SPY FINANZA/ Le “magagne” che spingono Draghi all’azione

- Mauro Bottarelli

Oggi si riunisce il board della Bce e c’è attesa per capire se Draghi annuncerà nuovi interventi della banca centrale. Per MAURO BOTTARELLI ci sono buoni motivi perché ciò avvenga

mariodraghi_zeitR439
Mario Draghi

Dunque, sembrerebbe che la ripresa stia davvero prendendo velocità. Stando a dati di ieri, a livello composito, infatti, l’indagine sui direttori acquisto della zona euro ha mostrato a gennaio una lettura finale di 52,9, quattro decimi al di sotto della stima flash ma oltre il 52,1 di dicembre: si tratta del miglior risultato da giugno 2011. Mentre l’indagine congiunturale sul settore dei servizi, nella lettura finale del mese scorso, segna 51,6 punti da 51,9 della stima precedente e dai 51,1 di dicembre. Colpa in parte della Germania, dove lo slancio del settore dei servizi si è marginalmente attenuato, passando a 53,1 da 53,6 della stima preliminare.

L’indice composito tedesco, sintesi di manifattura e servizi, è comunque salito a 55,5 da 55 a dicembre, consolidandosi sopra la soglia dei 50 punti, spartiacque tra crescita e contrazione, per il nono mese consecutivo. In Francia il settore dei servizi a gennaio è rimasto in contrazione, anche se a un ritmo inferiore rispetto a dicembre. L’indice Markit sugli acquisti dei manager per i servizi è cresciuto a 48,9 da 47,8 di dicembre, battendo la lettura preliminare di 48,6: la lettura più alta da ottobre. Tutto questo in un Paese che ha appena festeggiato il record storico di disoccupazione: mah…

In compenso, se si vuole ridere di materiale ne abbiamo a bizzeffe. Ha sorpreso infatti la Spagna, con l’attività del settore dei servizi che a gennaio ha accelerato ai massimi da sei anni e mezzo. L’indice è infatti salito a 54,9 da 54,2 a dicembre, consolidandosi per il terzo mese consecutivo sopra la soglia dei 50 punti e segnando il livello più alto da luglio 2007, mentre le attese convergevano su una lettura a 54,8. E ancora l’Italia, dove il settore servizi (il quale copre circa il 70% del prodotto italiano) è risultato in contrazione per il terzo mese consecutivo a gennaio ma decisamente meno delle attese: l’indice si è portato a 49,4 punti dai 47,9 del mese precedente, con il dato che è risultato superiore alle attese degli economisti che indicavano un aumento più modesto dell’indice a 48,6 punti. E poi si lamentano che c’è la crisi…

Scherzi a parte, cosa farà oggi la Bce? Annuncerà qualcosa di shock oppure resterà ferma nella sua politica di minacce alla speculazione? Il cosiddetto consensus degli operatori, nonostante l’inattesa frenata dell’inflazione registrata a gennaio, pensa che l’Eurotower non dovrebbe procedere a nuove misure espansive, anche se non si placano nelle sale trading le indiscrezioni degli ultimi giorni relative alla possibilità di sospendere la sterilizzazione del programma di acquisti di bond (Smp), come vi dicevo la settimana scorsa. In effetti, l’idea della sterilizzazione degli acquisti era in origine legata al timore di pressioni al rialzo sui prezzi al consumo europei, la cui dinamica ha invece ormai da mesi imboccato una china discendente verso la deflazione: gli ossessionati da Weimar lasceranno operare Draghi?

Lo scopriremo oggi. Nell’attesa, però, vi dico io perché la Bce avrebbe motivo di intervenire. E anche in fretta. Da giorni, ormai, vi parlo della crisi dei mercati emergenti e ammetto che possa sembrare un argomento lontano, privo di quell’interesse di prima mano che invece hanno le questioni legate alla vecchia Europa. Così non è: sapete chi rischia di più la ghirba se la crisi dei mercati emergenti si avvita a spirale? Sei banche europee. Già, perché negli anni dal 2008 a oggi, gli istituti di credito europei hanno fornito prestiti in eccesso ai mercati emergenti per 3 triliardi di dollari, più di quattro volte la cifre messa a disposizione dalle banche statunitensi. E sapete, storicamente, a quanto è il tasso di sofferenze bancarie nella media dei mercati emergenti? Al 40%. Storicamente, pensate con una crisi che dovesse andare fuori controllo. E chi rischia di più? Ecco i nomi: la spagnola Bbva, l’austriaca e già salvata dai subprime Erste Bank, l’inglese Hsbc, la spagnola Santander, l’inglese Standard Chartered e l’italo-tedesca Unicredit. E attenzione, una delle prime cose che può innescare default sui prestiti è l’aumento eccessivo dei tassi di interesse, fatto che sta accadendo in tutti gli emergenti, tranne la Russia. E come l’Argentina del 2002 ci insegna, a uno shock valutario segue quasi sempre uno shock creditizio.

C’è poi il mercato del reddito fisso di quei paesi, che fino a oggi ha garantito enormi profitti alle banche: ma se aumenta la volatilità, anche i volumi di prosciugano. Le stime ci dicono che Hsbc e Standard Chartered generano annualmente profitti tra i 2,1 e 2,2 miliardi di dollari dai mercati emergenti, mentre Credit Suisse e Deutsche Bank 1,1 miliardi a testa. Ma se questo non vi basta, c’è dell’altro. Non fosse sufficiente la deflazione in cui è precipitata, ora Cipro si mette a battere cassa di nuovo, tanto è stata geniale l’idea tedesca di operare il bail-in bancario (ovviamente dopo che gli istituti di credito crucchi avevano svincolato e rimpatriato i soldi nei conti a un anno al 7% di interesse). Il problema? Sempre lo stesso, le sofferenze bancarie. E a dirlo non è un economista ma la Banca centrale cipriota, la quale ha reso noto che attualmente la liquidità è sufficiente per tamponare le sofferenze, ma occorre agire in fretta perché il ritmo di crescita delle stesse sta andando fuori controllo. E una situazione simile in un’economia che l’anno scorso si è contratta dell’8,7% e quest’anno dovrebbe attestarsi al -3,9%, può essere letale.

Oltretutto, l’ultimo dato disponibile è quello di settembre, quando le sofferenze – ovvero prestiti non onorati per almeno tre mesi o rischedulati più volte – erano a quota 23 miliardi di euro, il 42,3% di tutto il credito del Paese e un dato ben al di sopra del Pil generato, che è solo di 17 miliardi di euro. Non è una pentola a pressione, è una bomba a mano senza spoletta. E molti esperti sono certi che nel corso di quest’anno il dato arriverà al 50%, ovvero un credito su due sarà inesigibile: complimenti a troika e soci per il bel risultato ottenuto.

Oltretutto, una grossa parte di quelle sofferenze è detenuta da potenti gruppi ciprioti che vanno dal settore immobiliare ai conglomerati commerciali, i quali nel frattempo hanno ben pensato di usare quei crediti cartolarizzandoli tipo Parmalat e utilizzandoli per finanza creativa al fine di non dover ripagare quanto dovuto alle banche. Sei miliardi di sofferenze, ovvero il 26% del totale, è in mano a sole 30 entità: scorretto, ovvio ma se mi porti via metà dei soldi sul conto in banca per il bail-in e mi congeli il resto, io qualcosa devo inventarmi per mandare avanti la baracca e pagare fornitori e lavoratori, voi che dite? Ancora non vi basta perché Draghi si inventi qualcosa? C’è l’ultima perla.

Vi ricordate che martedì vi ho parlato dell’incontro segreto tenutosi a Bruxelles tra Ue, troika, Bce, Fmi e governi tedesco e francese sulla questione greca? Bene, ieri è arrivata la conferma indiretta di quell’incontro e dei suoi contenuti. Le autorità europee, ovviamente sotto anonimato, hanno fatto sapere che il prossimo passaggio nella gestione del caso ellenico potrebbe includere l’estensione della maturazione dei prestiti di salvataggio fino a 50 anni e il taglio del tasso di interesse di 50 punti base sui prestiti già ottenuti in passato da Atene! Il piano dovrebbe finire sul tavolo tra maggio e giugno, stranamente quando Atene dovrà ripagare quasi 12 miliardi di interessi ai suoi creditori e sempre casualmente potrebbe anche includere un nuovo prestito tra i 13 e 15 miliardi di euro: guarda caso, una cifra che copre gli interessi a maturazione e lascia un paio di miliardini alla Grecia per sopravvivere, in qualche modo, fino alla nuova emergenza.

E poi dicono di aver salvato Atene: hanno salvato e stanno continuando a salvare solo i creditori privati. Punto. Ma c’è di che gioire, l’indagine sui direttori acquisto della zona euro ci dice che va tutto bene. Soprattutto in Spagna e in Italia. Non so se ridere o piangere. Fate voi.

 

P.S.: E tanto per tenere aggiornati i fanatici dell’Abenomics giapponese, ieri sono usciti i dati sui salari reali: sono ai minimi da sedici anni, ovvero il diluvio di liquidità sta servendo solo al carry trade e i prezzi salgono per il deprezzamento dello yen sul dollaro. Ma se non crescono i consumi interni perché i salari non crescono quanto i prezzi per l’inflazione importata, ti saluto anche Shinzo Abe e i suoi esperimenti monetari.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori