SPY FINANZA/ Italia, il “gioco d’azzardo” che piace agli speculatori

- Mauro Bottarelli

In Italia, come in altri paesi periferici europei, si registra un buon andamento di spread e indici azionari. MAURO BOTTARELLI ci spiega il perché di questa situazione

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Missione compiuta. Ieri il Tesoro italiano ha collocato Bot a sei mesi per 8,5 miliardi di euro, con il rendimento sceso allo 0,455%, nuovo minimo dall’introduzione dell’euro: martedì in chiusura sul grey market il titolo dava un’indicazione di rendimento pari allo 0,469%. Durante il collocamento di Bot semestrali dello scorso gennaio il rendimento si era attestato allo 0,59%. Stabile la domanda, pari a oltre 1,4 volte l’offerta. In compenso, sempre ieri si è registrata ancora un’asta “tecnicamente non coperta” per la Germania. Il Tesoro tedesco ha infatti collocato nuovi Bund, scadenza agosto 2046, per 2,438 miliardi a fronte di un importo offerto per 3 miliardi e richieste per 2,794 miliardi: il rendimento medio si è attestato al 2,53%.

Oggi sarà il turno del medio lungo, quando il Tesoro italiano collocherà tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro in Btp a 5 anni e tra 3,5 e 4 miliardi di euro nella nuova linea decennale. E questa mattina c’è chi si attende il colpaccio: per il nuovo titolo, che avrà cedola 3,75%, si calcola infatti un rendimento in asta pari o inferiore al 3,68%, ovvero lo yield più basso dalla fine del 2005. Questo, nonostante il nuovo governo continui a discutere su un aumento della tassazione delle rendite finanziarie, con il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, cauto sul trattamento fiscale applicato ai Bot, ma non certo avvezzo a una chiusura totale sulla rimodulazione delle aliquote: «C’è spazio per un aumento delle rendite finanziarie, non direi sui Bot ma sulle rendite finanziarie pure per abbassare il costo del lavoro. L’Italia ha la tassazione sul lavoro più alta d’Europa e ha una tassazione sulle rendite finanziarie tra le più basse». “Non direi sui Bot”: speriamo, ma resta il fatto che a ogni piè sospinto da Palazzo Chigi si fa notare che l’aliquota italiana sui titoli di Stato è oggi al 12,5% contro la media europea del 25%. Vedremo.

Dunque, quale morale dobbiamo trarre da questi due dati? Semplice, l’Italia è attrattiva per gli investitori e la Germania no. Questione di rendimenti? Di modalità risk-on per gli investimenti? Per le prospettive di crescita? Il problema, a mio avviso, è che in circolazione c’è ancora troppa liquidità scadente e in eccesso, quindi si sale in giostra per ottenere il massimo di rendimento, lasciando parcheggiati i beni rifugio per tempi peggiori. Il problema è uno solo: quando arriveranno i tempi bui? Quanto potrà spingersi ancora questo rally?

Mettiamo le cose in prospettiva, ovvero facciamo parlare le cifre. A Londra in questi giorni c’è eccitazione attorno all’indice Ftse 100, su dell’1,3% da inizio anno e a detta di alcuni pronto a sfidare i massimi del 1999, quando toccò i 6930 punti. Noccioline. Basta prendere i dati della Russell Investment, un’azienda di asset management tra le più famose al mondo, usciti freschi freschi l’altro giorno per rendersi conto che i soldi veri stanno altrove. Dove? Portogallo, Italia, Irlanda e Grecia. Già, la rivincita dei Piigs, le cui piazze finanziarie sono le top performers europee del 2014. La Russell Investment, infatti, gestisce fondi dedicati agli indici specifici della varie nazioni, che tracciano le performance dei relativi mercati azionari. E volete sapere chi sta facendo fare affari d’oro agli investitori da inizio anno? L’Aex di Atene, con un rotondo +9,4% dal 1° gennaio a oggi, poi il Psi 20 portoghese con un +8,5% e il Ftse Mib con un bel +8,3%. Segue la Spagna con l’Ibex 30 ancora a un più scarso ma sempre positivo +2,3%.

Lo scorso anno, Grecia e Irlanda, di fatto due paesi usciti dall’inferno della recessione, hanno garantito profitti attraverso i loro indici del 35%. Per molti fund managers, questi Paesi hanno valutazioni ancora basse e quindi sono un ottimo investimento a lungo termine. Già, nonostante i livelli di debito altissimi e l’alto tasso di disoccupazione, gli esperti si basano unicamente su un dato: il prezzo dei titoli in quelle nazioni sono ancora bassi rispetto a quelli di economie europee più stabili come la Germania e quindi offrono guadagni potenziali più alti sul lungo termine. Per Wouter Sturkenboom, esperto di portafogli di investimenti alla Russell Investments, non ci sono dubbi: «Le performance da inizio anni di Grecia, Portogallo e Italia ci indicano chiaramente che gli investitori hanno sempre maggiore fiducia nell’investire i loro soldi nei titoli trattati sulle piazze finanziarie di quei paesi».

D’altronde, le cifre che vi ho elencato prima parlano da sole. Ve ne do altre per completezza. Nel Russell Index, dopo l’Italia, al quarto posto c’è l’Irlanda con un +7,6% da inizio anno, poi l’Austria con il +4,6%, la Spagna già citata, seguita da Francia a +1,9%, la Finlandia a +1,5%, l’Olanda a +1,5%, la Germania a+1,1% e il Lussemburgo a -2% di performance da inizio anno. Il Russell Eurozona Index è quindi a +2,3% dal 1° gennaio a oggi. Ma cosa dicono anche gli esperti al riguardo? Che investire in questi mercati non è scommessa per cuori deboli, visto che se anche le azioni sono trattate ancora a prezzi bassi, il rischio di perdere soldi è molto alto, quindi si invita a investire nei cosiddetti Piigs solo una piccola porzione del proprio capitale. E solo se si è pronti a giocare d’azzardo.

Una di queste persone è Juliet Schooling Latter della Chelsea Financial Services di Londra, che definisce «impavidi» gli investitori che mettono soldi nei mercati del Sud Europa e li invita a dare una bella occhiata prima di lanciarsi in fondi che stanno scommettendo sull’Europa periferica, come il Franklin European Opportunities e l’Argonaut European Alpha. Quest’ultimo è gestito da Barry Norris, tanto spavaldo da gestire in portafoglio titoli di banche greche come la National Bank of Greece e la Piraeus Bank, istituti che nel 2012 stavano per fallire e che sono stati salvati con soldi dell’Ue: roba da infarto, ma alla fine ha fruttato palate di soldi. E Norris non molla nemmeno per il 2014: «Il momento migliore per investire in una nazione è quando l’economia sta emergendo da una recessione e la cattive notizie sono tutte nello specchietto retrovisore». Per chi invece vuole rischiare ma non proprio l’osso del collo ci sono i tracker funds, ovvero fondi che replicano l’andamento di un determinato indice di Borsa, come quelli gestiti da BlackRock, Vanguard o dalla stessa Russell Investments, tutti orientati verso le piazze finanziarie dell’Europa periferica.

Ora la questione è: per quanto la sponda della Bce manterrà in vita il rally? E, soprattutto, quanto altro tempo servirà prima che gli investitori si rendano conto che i prezzi dei titoli non sono più così a buon mercato se bilanciati al rischio Paese? Io dubito fortemente che la Grecia possa replicare il +35% dello scorso anno, stante le richieste avanzate lo scorso weekend dalla troika per veder sbloccati i nuovi fondi – riforme strutturali, tra cui il problema della vendita dei farmaci per i quali non è necessaria la ricetta medica, la questione della durata del latte fresco (scadenza breve) e il prezzo dei libri – e le necessità di circa 11 miliardi entro maggio per pagare gli interessi sui titoli di Stato che vanno a scadenza (e che quindi entreranno e usciranno dalla casse statali stile “sliding doors”, lasciando il problema dei conti pubblici irrisolto).

E il Portogallo? Quando gli investitori si renderanno conto che il miglioramento dei conti pubblici è figlio unicamente delle manovre una tantum, ovvero quelle privatizzazioni che hanno fatto fare cassa, ma che non possono essere replicate come manovre strutturali, resteranno appesi alla corda del Psi 20 oppure scaricheranno le posizioni?

E l’Italia? Al netto dell’entusiasmo per il nuovo governo e per la scelta di trasformare la Cassa depositi e prestiti nella nuova Iri, la disoccupazione al 12,3%, le sofferenze bancarie allo stesso livello e i dati macro dell’economia impantanati in una stagnazione senza fine potranno ancora per molto essere ignorati, a fronte di un Ftse Mib con un open interest da mercato del toro? Sono solo domande le mie, ma rendiamoci conto che la fotografia regalataci dal Russell Index parla unicamente un linguaggio: quello della speculazione da rendimento, nessuno è in giostra perché crede davvero nei fondamentali dell’Europa periferica, sfrutta unicamente l’onda e la barriera garantita dalla Bce. La quale la prossima settimana con ogni probabilità annuncerà l’acquisto di titoli di Stato senza più aste di sterilizzazione, ma per quale ammontare? E in base a qual meccanismo: il Smp di fatto non più inesistente o l’Omt non ancora nato e già ucciso in culla da Corte costituzionale tedesca? Attenzione, perché anche i grandi player a volte sbagliano e prendono cantonate che costano miliardi per troppa avidità.

È il caso di Pimco, il più grande fondo obbligazionario del mondo, abbandonato poche settimane fa dal suo amministratore delegato Mohamen El-Erian. Il Wall Street Journal l’altro giorno ci ha spiegato il perché o, almeno, ha raccontato un episodio dello scorso giugno – nel corso della sell-off obbligazionaria – che darebbe un senso a quell’addio. È un dialogo tra il numero uno, Bill Gross, e appunto Mohamed El-Erian: «Ho un record di 41 anni di eccellenti investimenti, tu cos’hai?», chiede Gross al socio. Il quale risponde: 1Sono stufo di pulire la tua merda». A cosa si riferiva? Investimenti sbagliati? Bilanci imbellettati? Chi lo sa, certamente anche i grandi player prendono cantonate. E sbattono la porta. Auguro a chi sta investendo sull’Europa periferica ogni fortuna, ma attenzione che i mercati, alla fine, chiedono sempre il conto alla realtà. E stiamo vivendo in un mondo che è una pentola a pressione.

Lo conferma il dato reso noto ieri da Standard&Poor’s, a detta della quale il settore non finanziario cinese siede su un debito di prestiti e obbligazioni di circa 12 triliardi di dollari, facendo data al 31 dicembre scorso, circa il 120% del Pil cinese. Una crescita senza precedenti, visto che stando alla lista compilata da Thomson Reuters su 945 aziende non finanziarie medie e piccole quotate, il loro debito è salito da 1,82 triliardi di yuan (298,2 miliardi di dollari) del dicembre 2008 a 4,74 miliardi di yuan (777,3 miliardi di dollari) del settembre 2013. Basta il classico granello di sabbia e tutto il meccanismo potrebbe grippare. Rapidamente anche. 

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