FIAT-CHRYSLER/ La battaglia aperta dopo l’addio all’Italia

- Giuseppe Sabella

GIUSEPPE SABELLA riflette sulle reazioni che ci sono state da quando Fiat, la più importante azienda industriale del Paese, ha annunciato che porterà la sede fuori dall’Italia

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Nel silenzio sempre più assordante che accompagna il crescente distacco di Fiat dall’Italia, risuonano in modo quasi impercettibile le parole piuttosto blande di Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle Entrate – “non posso impedire a Fiat di fare delle scelte societarie che sono economicamente convenienti per loro” – e del ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni – “nulla di irregolare, siamo convinti che hanno fatto tutto nel rispetto delle leggi vigenti”. Anche da Enrico Letta solo un commento piuttosto conciso: “Contano posti di lavoro e competitività”. Cosa peraltro piuttosto vera.

Ma… la più importante industria italiana se ne va all’estero e tutto ciò che si dice sono queste parole così scontate? Ci ha pensato Massimo Mucchetti, Presidente della commissione Industria del Senato, a mettere un po’ di carne al fuoco, con qualche dichiarazione che quantomeno merita attenzione, perché è chiaro che le parole di Enrico Letta, Saccomanni e Befera sono del tutto superflue, di pura circostanza. In un’intervista rilasciata a Il Fatto Quotidiano, Mucchetti dice almeno tre cose che val la pena di considerare: in primis, la produttività delle fabbriche italiane sarebbe bassa a causa della “mancanza di modelli esportabili ad alto valore aggiunto”. Il secondo passaggio merita di essere citato per intero: “La Fiat se ne può andare, ma se toglie milioni di euro di gettito al fisco italiano, Governo e Parlamento possono chiedere indietro il dovuto con una exit tax”. Si tratta della tassa che riguarda il trasferimento di base imponibile all’estero. Non contento, Mucchetti aggiunge anche che “dovremmo magari ripensarne l’aliquota”.

Le parole di Mucchetti esprimono benissimo il problema principale del caso Fiat, del caso Bridgestone e, ora, del caso Electrolux, e di migliaia di altre aziende italiane: ciò che oggi sta esplodendo non è la follia degli imprenditori improvvisamente colti da esterofilia, quanto la cronica inerzia e incapacità della classe dirigente italiana di promuovere adeguate politiche di sviluppo economico che rispondano alle esigenze che l’impresa vive nel quotidiano. Lo abbiamo visto nell’articolo precedente, i problemi della scarsa competitività del sistema, dell’efficienza del lavoro (più che del costo), del cuneo fiscale tra i più alti dell’area Ocse, e del costo dell’energia tra i più alti d’Europa, costituiscono zavorre non solo per lo sviluppo economico, ma per la stessa sopravvivenza delle imprese che, a quel punto, investono soprattutto nei mercati dell’est Europa, dove effettivamente i differenziali di costo sono molto alti.

Per quanto riguarda la mancanza di modelli esportabili ad alto valore aggiunto, Mucchetti dice una cosa in parte vera. Ma i veri motivi del crollo della produzione dell’auto in questo Paese sono altri: forse Mucchetti farebbe bene a leggere ciò che Ugo Arrigo ha scritto in merito su queste pagine.

A questo punto, visto che il Presidente della commissione Industria del Senato è l’unica voce ufficiale della politica che fa dichiarazioni di rilievo minacciando addirittura una battaglia fiscale con la exit tax, ci piacerebbe avere risposte a queste domande:

In Italia si vuole crescere produzione e occupazione o si vuole “vessare” Fiat-Chrysler e l’impresa più in generale (oltre che la famiglia)?

Visto che “per fare politica industriale bisogna mettere sul tavolo denari e risorse professionali”, perché non lo facciamo? La scusa del debito pubblico non regge.

è prioritario salvare e rilanciare l’industria, naturalmente con qualche sforzo, o lasciarla morire perché ciò è costoso?

Considerando che l’Italia ha il più alto tasso di lavoro sommerso d’Europa, che si aggira intorno al 20% del Pil (!), perché non lavorare per farlo emergere?

Molti dei lavoratori immigrati in Italia investono nei loro paesi i loro capitali e risparmi guadagnati nel nostro Paese: Mucchetti ha in mente una exit tax anche per loro?

In sintesi, è davvero sconcertante che, oltre a perdere pezzi così importanti del sistema economico, non ci sia nessun segnale che dia la sensazione di una volontà di intervenire per evitare il peggio e fermare questa emorragia in seno all’impresa italiana.

Il giorno prima del cda di Fiat-Chrysler (29 gennaio), Marchionne ed Elkann hanno incontrato Enrico Letta: il capo del governo, a cui pare abbiano ribadito l’intenzione di non dismettere gli stabilimenti comunque di gran lunga sotto-occupati, potrebbe avere fatto loro qualche promessa circa politiche per l’export. È chiaro che oltre alla produzione bisogna rilanciare anche la vendita: Enrico Letta lo sa, e Mucchetti?

 

In collaborazione con www.think-in.it

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