SPY FINANZA/ Banche, i guai di Italia, Spagna e Grecia

- Mauro Bottarelli

La situazione delle banche, in particolare spagnole e greche, non è confortante. Per questo, dice MAURO BOTTARELLI, Mario Draghi si sta attrezzando per intervenire

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Il presidente della Bce, Mario Draghi (Infophoto)

Siamo messi male, cari lettori. Sempre peggio. E non lo dice il sottoscritto ma la Bce, comunicandoci le nuove linee guida per gli stress test. Le banche europee sottoposte alla verifica dello stato patrimoniale e delle ratio per le quali emergerà una mancanza di capitale nello scenario base dovranno ricapitalizzare nel più breve termine, mentre se la carenza di capitale fosse evidenziata nello scenario avverso l’aumento di capitale potrebbe essere richiesto in un arco di tempo più esteso, sulla base di un piano concordato. È quanto ha spiegato ieri la Banca centrale europea, precisando che completerà la messa a punto della metodologia con cui verrà condotta la verifica sulla qualità degli asset in bilancio delle banche nelle prossime settimane e la renderà pubblica entro la fine di marzo.

Il vice presidente della Bce, Vitor Constancio, ha assicurato che l’elaborazione delle metodologie è a buon punto: «Le banche stanno terminando i preparativi per una valutazione complessiva e stanno rafforzando i loro bilanci, il che è uno sviluppo che accogliamo con favore». Dunque, non solo le banche italiane hanno potuto beneficiare del regalino di Stato passato sotto il nome di decreto Imu-Bankitalia, ma adesso hanno anche l’alibi di tempi più lunghi per ricapitalizzare. Come se questo non bastasse, poi, sono stati previsti haircut su titoli di Stato in “available for sale”, ma nei paesi in cui è autorizzata la sterilizzazione della riserva negativa (come in Italia) non ci saranno impatti negativi sul capitale. Detto fatto, un altro regalino, in questo caso per Mps, la cui riserva nel terzo trimestre 2013 era ancora negativa per circa 1,4 miliardi di euro.

Insomma, una presa in giro, questi stress test a occhio e croce li passerebbe anche la lavanderia dei Jefferson. Ma sapete qual è la verità? Provo a dirvela in parte io. Guardate il grafico a fondo pagina: ci mostra, plasticamente, l’aumento delle sofferenze del Banco Popular spagnolo. E, attenzione, a differenza delle banche italiane, quelle spagnole non calcolano gli incagli, ovvero i prestiti a rischio ma con buone possibilità di essere recuperati, nella ratio dei cosiddetti non performing loans, contabilizzano quelli che ormai non hanno più speranza. Bene, da quando per legge le banche spagnole non possono più raccontare bugie, essendo state salvate con soldi europei, saltano fuori cifre interessanti: tipo che nell’ultimo trimestre, le sofferenze del Banco Popular sono salite del 19,6% rispetto ai tre mesi precedenti, arrivando a 21,2 miliardi di euro di «prestiti su cui dubitare per ragioni soggettive». Significa avere una ratio di sofferenze sul totale del 14,27%, un record assoluto. E questo con l’indice Ibex della Borsa di Madrid che correva, fino alla scorsa settimana, come un treno.

La Bce lo sa e corre ai ripari con manovre come quella annunciata ieri. Ma soprattutto, Draghi sa ciò che io vi dico da mesi ormai: la Grecia non solo non è salva, ma sta per presentare un altro conto. Salato. Lunedì della scorsa settimana, infatti, terminato il vertice dei ministri delle Finanze dell’Ue, a Bruxelles si è tenuta una riunione segreta cui hanno partecipato funzionari di primo livello del Fmi, della Commissione europea, della Bce, dell’Ue e dei governi tedesco e francese. Motivo dell’irrituale riunione? La Grecia, appunto. Per l’esattezza, due questioni che spaventano.

Primo, come riuscire a obbligare il governo ellenico a proseguire con riforme strutturali impopolari. Secondo, ciò di cui vi parlavo già lo scorso autunno: la necessità di 5-6 miliardi di euro per finanziare i costi dello Stato greco per la seconda metà del 2014. Soluzioni raggiunte? Nessuna.

Peccato che in maggio vadano a maturazione bond greci per 11 miliardi e lo Stato non abbia i soldi per pagare cedole e coupon e che nella sua infinita bontà il Fmi non abbia più garantito fondi alla Grecia dallo scorso luglio e sia in ritardo con i pagamenti di 3,8 miliardi di euro. Perché? Perché a Washington vogliono avere un quadro preciso della situazione del Paese da aiutare con 12 mesi di anticipo e questa condizione la Grecia non l’avrebbe rispettata. Ma sapete cos’è la cosa peggiore, il paradigma del ridicolo che sta alla base dell’Unione europea? A vostro modo di vedere, il ministro delle Finanze greco, Yiannis Stournaras, che era nel medesimo palazzo di Bruxelles, è stato invitato al meeting di lunedì scorso? No. Le decisioni sul futuro di un Paese, formalmente ancora sovrano, le prendono organismi internazionali e due governi esteri: ecco la nostra amata Ue.

E, come vi dicevo nell’articolo dello scorso 8 ottobre, dopo aver fatto soldi facili e a palate con i covered warrant delle banche greche in attesa di ri-privatizzazione, gli hedge funds Usa si stanno preparando ad andarsene carichi di contanti. Perché? Perché il 90% del mercato bancario greco è controllato da quattro banche – National Bank, Paraeus Bank, Eurobank e Alpha Bank – e quest’anno le sofferenze bancarie sono attese al 40% de totale, circa 85 miliardi di euro e non accenneranno a scendere prima della seconda metà del 2015. E il famoso report sulla solvibilità delle stesse banche greche, commissionato dalla Banca centrale ellenica a Blackrock, continua sì a essere rimandato, ma chi di dovere l’ha già visto e sa che servono – e in fretta – altri 8 miliardi di capitalizzazione.

I fondi, fatto il loro dovere, ora se ne vanno. E il governo greco, già incapace di pagare il servizio del debito da qui a tre mesi, ora si ritrova con banche spolpate da ri-privatizzare. Chi le vorrà, secondo voi? Finora si è giocato, adesso i nodi stanno venendo al pettine davvero. E Draghi lo sa. Per questo, con ogni probabilità, giovedì annuncerà qualcosa di shock. 

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