SPY FINANZA/ I grattacapi di Draghi e il rebus delle banche

- Mauro Bottarelli

Il basso livello di inflazione e la situazione delle banche non sono rinfrancanti in un contesto europeo già non facile. La Bce deve intervenire, come spiega MAURO BOTTARELLI

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Mario Draghi (Infophoto)

Una buona notizia. Nell’area euro si è registrato il primo calo significativo del numero di disoccupati dopo una lunga fase di peggioramento. A dicembre il tasso di disoccupazione medio è rimasto stabile al 12%, ma in termini assoluti Eurostat ha contato 129mila disoccupati in meno dal mese precedente. Complessivamente, nell’Unione valutaria ci sono 19 milioni e 10mila disoccupati, comunque sia 130mila in più rispetto a dicembre 2012. Giova ricordare che il tasso di disoccupazione aveva segnato un picco del 12,1% a settembre 2013. Ora, non c’è da fare festeggiamenti eccessivi, uno 0,1% su una mole di senza lavoro simile è davvero un goccia nell’oceano, ma in determinate situazioni, anche quella goccia forse può servire.

Il problema è che a fronte di un piccolo miglioramento, ieri è emerso anche un dato decisamente preoccupante. La lettura preliminare dell’indice dei prezzi al consumo nell’area euro a gennaio ha mostrato una crescita dello 0,7% anno su anno, in calo rispetto al consenso (+0,9%) e al dato definitivo di dicembre a +0,8%, mentre i prezzi dell’energia, sempre a gennaio, sono scesi dell’1,2% a livello annuale. Uno sviluppo che mette ulteriormente pressione sulla Bce e alimenta i timori sui rischi di deflazione, con l’indice che si allontana sempre più da quello che la Banca centrale europea definisce come “stabilità dei prezzi”: inflazione inferiore ma vicina al 2% annuo. Come vi dicevo da almeno un paio di settimane, quello della deflazione è un rischio tutt’altro che peregrino: tre paesi dell’eurozona sono già piombati nel ciclo deflazionistico conclamato, ma se la Bce non si deciderà ad agire, la lista potrebbe allungarsi e includere anche nazioni dal peso decisamente superiore a livello economico di Grecia o Cipro.

Insomma, i dati stanno alimentando l’aspettativa di ulteriori misure accomodanti da parte dell’Eurotower nel meeting di politica monetaria di giovedì prossimo e con un dato inflazionistico simile per Draghi potrebbe essere meno ostico superare le resistenze tedesche. Una cosa è certa, a questo punto e con i timori che giungono dai mercati emergenti: le semplici parole, ancorché minacciose, del numero uno della Bce in conferenza stampa potrebbero non bastare più agli investitori, che iniziano a temere la possibilità di una deflazione come nel 2009. Temo che per la Bce sia davvero giunto il momento di prendere una decisione, in un senso o nell’altro.

Il ventaglio di misure a disposizione di Francoforte resta ampio ma non troppo. Si va dal taglio del tasso di rifinanziamento principale allo 0,1% (dallo 0,25% attuale) all’acquisto di asset delle banche ma occorre essere onesti e sottolineare come i recenti tagli dei tassi di interesse non abbiano sortito gli effetti sperati e anche le due aste di rifinanziamento Ltro hanno solo tamponato una situazione di emergenza riportando la calma sui mercati finanziari ma creando il cosiddetto stigma, ovvero il circolo vizioso tra banche e titoli di Stato (tanto più che una banca come Unicredit deve ancora ridare 21 miliardi alla Bce, mentre Intesa ha ripagato l’intero ammontare ottenuto). Questa volta Francoforte deve necessariamente guardare alla crescita e cercherà di stimolare l’economia reale.

Le opzioni sul tavolo sono tre. La prima, acquisto diretto di portafogli di prestiti delle banche. Si tratterebbe di un quantitative easing all’europea, con la liquidità che potrebbe essere dirottata verso quelle banche che hanno la più alta concentrazione di prestiti in portafoglio, incentivando la riattivazione del credito. Seconda, un’asta Ltro sul modello Funding for Lending Scheme della Bank of England che prevede condizioni di favore, tassi di rifinanziamento più bassi, per le banche che prestano di più. Nemmeno a dirlo, i banchieri fanno notare come questa ipotesi nasconda l’insidia di un innalzamento del rischio di credito in capo a questi ultimi. Peccato che la Gran Bretagna è il Paese che cresce di più e dove la disoccupazione sta scendendo con velocità maggiore: certo, non hanno l’euro ma la crisi l’hanno avuta – e pesante – anche loro. Magari non è solo una coincidenza. Terza, la più improbabile perché la Germania innalzerebbe le barricate, acquisti di titoli di Stato dai portafogli delle banche, senza ovviamente aste di sterilizzazione successive, poiché altrimenti si tratterebbe unicamente di una partita di giro. Ovvero, un quantitative easing in piena regola.

Anche perché, non bastasse la debolezza in sé della cosiddetta ripresa nell’eurozona, ora Draghi si trova a dover fronteggiare altri due fronti di preoccupazione: quello dei mercati emergenti, con i fondi e i titoli di quei paesi che solo la scorsa settimana hanno vissuto un outflow di capitali per 9 miliardi di dollari e quello del “taper” della Fed, il quale oltre a esacerbare il primo problema, resta comunque un’incognita anche per i titoli sovrani della cosiddetta “periferia” dell’eurozona. Se, infatti, le condizioni di mercato dovessero mettersi in modalità “risk off” per il peggioramento delle condizioni globali, non dimenticando l’elefante nella stanza rappresentato dalla Cina, sarebbero i beni rifugio i primi a beneficiare della situazione, ovvero Treasuries Usa, Bund e oro a tutto discapito del debito del Sud Europa, che vedrebbe vanificato il benefico effetto carry-trade di differenziali alti ma non fuori controllo come nel 2011. E la brutta giornata borsistica vissuta ieri è più che un campanello d’allarme. Anche perché ieri non è stata soltanto giornata di dati macro, ma anche di decisioni.

Le banche che parteciperanno all’esercizio di stress dell’Eba dovranno infatti avere un Common equity Tier 1 minimo del 5,5%, che esprime il capitale di migliore qualità, per fronteggiare i rischi nel caso di uno scenario avverso di stress. Una soglia leggermente più bassa di quanto ipotizzato (6%), ma comunque più alta rispetto al precedente stress test del 2011 (5%). L’Autorità bancaria europea ha svelato ieri i primi dettagli dello stress test che si baserà sui bilanci 2013 con un orizzonte temporale teorico di tre anni: partirà a maggio e i risultati verranno pubblicati a ottobre. Alle 124 banche Ue, di cui 15 italiane verrà chiesto di avere un Common Equity Tier 1 dell’8% nello scenario di base. Poi verrà simulata una situazione avversa che metterà sotto pressione i rischi di credito, di mercato, i rischi legati ai titoli di Stato e cartolarizzazioni, ma anche il costo del funding.

I titoli di Stato in portafoglio, il capitolo che maggiormente interessa le banche italiane, dovranno essere valutati a prezzi di mercato (mark to market) solo se destinati al trading o alla vendita, quindi si dovrebbe riuscire a evitare la tagliola peggiore e garantire lo status risk-free di quella carta detenuta in quantità industriale. Per i titoli indicati come Afs (available for sale) c’è infatti sempre il criterio del mark to market, ma l’impatto sul capitale dipenderà dalle scelte fatte dalle autorità di vigilanza. Infine, per i titoli detenuti a scadenza la valutazione avverrà in base a modelli interni di ponderazione del rischio.

In attesa di nuovi dettagli che verranno resi noti la prossima settimana, ieri l’intero comparto bancario europeo si è schiantato: non esattamente un segnale di fiducia. A oggi, gli analisti di Intermonte, citati da MF, ritengono che le banche italiane più grandi supereranno gli stress test senza bisogno di rafforzare il capitale: Intesa SanPaolo è messa meglio di Unicredit e Mediobanca, mentre tra le banche di medie dimensioni, oltre agli aumenti di capitale già annunciati (Monte dei Paschi per 3 miliardi di euro, Banco Popolare per 1,5 miliardi, Carige per 800 milioni e Bpm per 500 milioni), gli esperti della sim ritengono che anche la Banca Popolare dell’Emilia Romagna debba ricapitalizzarsi per 400 milioni di euro. Avete capito ora perché il decreto Imu-Bankitalia doveva per forza essere convertito entro i tempi? Si è trattato, nei fatti, di un aumento di capitale con soldi pubblici per evitare di andare sul mercato ora e arrivare agli stress test con i bilanci in grado di non fallire.

Inoltre, non bastassero i miliardi della rivalutazione quote (7,5, ma le banche avevano chiesto una rivalutazione per 12 miliardi), le quote eccedenti il 3% detenute dalle banche verranno ricomprate da Bankitalia, solo per Intesa e Unicredit sono guadagni per circa 2 miliardi. È vero che su quelle eccedenze ci pagheranno le tasse, ma loro i soldi li prendono subito, mentre Bankitalia quelle quote potrà rivenderle sul mercato ad altri soggetti interessati – forse anche europei – entro tre anni. Non è il primo favore, né sarà l’ultimo alle banche, ma se questo serve a tamponare nuove potenziali crisi, ce ne faremo una ragione, anche gli altri Stati aiutano i loro istituti in difficoltà, Germania in testa. Ora però la Bce deve decidere cosa vuol fare e agire. Le parole e le minacce non bastano più. Sono tempi pericolosi.

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