FINANZA E POLITICA/ Vincitori e vinti dell’ultima “rivoluzione” di Renzi

- Ugo Bertone

Prima della pausa natalizia, il Governo di Matteo Renzi ha approvato delle misure presentate come rivoluzionarie nel panorama italiano. Il commento di UGO BERTONE

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“Si poteva fare di più? Certo. Ma a quelli che ci accusano di far chiacchiere oggi presentiamo testi di legge e provvedimenti sulla carta. A quelli di destra che si lamentano rispondo: ma dove eravate in questi anni? E alla sinistra dico: ci siamo voluti noi per dare ai lavoratori la tutela dell’Aspi”. Attacca così a testa bassa Matteo Renzi (anzi, precisa il premier, “a testa alta”) al termine di un Consiglio dei ministri che, a giudicare dalla durata, non dev’essere stato né semplice, né troppo natalizio. Ma in cui sono maturate novità importanti. A partire dal nuovo regime previsto dal Jobs Act, che segna davvero un cambiamento epocale: d’ora in poi, in caso di contenzioso per un licenziamento (salvo casi ben definiti, non più del 5% sul totale) non sarà più in gioco il reintegro sul posto di lavoro, bensì l’ammontare del risarcimento che sarà compreso da un minimo di 4 mensilità a un massimo di 24. Altro tema “rivoluzionario” il ruolo dell’Aspi. Sarà l’agenzia che dovrà occuparsi della formazione e del reinserimento nel mondo del lavoro dei lavoratori licenziati.

Ma la novità più rilevante, almeno nel prossimo futuro, dovrebbe riguardare la stabilizzazione dei contratti esistenti. Dal prossimo febbraio (il tempo necessario per la pubblicazione dei testi), per un imprenditore sarà più conveniente assumere un lavoratore a tempo indeterminato piuttosto che ricorrere a un contratto di co.co.pro. o a tempo determinato. L’imprenditore potrà risparmiare un buon 30% sul costo del lavoro attivando un contratto a tutele crescenti per i lavoratori che oggi hanno rapporti diversi. Difficile, invece, che il Jobs Act possa innescare la crescita dell’occupazione in assenza di una ripresa della domanda. Ma si avvia un percorso di normalizzazione dei rapporti di lavoro, dopo anni di precarietà per i più deboli.

Queste novità rischiano di essere oscurate dal conflitto politico. Dal primo decreto attuativo emerge il fatto che resta il reintegro previsto dall’articolo 18 in caso di licenziamenti economici illegittimi. La linea di Angelino Alfano e di Ncd, che alla vigilia aveva minacciato lo strappo, esce dunque sconfitta. Nel decreto, infatti, non compare il cosiddetto opting-out, ossia la possibilità per il datore di lavoro di aggirare il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato versandogli un super-indennizzo. “Agendo diversamente – ha spiegato Renzi – avremmo varcato i confini della delega assegnataci dal Parlamento”. A questo punto c’è da attendersi però la reazione del Nuovo CentroDestra. Maurizio Sacconi, in particolare, aveva insistito sul superamento definitivo dell’articolo 18 minacciando altrimenti la caduta del governo “per mancanza di credibilità”. Non è previsto neanche il licenziamento per “scarso rendimento”, ma il datore di lavoro, ha fatto notare Renzi, può comunque intervenire con l’arma del licenziamento economico. Le regole varranno anche per i licenziamenti collettivi.

Che giudizio dare della rivoluzione copernicana? È senz’altro un atto importante, anche se non sarà tuttavia in grado, da solo, di attivare un flusso di investimenti sia da parte delle imprese italiane che degli operatori stranieri. Ma finalmente ci si muove. Va dato atto a Matteo Renzi di aver condotto in porto una partita complessa e decisiva per la credibilità internazionale della maggioranza. Il downgrading dell’Italia deciso da Standard & Poor’s citava, a sostegno dei dubbi sulla capacità di ripresa del Paese, anche la difficoltà a condurre in porto questa riforma.

Non è stata, ovviamente, l’unica novità del Cdm, caratterizzato anche dall’ammissione all’amministrazione straordinaria dell’Ilva, con l’obiettivo di inaugurare per l’impianto di Taranto una soluzione simile a quella adottata a suo tempo da Barack Obama per l’industria dell’auto di Detroit. Speriamo sia un primo passo per aggregare pubblici e privati attorno a un progetto di riscossa dell’apparato produttivo, ormai in ginocchio dopo sette anni di crisi.

Ma forse la novità più rilevante, il vero coup de théatre di Natale, è la nomina di Tito Boeri, bocconiano, firma di prestigio de La Repubblica, alla presidenza dell’Inps. Forse un premio per il sostegno che Boeri ha sempre garantito alla filosofia del Jobs Act, da lui considerato come l’occasione per ridurre il precariato e risolvere il dualismo tipico del mercato del lavoro italiano. Ma va detto che, prima di entrare nel rango dei civil servants, il professor Boeri si è levato la soddisfazione di andare alla carica di alcuni degli ultimi provvedimenti dell’esecutivo. Non ha lesinato critiche al Tfr anticipato in busta paga (provvedimento in pratica inefficace, visto il trattamento fiscale) e si è scatenato sia contro l’aumento della tassazione sui fondi pensione che la soluzione di compromesso, cioè la scelta di esentare dall’aumento delle imposte solo i fondi che investiranno in attività individuate con decreto Mef. “È una scelta molto discutibile – ha scritto su La Voce, il sito che ha animato fin dalla fondazione – La previdenza integrativa serve oggi come strumento di diversificazione del rischio dato che la previdenza pubblica è interamente investita sulla crescita del nostro Paese. Tassare la diversificazione è pericoloso perché spinge le persone che possono farlo ad aumentare i propri risparmi. Detassare solo gli investimenti scelti dal Governo è una forma odiosa di interventismo. Se si dovessero esentare i soli investimenti in Italia, si andrebbe a rischio di infrazione delle regole europee. Preoccupa la filosofia: il Governo sembra convinto che aumentando i costi nell’allocazione del risparmio, si finisca per stimolare i consumi. Il rischio è che invece di investire nei fondi pensione, molte famiglie ricorrano agli investimenti fai da te, magari comprando titoli di stato di Paesi emergenti, o mettendo i soldi sotto il materasso”.

Chissà, forse Boeri potrà contribuire a cambiare la filosofia del governo. In Giappone, uno dei pilastri dell’Abenomics consiste nello spingere i fondi pensione pubblici a investire di più in azioni (giapponesi e non) meno in titoli di Stato.

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