SPY FINANZA/ Renzi-Berlusconi, “l’accordo” che piace ai mercati

- Mauro Bottarelli

Sui mercati sembra regnare il sereno, specialmente in Europa e nel nostro Paese, alle prese con l’insediamento di Renzi al Governo. Il commento di MAURO BOTTARELLI

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So già cosa penserete dopo aver letto la prossima frase: Bottarelli è paranoico. Non lo escludo, ma quando vedo il prezzo dell’oro sfondare quota 1327,30 dollari l’oncia, ai massimi da tre mesi e mezzo e con un guadagno di 8 dollari l’oncia in apertura di contrattazioni, mi vengono i brividi. Perché mentre il mondo ha fatto sparire dalle pagine dei giornali – non che ci fossero restate per molto – la crisi dei paesi emergenti e il “taper” della Fed, qualcuno sta ammassando posizioni sul bene rifugio per antonomasia, quello che tesaurizza le aspettative di crisi. E questa volta non è un corner, non è una pratica speculativa: si comincia a temere. Vi dico questo perché vedo un po’ troppo entusiasmo in giro, soprattutto in Europa. Entusiasmo che, vi assicuro, nelle sale trading non c’è.

Certo, finché il rally va si resta in giostra, ma il fatto che la Grecia potrà contare su un avanzo primario doppio rispetto all’obiettivo previsto mi fa pensare a due cose. Primo, stanno di nuovo truccando i conti. Secondo, stanno massacrando il Paese per ottenere quell’avanzo in modo da dire addio al pagamento degli interessi a scadenza a maggio, facendo di fatto default tecnico. La voce, che non tiene conto del pagamento degli interessi, dovrebbe superare gli 1,5 miliardi di euro contro le previsioni dello scorso novembre di 812 milioni. Un risultato ottenuto grazie ad anni di tasse in crescita – come possano crescere le tasse in un Paese con il record di disoccupati, pignoramenti, bollette non pagate e quant’altro è un mistero tutto ellenico – e tagli di spesa richiesti dai creditori internazionali per riuscire a ottenere 240 miliardi di euro in due piani di salvataggio combinati. Guarda caso, la Grecia potrà metter mano a questo surplus non prima di aprile, quando l’Eurostat certificherà i dati: gli 11 e rotti miliardi di interessi da pagare sui titoli scattano a maggio.

Venendo all’Italia, il quadro non cambia, è sempre una sciarada. Ieri era il giorno di Matteo Renzi al Quirinale, dove ha ricevuto e accettato con riserva l’incarico di formare il nuovo governo. La Borsa di Milano era partita in rialzo, ma più che altro per l’effetto dell’upgrade di Moody’s dell’outlook sul nostro debito, che ha fatto calare lo spread a 191 punti base e poi è restata guardinga per tutta la durata del colloquio. Oltre un’ora, al termine del quale Renzi ha di fatto reso nota una sorta di road map di quelli che sarebbero gli obiettivi dei primi tre mesi di governo ma anche fatto intendere che il percorso è ancora lungo e che una soluzione lampo per la creazione dell’esecutivo è da escludere.

All’ora di pranzo si virava in frazionale negativo, di fatto però in scia con tutta l’Europa che, tranne Londra, scontava una giornata in cui gli operatori non riuscivano a trovare una direzione e quindi restavano guardinghi: poi, calma piatta sulla parità, salvo chiudere tutti in rialzo. Lo spread, invece, inchiodato: insomma, il rischio Paese questa crisi non lo sconta. Almeno per ora. Io penso che non lo sconterà ancora per un po’, per il semplice fatto che a mio avviso – al di là di riforme e privatizzazioni – l’Europa (leggi la Merkel e Draghi) si aspetta da Renzi una missione: contenere il voto euroscettico in Italia, visto l’enorme successo nei sondaggi della Le Pen in Francia e la tentazione che Silvio Berlusconi potrebbe avere di saltare sul cavallo di Troia dell’euro per dimostrarsi ancora vivo e in sella fino a maggio.

Scossoni, quindi, potrebbero essere controproducenti, soprattutto dopo la querelle Friedman. Non a caso, interpellato ieri sull’evoluzione della crisi politica italiana, il presidente dell’Eurogruppo, Dijsselbloem, ha dichiarato: «Seguo da vicino gli sviluppi politici in Italia, mi auguro che si insedi il nuovo governo il più presto possibile, la stabilità politica è importante, l’Italia deve migliorare la competitività dell’economia e come ogni Paese deve fare ciò che deve fare». È un enorme gioco delle parti, economico forse prima che politico: da qui a tre mesi ci sono le nomine dei leader di aziende pubbliche, i cosiddetti boiardi di Stato e certe governance pesano più di un ministero.

Ora le carte devono essere messe sul tavolo. Da tutti. E, paradossalmente, l’alleato più fedele su cui può contare Matteo Renzi è proprio Silvio Berlusconi. Non lo dico io, ma molti analisti, a detta dei quali la compatibilità tra i due e l’interesse di Al Jazeera al calcio europeo, che potrebbe includere una partnership con Mediaset per la pay-tv, tengono accesi gli acquisti sul titolo del Biscione a Piazza Affari. L’azione, fin dalle prime battute di ieri, è stata su di giri arrivando a metà mattina al +2,88% a 4,284 euro, dopo aver toccato un massimo a quota 4,32 euro, livello che non vedeva da maggio 2011: calcolando poi che il titolo Mediaset sconta già oggi quasi 1 miliardo di euro di incremento della capitalizzazione di mercato.

Lo so, non è politica, ma conta forse più della politica. Certamente più di certe consultazioni inutili o inutili contrapposizioni: NCD, Scelta Civica, Udc e Popolari per l’Italia sono avvertiti, se non si trova l’accordo, a Renzi conviene sparigliare, fare la leggere elettorale con Forza Italia che non aspetta altro, mettere Napolitano di fronte al fatto compiuto e andare al voto. Se trovano l’accordo, al Senato il gruppo di Forza Italia sarà la stampella del governo, uscendo dall’aula – la classica necessità di andare al bagno di massa – quando servirà abbassare il numero legale: meglio non tirare troppo la corda, quindi, perché la situazione è sì complicata e fluida ma meno di quanto appaia.

Berlusconi ha due obiettivi: mantenere calme le acque per le sue aziende in Borsa e ottenere un buon risultato alle europee, ipotesi che di fatto lo riaccrediterebbe come leader nonostante la decadenza e i servizi sociali, ammesso che arrivino entro il voto. E a Matteo Renzi questo potrebbe non dispiacere. Anzi, potrebbe rivelarsi strumentale se messo alle strette. Quel prezzo dell’oro di cui vi parlavo all’inizio resti un monito: le cose non vanno come mi dicono. Nemmeno per sogno: il nostro spread – e peggio quello spagnolo a 184 – non è lo specchio dei dati macro, in perenne peggioramento. Basta un attimo.

E ricordate che se l’Italia fa le bizze politiche, la Germania si è già portata avanti con il lavoro: la Corte di Karlsruhe chiamata a esprimersi sul fondo Omt della Bce per gli acquisti obbligazionari ha raggiunto un verdetto, il quale sarà però reso noto ad aprile. Il perché è presto detto: ha chiesto a un comitato di auditors esterni di valutarne i contenuti. Ho chiesto con una mail all’ufficio stampa della Bundesbank se fosse vero che gli auditors fossero suoi membri o da essa indicati: la prima addetta stampa mi ha risposto di non essere in ufficio e di rivolgersi alla collega. La quale non mi ha proprio risposto.

Attenzione, stavolta la Germania è pronta allo scontro frontale: non a caso, nel pomeriggio di ieri, è apparsa e poi sparita una dichiarazione del membro del board della Bce, Ewald Nowotny, il quale attaccava la decisione della Corte tedesca di ritardare il verdetto, dopo che già cinque giorni lo stesso governatore della Banca centrale austriaca avesse sottolineato come la decisione di Karlsruhe non danneggerebbe comunque l’Omt, «un programma importante». Importante non in sé, ma perché temo che all’Eurotower sappiano come esista il rischio che vada utilizzato in tempi non poi così distanti. Ripeto, attenzione che questa volta i giochini di palazzo potrebbero costarci cari. Come l’ultima sparata dell’ex (grazie al cielo) ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, all’Ecofin di ieri, dove ha avuto la brillante idea di andare a levarsi macigni dalle scarpe sulle politiche di austerity. Un timing perfetto, non c’è che dire. Schaeuble non ha affatto gradito. 

 

P.S.: Quando l’articolo era già stato inviato in redazione, ho ricevuto la risposta della Bundesbank, la quale ha decisamente negato l’esistenza stessa di auditors esterni, ribadendo che il verdetto della Corte è stato inviato alla Corte Europea di Giustizia a causa delle divergenze tra i due principali legislatori di Karlsruhe nel giudizio. Prendo atto. A ogni modo, la sostanza cambia poco. Il primo avvertimento è stato inviato. E bello chiaro.

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