SPY FINANZA/ Quel 14,1% che fa “traballare” i mercati

- Mauro Bottarelli

Sul mercato soltanto un 14,1% di operatori è “ribassista, mentre tutti gli altri continuano a pensare che il rally durerà. Una situazione molto pericolosa, spiega MAURO BOTTARELLI

La stampa economica e finanziaria italiana è fantastica. Prima si innamora di qualcuno o qualcosa, ne incensa i miracoli anche se questi non avvengono e poi se ne dimentica. Così, da un giorno con l’altro. È quanto accaduto con la cosiddetta “Abenomics”, ovvero la politica ultra-espansiva sposata dal governo giapponese per stimolare l’inflazione e cercare di chiudere i conti con dieci anni di deflazione. Bene, al netto di un’inflazione cresciuta poco e soprattutto importata, grazie alla svalutazione dello yen del 25% sul dollaro o inventata cambiando il paniere di riferimento, cosa sta accadendo da qualche settimana al Nikkei, il principale indice azionario di Tokyo? Ha perso il 15% dai picchi del 31 dicembre, un bagno di sangue. Tanto che la Banca centrale nipponica ha già reso noto che aumenterà l’acquisto di Etf se il Nikkei scenderà sotto quota 14mila. Addirittura, l’Indice Topix Real Estate è ai minimi da sei mesi, giù del 20% dal picco del 31 dicembre.

Come vi avevo detto, le politiche ultra-espansive hanno come grande effetto collaterale quello di creare bolle, le quali – se non gestite fin dall’inizio – poi possono degenerare in sell-off disordinate. Ed è il rischio che stiamo correndo. Oltretutto, non solo in Giappone. Un po’ ovunque. Non lo dice il sottoscritto, lo dice Bank of America in uno studio reso noto ieri dal quale si evince che sul mercato soltanto un 14,1% di operatori è “bearish”, ovvero ribassista, mentre tutti gli altri continuano a pensare che il rally durerà. In effetti, la Fed ha sì abbassato di altri 10 miliardi gli acquisti mensili, ma sono pur sempre 65 miliardi di dollari che continueranno ad affluire nel sistema, non bruscolini. Cui vanno uniti gli yen della Banca centrale giapponese e con buone probabilità una qualche misura di stimolo che la Bce potrebbe mettere in campo già nella riunione di domani.

Insomma, liquidità continua a essercene per oliare il sistema. Il problema è che quando c’è tutta questa fiducia si rischia di camminare su un filo senza la rete al di sotto: troppi soggetti non preparati a una correzione dei corsi, che quindi non danno vita a strategie di hedging o copertura dal rischio, creano i presupposti per le sell-off, le svendite, una volta che un evento catalizzatore ne innescherà una. E a quel punto la dinamica diventa autoalimentante: tutti vendono tutto, a qualsiasi prezzo perché il calo del valore degli assets assume proporzioni esattamente contrarie a quelle che si hanno in fase di creazione della bolla. In un caso crolla troppo per paura, nel primo caso sale troppo per eccesso di entusiasmo e leva.

E proprio parlando di leva, ricordiamoci che viviamo in un mercato in cui gli hedge fund sono attualmente esposti a leverage pari al 500%, quindi trovarsi contemporaneamente con il livello più basso di investitori “bearish” dal marzo 1987 potrebbe rivelarsi un azzardo difficilmente gestibile. Anche perché mentre la Borsa giapponese crolla e la mitica Miss Watanabe comincia ad aver paura e a tirare i remi in barca, l’Europa rimane bloccata a livello di crescita e vede aumentare ogni giorni di più i rischi di deflazione e i mercati emergenti stanno letteralmente sbriciolandosi, altra bolla dovuta ai 4 triliardi di inflows precipitati in quei paesi dal 2008 a oggi e che ora tornano rapidamente a casa, devastando le valute e costringendo le banche centrali a una pericolosissima operazione di contrazione coordinata del credito attraverso interventi al rialzo sui tassi per mostrare ai mercati la faccia cattiva.

Turchia, Sudafrica e India hanno tutte alzato i tassi la scorsa settimana, Brasile e Indonesia lo hanno fatto quella precedente, la Russia sta spendendo 2 miliardi di dollari di riserve monetarie la settimana per cercare di sostenere il rublo, deprezzatosi del 6,9% quest’anno, la valuta peggio performante tra le 24 dei paesi emergenti tracciate da Bloomberg. Insomma, l’errore dell’Europa si sta espandendo ai paesi emergenti: qui fu troppa austerità per tutti e di colpo, là è un eccesso di contrazione che rischia di grippare se, come è stato finora, gli interventi delle banche centrali non sortiscono gli effetti sperati.

La Russia, poi, comincia a rimandare sinistri scricchiolii: una delle principali banche del Paese, “My bank”, la scorsa settimana ha bloccato la possibilità di ritirare contante, mentre ieri il Tesoro ha annullato la seconda asta obbligazionaria in una settimana «a causa delle condizioni di mercato». Il governo russo ha pianificato di offrire sul mercato securities per 275 miliardi di rubli (circa 7,8 miliardi di dollari) questo trimestre, ma l’attuale fase di instabilità non potrà che far rivedere quella decisione, visto che il rendimento dell’obbligazione scadenza 2028 ieri prezzava l’8,44%, dopo aver toccato il picco record dell’8,58% lo scorso 30 gennaio. Ora, c’è la possibilità che a breve si inneschi il cosiddetto “bottom-fishing”, ovvero l’arrivo degli hedge fund tentati dai prezzi bassissimi delle equities causa la crisi temporanea ma destinati ad apprezzarsi di nuovo una volta passata la buriana.

Nel solo mese di gennaio, l’outflow di denaro dagli equity funds dei mercati emergenti è stato di 12,2 miliardi di dollari, quindi qualcuno potrebbe fiutare l’occasione, forte anche del fatto che quei paesi ora hanno meno debito denominato in dollari e più riserve in valuta estera. Basterà a rimettere in piedi giganti che si sono rivelati con i piedi d’argilla ed evitare un contagio generalizzato? Difficile dirlo, a meno che non si arrivi a una decisione di intervento sui tassi a livello di G20, ma dubito possa essere un’ipotesi da mettere in agenda, stante i troppi problemi ancora sul tavolo dei grandi players, Usa e Cina in testa. Ma ripeto, il 14,1% di investitori “bearish” è troppo poco. Troppo.

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