SPY FINANZA/ La mano “invisibile” di Renzi nelle tasche degli italiani

- Mauro Bottarelli

Il programma economico di Matteo Renzi punta molto sull’uso delle risorse della Cassa depositi e prestiti: ovvero i risparmi postali degli italiani. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Cronache di una ripresa annunciata. Nel 2013 le vendite al dettaglio in Italia sono crollate del 2,1% rispetto all’anno precedente: si tratta del calo annuo più forte di sempre, ovvero dal 1990 (inizio delle serie storiche comparabili), mentre il 2012 si era chiuso con un calo dell’1,7%. Il dato reso pubblico ieri dall’Istat è una sintesi della flessione dell’1,1% per i prodotti alimentari e del 2,7% per i prodotti non alimentari: per i primi si tratta del ribasso annuo più forte dal 2009. Ma c’è ripresa, tranquilli. Nonostante il Natale, nel solo mese di dicembre le vendite al dettaglio sono scese su base annua del 2,6%, ha rilevato l’Istat, sintesi di una diminuzione del 2,3% per le vendite di prodotti alimentari e del 2,7% per quelle di prodotti non alimentari. A dicembre, rispetto al mese precedente, l’indice destagionalizzato delle vendite al dettaglio è calato dello 0,3%, mentre nella media del trimestre ottobre-dicembre, l’indice ha registrato una flessione dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti. Ma c’è ripresa, tranquilli.

In pratica, lo scorso anno sono aumentati solo gli acquisti di prodotti alimentari low cost nei discount (+1,6%), ma in parallelo sono saliti anche a 534 gli allarmi alimentari in Italia: +3% rispetto all’anno precedente e soprattutto +14% rispetto a prima della crisi nel 2008, quando erano stati 468. Se non è ripresa questa, ditemi cosa può esserlo. Anche perché la fiducia dei consumatori in Italia non sta affatto migliorando. Anzi, è scesa a febbraio a 97,5 da 98 di gennaio, mentre gli economisti dell’ottimismo facile si aspettavano un indice a 98,5. A questo punto, hanno avvertito Federconsumatori e Adusbef, in assenza di interventi mirati, la contrazione dei consumi proseguirà anche quest’anno, con una flessione stimata dell’1,1%, pari a una minore spesa complessiva delle famiglie di 8,1 miliardi di euro. Se si allarga poi il panorama all’ultimo triennio, la diminuzione della spesa delle famiglie è pari a circa 65,7 miliardi. Ma ripeto – e la mia non è ironia – c’è ripresa, cari lettori.

Lo testimonia il fatto che ieri mattina, in perfetta contemporanea con la pubblicazione di questi dati, il Tesoro abbia collocato tutti i 2,5 miliardi di euro di Ctz (scadenza dicembre 2015) con un rendimento sceso sotto la soglia dell’1%, al minimo storico dello 0,822% rispetto all’1,031% dell’asta precedente. Buona la domanda pari a 4,293 miliardi, 1,72 volte l’offerta. Inoltre, via XX settembre ha anche piazzato un miliardo di euro di Btp indicizzati all’inflazione dell’eurozona, con tassi in calo all’1,2% dall’1,39%. Signori, per i Ctz stiamo parlando di un calo di circa 20 punti base con domanda rimasta stabile: manco fossimo la Svizzera!

E i nostri soci iberici? Ieri anche il Tesoro spagnolo ha collocato titoli a tre e nove mesi per un totale di 3,06 miliardi di euro, registrando un deciso calo dei rendimenti. Nel dettaglio, sono stati collocati buoni a tre mesi per 890 milioni di euro a un tasso dello 0,170%, da confrontare con lo 0,343% dell’asta precedente e buoni a nove mesi per 2,17 miliardi di euro, con un tasso sceso dallo 0,655% allo 0,457%. Bene la domanda pari a 3,7 volte l’offerta (5,2 nell’asta precedente) per i titoli a tre mesi e a 2,4 volte l’offerta (2,2 nell’asta precedente) per quelli a nove mesi. Altra Svizzera, col tasso di disoccupazione più alto dell’Ue dopo la Grecia e le sofferenze bancarie al 13% del totale. Oggi sarà la volta dei Bot semestrali, offerti per 8,5 miliardi, mentre domani sarà il turno del medio-lungo termine, con un’offerta compresa tra 7 e 9 miliardi, comprensiva del nuovo decennale. E sgombrando il campo dalle ironie, Matteo Renzi non c’entra: qui ormai il mercato obbligazionario sovrano va con il pilota automatico, della realtà macro dei Paesi se ne frega bellamente.

Per quanto ancora, però? Molto dipende da fattori esogeni: il rallentamento della Cina e i suoi guai con il sistema bancario ombra, tali da far intervenire ieri la Banca centrale che ha svalutato lo yuan al massimo da venti anni a questa parte, la gestione da parte della Fed del “taper” a fronte di dati macro Usa abbastanza da mani nei capelli (rallentamento del mercato immobiliare confermato ieri dal dato Case Shiller, declino della produzione industriale, crollo della fiducia del consumatori e netto calo della vendita di auto), lo svilupparsi della crisi dei mercati emergenti e non ultima la questione ucraina, con Kiev che sta per aprire le porte al Fmi su pressioni Usa e britanniche e il rischio sempre più concreto di una seria destabilizzazione dell’economia russa.

Ma poi mi chiedo, nessuno ha sentito suonare un campanello d’allarme sentendo parlare Matteo Renzi al Senato? Al di là del fatto che ha enunciato un programma economico il cui costo varia tra i 100 e i 120 miliardi di euro, nessuno ha avuto il piacere di sentire parlare di una singola voce di copertura di quelle spese, se non l’utilizzo differente rispetto al passato della Cassa depositi e prestiti. La quale, cari lettori, non è una banca privata particolarmente generosa, quasi etica ma l’insieme dei risparmi postali dei cittadini italiani, ovvero i soldi depositati presso sportelli delle Poste dai cittadini-contribuenti. I quali, magari, saranno anche felici che il governi paghi in modo “to-ta-le” i debiti della Pubblica amministrazione alle imprese, ma siamo sicuri che festeggeranno sapendo che questo verrà fatto con i loro risparmi? Non sentite puzza di prelievo forzoso sotto mentite spoglie? Oltretutto, per utilizzare la Cassa depositi e prestiti come un bancomat – o come una nuova Iri, fate voi – occorre cambiarne lo statuto: lo farà il governo? In Parlamento? Lo farà per decreto, magari una furbata come quella che accorpò Imu e decreto Bankitalia, sfruttando il vulnus offerto dall’interpretabilità del cosiddetto requisito di urgenza?

Direte voi, va bene “il nuovo che avanza”, ma se tocca i depositi postali, anche il buon Renzi si ritrova le barricate. No, se a fronte dell’utilizzo di quei fondi – che so – emette obbligazioni con garanzia governativa come collaterale a tutela dei correntisti: i quali si troveranno con della carta da parati a garanzia formale dei loro risparmi, ma con lo spread basso e le aste piene, l’inganno del grande affare sarà perfetto. In compenso, magari, lo Stato tasserà quei titoli non più al 12,5% ma magari al 15%, facendo altra cassa. Non vedo altro modo per poter agire, stante i forzieri vuoti dello Stato, non da oggi – il primo a gridare che il Re era nudo fu Tremonti nel 2011 – e la necessità per il nuovo governo di fare qualcosa di concreto e in fretta: solo per la questione debiti della Pa, siamo nell’ambito di circa 70 miliardi di euro (pregressi, più quelli che stanno divenendo e crescendo come debiti in questo momento), a fronte di un Paese che ha dovuto fare i salti mortali per trovare 3,5 miliardi per evitare il pagamento dell’Imu.

Un Paese fermo, come certificano le previsioni d’inverno pubblicate ieri dalla Commissione europea, che ha rivisto leggermente al ribasso la crescita del Bel Paese nel 2014, ora è stimata dello 0,6%, mentre nelle scorse previsioni pubblicate a novembre era prevista a +0,7%. Non è stata invece cambiata la previsione sulla crescita del Pil italiano nel 2015 che rimane dell’1,2% e anche il dato sul calo del Pil nel 2013 è stato ritoccato al ribasso: non più -1,8% ma -1,9%. A frenare l’economia italiana, sottolinea la Commissione Ue, è stato finora il forte calo della domanda domestica dovuta alle difficili condizioni di finanziamento e all’incertezza che ostacola consumi e investimenti. La ripresa di quest’anno dipenderà dall’aumento della produzione industriale, che trainerà anche i servizi, in seguito al rafforzarsi della domanda esterna e degli ordini per le esportazioni.

A fronte di una debole ripresa dell’economia italiana e di un tasso di disoccupazione che quest’anno sarà pari al 12,6%, superiore rispetto al 12,4% previsto prima ma inferiore rispetto al picco del 12,8% registrato a novembre, e l’anno prossimo scenderà meno delle attese al 12,4% (era al 12,1%), l’esecutivo Ue ha però migliorato le stime sul deficit italiano: dopo il 3% del 2013, quest’anno calerà al 2,6% del Pil contro il 2,7% stimato a novembre e ancora nel 2015 al 2,2% (era al 2,5%). Infine, sono state migliorate anche le previsioni sul debito italiano. Infatti, nel 2013 è ammontato al 132,7% del Pil contro il 133% delle previsioni di novembre e sarà pari al 133,7% quest’anno, quando era previsto al 134%, per scendere al 132,4% il prossimo (133,1% stimato lo scorso autunno). Cifre che piacciono tanto ai burocrati di Bruxelles, ma che non cambiano la realtà dei fatti: a quali conseguenze ci ha portato la politica finora adottata per restare sotto il fatidico e mitologico 3% della ratio deficit/Pil? Alla distruzione del tessuto economico, al crollo della domanda interna e dei consumi, al prosciugamento del credito, alla contrazione generale di tutte le voci legate alla produzione.

E, attenzione, il nuovo corso renziano – da questo punto di vista – sarà gestito da Pier Carlo Padoan, uomo assolutamente in linea con le politiche di rigore, quindi totalmente in continuità ideologica con gli Olli Rehn e con i Wolfgang Schauble del caso: capite ora perché si punta sulla Cassa depositi e prestiti? È la nuova logica europea, non solo i fallimenti bancari ma anche le politiche attive vengano finanziate dai risparmi privati, stante l’impossibilità di infrangere qualsivoglia totem di stabilità finanziaria europeo e non potendo chiedere soldi alle banche, conciate come sono in vista degli stress test e già troppo impegnate a comprare debito pubblico con il badile. Non a caso, ieri proprio Olli Rehn ha espresso fiducia nel nuovo governo italiano, sottolineando il ruolo di Padoan e il fatto che, forte della sua esperienza all’Ocse, «sa cosa bisogna fare».

Bene, siamo ufficialmente commissariati, tanto vale saperlo prima. La missione del dicastero di via XX Settembre è una e una sola: abbattere lo stock di debito. E, state certi, non agirà sul denominatore della crescita per farlo. 

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