel punto, inoltre, la Bns probabilmente non avrebbe più avuto risorse sufficienti per difendere la soglia di cambio fissata per l’euro-franco (1,20 franchi per 1 euro) e la moneta svizzera avrebbe potuto apprezzarsi in modo eccessivo.

Comunque sia andata, chapeau alla democrazia svizzera che chiede ai cittadini e non ai salotti buoni cosa pensino sia meglio per il Paese e quindi per loro. Ma attenzione, perché la consultazione elvetica mi è servita solo da pretesto per introdurre un’analisi più approfondita di quanto stia accadendo attorno all’oro in queste settimane, vicende davvero strane che fanno propendere per una guerra sotterranea tra Russia e Cina da un lato e Stati Uniti dall’altro, ovvero tra oro fisico – che come vi ho già detto Mosca e Pechino stanno comprando a ritmo frenetico – e oro di carta – che tiene in piedi le scommesse del casinò con sede a Wall Street.

Partiamo da qualche dato, numerico e politico. Guardando alla quantità di oro stoccata alla Fed di New York da entità straniere, scopriamo che fino a settembre di quest’anno solo 77,5 tonnellate di metallo erano state ufficialmente rimpatriate, ma, come ci dimostra il grafico a fondo pagina, venerdì scorso le anticipazioni sulle detenzioni del mese di ottobre ci hanno dato un chiaro esempio di come sia possibile riavere indietro il proprio oro e di come, a fronte dell’Olanda che riporta a casa, la Germania abbia bloccato il proprio programma di rimpatrio unicamente per questioni politico-diplomatiche con gli Usa, non per difficoltà logistiche nel trasporto. La quantità di metallo stoccato nei caveau di JP Morgan per conto della Fed è infatti calata, in valore denominato in dollari, da 8.305 miliardi a 8.242 miliardi, ovvero 42 tonnellate ritirate, portando il totale di quanto ancora stoccato Oltreoceano a 6.076 tonnellate: di più, quelle 42 tonnellate riportate a casa da entità estera rappresentano il più grande prelievo mensile presso la Fed di New York dal 2001.

Insomma, con 119 tonnellate già ritirate dall’inizio di quest’anno, la scusa di Berlino appare quanto mai patetica e apre interrogativi su quale sia il reale motivo per una decisione come quella di accontentarsi di 5 tonnellate e poi sospendere il programma. Ma come vi ho detto, c’è tensione attorno all’oro, ieri mattina crollato ai minimi da cinque anni a 1142,91 dollari l’oncia, un calo del 2% da molti attribuito alla mancanza di domanda e all’innescarsi di clausole stop loss sui contratti in essere. Sarà, ma ci sono almeno un paio di variabili che mi fanno pensare che la mia idea di guerra sotterranea con l’oro utilizzato come arma non sia così peregrina.

La prima è l’intemerata lanciata subito prima del referendum svizzero da Willem Buiter, capo economista di Citi, banca molto interessata al metallo prezioso nella sua dimensione cartacea, a detta del quale «nessuna banca centrale dovrebbe detenere riserve auree, dal nostro punto di vista. La richiesta avanzata alla Banca centrale svizzera nel quesito è altamente non ortodossa e una strategia di investimento rischiosa. Investire infatti una così vasta quantità di denaro in qualcosa il cui valore è basato su nient’altro che non sia credenze auto-confermanti è una scelta certamente eccitante, ma da qui a imporlo come una regola per le banche centrali è un’altra questione». Un po’ troppa enfasi, soprattutto visto che il fustigatore in questione lavora per un’istituzione che con l’oro di carta ci fa un sacco di soldi e veder sparire potenziale collaterale necessario alla consegna fisica, in caso non si voglia concludere il contratto in cash, può agitare qualche preoccupazione in tempi di acquisti con il badile da parte di Russia e Cina.

La seconda variabile è legata a qualcosa di molto ma molto strano che sta accadendo sui mercati, ovvero il fatto che il prezzo dell’oro continui a scendere nonostante un calo senza precedenti per estensione temporale dei tassi Gofo, ovvero un aumento del costo per farsi prestare lingotti di oro fisico: capite da soli che è un paradosso, perché i tassi Gofo indicano scarsità, mentre il prezzo che cala ci parla di offerta abbondante a fronte di richiesta scarsa. Per capirci, più bassi sono i tassi Gofo, maggiore è il tasso Gold Lease, che sul finire della scorsa settimana sulla scadenza a un mese si aggirava sullo 0,55% annuo: che accade, quindi? O il mercato si rifiuta di prestare oro fisico a tassi bassi oppure il mercato richiede oro fisico in prestito e accetta di pagare tassi alti perché costretto a postare quell’oro come chiusura di una posizione che non si vuole liquidata in cash.

Qui le dinamiche sono diverse: uno potrebbe accettare tassi più alti per il prestito perché si prevede un futuro calo del prezzo, quindi prendo oggi quasi in modalità naked short e poi te lo ridarò quando comprarlo sul mercato mi costerà meno. Oppure, ampliando lo spettro e facendolo diventare di sistema, la solita manina manipolatrice che lo scorso anno fece schiantare le quotazioni con un corner spaventoso, ora vuole evitare un aumento fuori controllo del fixing dell’oro fisico a Londra.

Ora, il primo caso è un po’ peregrino, perché a quel punto opero sui futures o sulle opzioni, mentre nel secondo caso forse si intravede il timore di Wall Street per una mossa, quella russa, che potrebbe drenare la linfa vitale dello schema Ponzi dell’intero mercato future sull’oro. Anche perché altre volte i tassi Gofo sono andati negativi, ma ogni volta che questo è accaduto si è assistito a un arresto della caduta dei prezzi oppure a un rally: questa volta però i tassi Gofo sono scesi a un livello che non si vedeva dal 2008.

Anche per Deutsche Bank la questione appare strana, visto che «è interessante notare come i tassi swap del benchmark gold-dollar sono stati recentemente trattati in negativo, il che significa che gli investitori stanno pagando per prendere prestito oro… Una serie di fattori potrebbe giocare un ruolo in tal senso, come l’eccesso di liquidità in dollari o l’aumento della domanda di collaterale per far fronte alle nuove regolamentazioni a livello globale». Ma siamo a livelli davvero bassi, visto che il Gofo a un anno ha toccato il livello più basso nel XXI secolo, sfiorando la negatività, un qualcosa di mai accaduto che sembra suggerirci come la scarsità di oro fisico potrebbe andare avanti per parecchio tempo. Come già detto, tassi Gofo negativi ci sono già stati, ma normalmente erano legati a eventi di una certa rilevanza, tanto che la situazione si rinormalizzò in fretta, non essendo di fatto legata a una cronica mancanza di collaterale aureo come sembra invece oggi.

L’esempio più famoso di collasso dei tassi Gofo è quello del settembre 1999, quando il Washington Agreement on Gold impose un limite alle vendite di oro al massimo di 400 tonnellate all’anno, ma parliamo di un’epoca che, per quanto temporalmente vicina, è anni luce lontana dalla situazione di mercato odierna: si viveva in un tempo in cui la primazia della riserva bancaria frazionale era sacrosanta, in cui la bolla dot.com di Greenspan doveva ancora palesarsi e in cui non si immaginava nemmeno che si sarebbero susseguite nell’arco di quindici anni ben tre alte bolle legate al credito facile, un qualcosa che nel 2011 mandò infatti le quotazioni dell’oro ai massimi storici.

Ci fu poi il caso del 2001, quando i rumors di un attacco speculativo contro il mercato dei futures spedì il tasso Gofo a un mese in negativo, ma con quello a tre mesi rimasto positivo, mentre oggi rischiamo la negatività a un anno. L’unica altra volta in cui sia il tasso a un mese che quello a tre andarono entrambi in negativo (il tre mesi, a dire il vero, arrivò a toccare quota 0,05%) fu nel periodo immediatamente seguente al salvataggio di Aig nel novembre 2008 dopo il crollo di Lehman Brothers, con un’altra breve – circa un mese – incursione in territorio negativo nel luglio 2013. Oggi, però, la questione è diversa: sul finire della scorsa settimana, il tasso Gofo a un mese era negativo al peggior livello dal 2001, tutte le scadenze da due a sei mesi erano negative, il Gofo a sei mesi aveva rivisto al rialzo la peggiore striscia negativa nella storia con 11 giorni negativi di fila e addirittura il tasso a un anno era a un sospiro dalla negatività, qualcosa di storico, a solo 0,02667%, come ci mostra il grafico a fondo pagina.

Com’è possibile quindi parlare di carenza di oro, quando il prezzo cala, segnalando mancanza di richiesta o ultra-offerta? Forse ciò che è carente è proprio l’oro disponibile per il mercato repo, ovvero oro che è già stato ri-ipotecato una o più volte: già, perché oltre a Cina e Russia, sia le banche commerciali che quelle centrali basano i loro acquisti sui canali dello shadow banking o altri canali repo per soddisfare le loro necessità di oro, quindi serve di fatto al mercato solo “oro sintetico” e non fisico. Forse, quindi, è proprio questo oro sintetico che sta sparendo dal mercato e potrebbe arrivare il giorno, forse non lontano, nel quale proprio l’operatività delle banche centrali (escluse Mosca e Pechino) potrebbe mostrare al mercato che il Re è nudo, ovvero che c’è mancanza di oro sintetico o “da repo”, spedendo alle stelle il prezzo di quello fisico: ciò che i manipolatori di City e Wall Street non vogliono e che invece è nei piani, segreti, di Vladimir Putin.

 

Il quale, dal canto suo, da venerdì scorso ha un alleato (inconsapevole?) in più in questa battaglia non convenzionale, ovvero l’India, il cui governo, attraverso la Reserve Bank of India, a sorpresa ha eliminato una legge del luglio 2013 sull’importazione dell’oro conosciuta come “80-20”, in funzione della quale il 20% dell’import doveva essere riesportato prima che l’80% venisse rilasciato dal deposito dell’aeroporto o del porto. Una legge nata in ossequio alla lotta al deficit commerciale, ma che di fatto ha portato a un aumento del contrabbando, ora eliminata a sorpresa dal piatto e quindi destinata ad aprire una nuova stagione di acquisti per centinaia di tonnellate di oro fisico che finirà tra Mumbai e Nuova Delhi: perché il prezzo resta così basso, quindi, essendoci tra superpotenze come Russia, Cina e ora anche India pronte a fare man bassa sul mercato mondiale dell’oro fisico?

Forse perché un aumento determinato dal mercato del prezzo dell’oro svelerebbe a tutti la scarsità di oro sintetico e quindi lo stato di salute non proprio eccellente dell’oro di carta e dei suoi cavalieri: se per caso, in Svizzera domenica avesse vinto il “Sì” con ogni probabilità l’intero di meccanismo di soppressione del prezzo dell’oro posto in essere dalle banche commerciali, le stesse già condannate per aver manipolato qualsiasi tipo di mercato, oro compreso ma pur sempre operative, sarebbe saltato in aria. Un qualcosa che nessuno poteva permettersi.

Certo, è vero che l’oro è in territorio ribassista non da qualche mese ma dai massimi del settembre 2011 ed è anche vero che circa 4,41 miliardi di dollari sono usciti dagli Etf e dai mutual funds dell’oro dall’inizio dell’anno, così come altre 3,78 miliardi hanno preso la porta per uscire da fondi legati all’andamento dei mercati preziosi, stando a dati di Jefferies. E poi altrettanto vero che il prezzo in netto calo del petrolio sta ponendo pressione anche sull’oro e sull’intero spettro delle commodities, visto che l’energia rappresenta il costo maggiore a livello di estrazione e trasporto, oltretutto mandando in corto circuito la classifica funzione difensiva dell’oro contro l’inflazione, visto che basso prezzo del petrolio significa bassa inflazione. Tutto vero, ma qualcosa non mi torna lo stesso. Ora vediamo se il prezzo comincerà a far salire i tassi Gofo con lui (dopo un calo del 2%, ieri quando erano in atto le contrattazioni in Europa l’esito del referendum elvetico e il downgrade del rating giapponese operato da Moody’s – capace di spedire lo yen ai minimi da sette anni sull’euro – hanno portato a un aumento del prezzo dell’1% a 1.179 dollari l’oncia, con i futures a consegna dicembre che postavano prezzi a 1.17750 sul mercato Usa), altrimenti avremo la prova provata che è in atto una guerra tra superpotenze utilizzando lo scintillante metallo prezioso come arma di pressione al rialzo dei prezzi, al fine di far implodere il mercato repo su cui si basano non solo gli acquisti delle banche commerciali ma l’intero sistema del mercato futures aureo.

E la prova fino a ieri sera era tutta a mio favore, visto che a metà pomeriggio è stato diffuso l’aggiornamento dei dati Gofo e si è scoperto che il referendum svizzero non aveva affatto alimentato la paura persistente per giorni sui tassi, visto che anche con la vittoria dei “No” e con l’oro spot in risalita ieri il Gofo è un mese è calato ancora e l’intera curva fino al tasso sei mesi era profondamente in negativo, con il Gofo a un anno a soli 0,6 punti base dal suo primo ingresso in territorio di rosso nella storia. Penso che avanti di questo passo, l’aggiornamento di oggi ci dirà che le istituzioni finanziarie si attendano carenza nel gold swap per l’intero anno prossimo. Se non è geofinanza questa, non so cosa lo possa essere. 

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