SPY FINANZA/ Così Ucraina e Russia possono sconvolgere i mercati

- Mauro Bottarelli

La situazione in Ucraina è di calma apparente, ma non si può certo ancora parlare di normalità. MAURO BOTTARELLI ci spiega cosa potrebbe succedere a livello geo-economico

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(infophoto)

Dunque, il presidente ucraino Yanucovich ha abbandonato Kiev per una città orientale del Paese dopo aver tentato di raggiungere la Russia, la pasionaria Yulia Tymoshenko ha lasciato il carcere dopo due anni e mezzo di prigionia e mentre ancora il mondo si batteva la spalla per l’accordo farsa dell’altro giorno, il Parlamento di Kiev votava a grande maggioranza – 328 sì su 450 – per la rimozione del presidente e per l’indizione di elezioni anticipate il 25 maggio prossimo. Nel frattempo i ribelli, dichiaravano di aver conquistato il controllo della capitale, nei fatti scatenando le ire di Mosca. Attraverso il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, i russi chiedevano prima a Germania, Francia e Polonia di intervenire sull’opposizione, la quale non avrebbe adempiuto alla propria parte di obblighi previsti dalla tregua e poi denunciavano come la stessa opposizione «minaccia la sovranità e l’ordine, essendosi posta al traino degli estremisti». Insomma, se non è il caos, poco ci manca.

Ma come stanno reagendo i mercati a questa situazione? «Questa è improvvisamente passata dall’essere una storia nazionale ucraina a uno scontro geopolitico», ha dichiarato Lars Christensen, di Danske Bank, ricordando come il rublo russo sia sceso al minimo record contro l’euro, con il contagio che negli ultimi giorni ha raggiunto la Polonia, l’Ungheria e la Romania. «I movimenti in Russia sono molto simili a quelli verificatisi durante la guerra in Georgia, nel 2008. I mercati stanno scontando il rischio di un intervento russo», ha proseguito Christensen, lasciando aperto lo spettro di un qualcosa di peggiore. Per Regis Chatellier di Société Générale vi «è un alto rischio che l’Ucraina possa dichiarare default sul proprio debito sovrano di 60 miliardi di euro, innescando uno shock del credito per le banche russe». Sberbank e VTB sono entrambe grandi detentrici di obbligazioni ucraine e verso la metà della scorsa settimana, spaventata dalle prime bank-run, la prima ha congelato la possibilità di prelevare denaro dalle proprie filiali nel Paese. Ma non solo, fondi obbligazionari dei mercati emergenti globali – già in crisi per il “taper” della Fed – detengono il 3% del loro portafoglio in debito ucraino.

Per Chatellier, «le ricadute di un default ucraino sarebbero significative, anche se non di tipo sistemico». Ma c’è di più. La decisione della scorsa settimana della roccaforte nazionalista ucraina di Lvov di dichiarare l’indipendenza da Kiev, di fatto del tutto formale, ha alzato la posta, creando un clima di volatilità, poiché l’ipotesi che va profilandosi è che l’Ucraina sia sull’orlo della divisione in due del Paese, una secessione basata interamente sulla lingua, con la popolazione russofona nella parte orientale del Paese e quella maggiormente legata all’Est Europa in quella occidentale, come ci mostra questa mappa.

Non stupiamoci se nella City si comincia a temere – prendendo le contromosse – un epilogo di stampo jugoslavo per la crisi. E l’economia sta precipitando. Le riserve in valuta estera dell’Ucraina sono a livelli minimi, anche perché la Russia ha finora mantenuto a galla il Paese con un prestito da 3 miliardi di dollari, la prima tranche di un bailout da 15 miliardi di dollari in totale, ma gli ulteriori pagamenti sono ora più che mai in dubbio, visto che fin dal giorno della cosiddetta “tregua” Mosca ha detto chiaro e tondo che una qualsiasi concessione ai ribelli contro il legittimo governo di Yanucovich sarebbe stata vissuta come un attacco alla sovranità, atto che bloccherebbe immediatamente il piano di aiuti concesso non più tardi di due mesi fa.

Dal canto suo, la Russia si trova di fronte alla scelta tra subire grandi perdite da un default o spendere sempre di più per sostenere l’economia dell’Ucraina, in un momento nel quale la stessa Mosca è già pericolosamente vicina alla recessione. La produzione industriale si è contratta nel corso dell’ultimo anno e gli investimenti fissi sono diminuiti del 7%: «Pensiamo che la Russia è la più esposta. L’avanzo delle partite correnti è sceso molto bruscamente», ha dichiarato Liza Ermolenko di Capital Economics. La Russia ha quasi 500 miliardi di dollari di riserve in valuta estera – è al terzo posto per l’ammontare di riserve nel mondo – ma queste non possono essere facilmente impiegate in una crisi economica.

Tanto più che la storia insegna e il Paese ha imparato nel modo più duro questa lezione nel biennio 2008-2009, quando un’azione di questo genere generò un devastante effetto collaterale di stretta monetaria: la banca centrale bruciò fino a 200 miliardi di dollari per sostenere il rublo, ma nel processo distrusse parte del sistema bancario russo. Finora la banca centrale è intervenuta con cautela sui mercati dei cambi nelle ultime settimane, ma se il rublo crolla può sentirsi tentata di andare oltre: «Pensiamo che una simile difesa potrebbe diventare molto costosa per l’economia russa», ha reso noto Danske Bank in una nota.

Forse chi fomenta la piazza in Ucraina punta proprio a questo, costringere Mosca a esporsi a tal punto da pagare le conseguenze a livello di economia interna: non sarebbe la prima volta che si utilizza la reazione a catena per colpire qualcuno. A oggi la Russia è pressoché sfuggita alla prima ondata della crisi dei mercati emergenti – acuta invece per paesi come Turchia, Sudafrica e Brasile con ampi disavanzi correnti – ma ora è divenuta l’epicentro della crisi, scontando come catalizzatore non tanto e non solo la realtà macro all’interno dei Brics, bensì le preoccupazioni che si riverberano dalla variabile geopolitica tutta interna. Solo quest’anno, inoltre, il rublo si è già svalutato del 10% contro il dollaro e molti specialisti di economia macro stanno cominciando a descrivere quello ex-sovietico come un caso da manuale di “malattia olandese”, ovvero basato sull’eccessiva dipendenza economica da petrolio e gas a discapito della produzione manifatturiera.

Come scrissi qualche settimana fa, anticipando il fatto che il risiko ucraino potesse in realtà tramutarsi in una mossa geopolitica per mettere in scacco – o quantomeno indebolire molto – Vladimir Putin, il break-even petrolifero è vitale per il mantenimento dell’equilibrio della bilancia commerciale russa: esso richiede prezzi del greggio sopra i 110 dollari – per l’esattezza 117 dollari, il punto di equilibrio perfetto -, lasciando così Mosca fortemente vulnerabile a un eventuale forte aumento della produzione da Iran, Iraq e Libia che quest’anno porti a un drastico calo dei prezzi, ipotesi che pare all’orizzonte sul medio termine.

Oltretutto la crisi ucraina sta avvenendo in un contesto di già elevato stress per i mercati emergenti, con la Federal Reserve e la Banca Centrale cinese impegnate in politiche monetarie più restrittive, la prima nel contesto del “taper”, la seconda per tamponare la bolla del credito e l’enorme massa di liquidità fuori controllo del sistema bancario ombra, il quale la settimana scorsa ha conosciuto i suoi primi due default controllati. Nemmeno a dirlo, questo tipo di politiche impone a una serie di paesi di contrarre simultaneamente per cercare di sostenere le loro valute, questo però in un contesto di rallentamento già avviato dello loro economie.

Il Fondo monetario internazionale ha detto in un rapporto per il vertice del G20 di questo fine settimana che i problemi dei mercati emergenti sono il rischio più critico per la ripresa globale, avvertendo che una tripletta di «deflussi di capitale, tassi di interesse più elevati e forte deprezzamento della moneta potrebbe innescare una crisi del debito delle società». Société Générale ha reso noto in un nuovo rapporto che nel corso degli ultimi 20 anni i mercati emergenti sono cresciuti dal 18% della produzione mondiale al 40%, il che significa che un vasto sconvolgimento in questi paesi oggi avrebbe «conseguenze molto maggiori per l’economia globale». Tant’è che Société Générale ha reso noto come una prosecuzione a oltranza della politica cinese di contrazione avrebbe pesanti conseguenze per gli esportatori di materie prime e ha consigliato i clienti di prepararsi quest’anno a un crollo nei titoli azionari dei mercati emergenti del 30% o più. Insomma, uno scenario nello scenario.

Ora, non mi appassionai alle cosiddette “primavere arabe”, quindi figuriamoci se riesco a parteggiare per un colpo di Stato esogeno alle porte dell’Europa. Yanucovich era ed è certamente un despota, ora le immagini della sua reggia da mille e una notte lo stanno dipingendo agli occhi del mondo come un satrapo affamatore di popolo, ma attenzione: chi sono i ribelli in passamontagna che puntano a sostituirlo? Chi ha guidato la protesta? Chi ha fatto arrivare armi da guerra in piazza, armi da squadre speciali e non in dotazione a polizia o esercito ucraino? E la stessa Tymoshenko, è il fiore di campo che la pubblicistica liberal ci dice o, semplicemente, niente’altro che il frutto legittimo della stagione degli oligarchi, con tanto di condanne per malversazione, che ha avuto l’unico merito di saper scendere dalla giostra del potere un minuto prima degli altri e riciclarsi come pasionaria? Vi invito a leggere attentamente il suo curriculum, dagli studi in economia al matrimonio con un alto papavero dell’allora partito comunista alla guida della principale azienda energetica di Stato: avrete delle belle sorprese.

Certo, il popolo ucraino ha il diritto di autodeterminarsi nelle sue scelte politiche interne, ci mancherebbe ma io ho – e mi piacerebbe, l’intera Europa – il sacrosanto diritto/dovere di preoccuparmi per chi andrà a gestire, in un futuro molto prossimo, la situazione che vedete graficizzata qui sotto. Lo so, sono poco idealista e romantico. Ma per quello potete comprare “Repubblica” o “Internazionale”: io tendo a dire le cose come stanno e a preoccuparmi che non mi arrivi il gas il prossimo inverno.

 



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