SPY FINANZA/ I numeri che smontano la “festa” dei mercati

- Mauro Bottarelli

Sui mercati continua a esserci una certa euforia, soprattutto in Europa. Dove però i dati macroeconomici sono tutt’altro che rassicuranti, come ci spiega MAURO BOTTARELLI

L’altra notte chi operava sul carry trade dello yuan si è fatto male. E parecchio. La notizia che ha scosso i mercati, infatti, è stata quella di un altro forte scivolone della moneta cinese (-0,9%) contro il dollaro. Secondo il Wall Street Journal è il più importante crollo dal 2005 (6,18 yuan per dollaro), ovvero da quando la Cina ha avviato una fluttuazione controllata della propria moneta. Tutti gli sguardi sono rivolti verso la Banca del Popolo cinese, che, secondo gli operatori, sta indebolendo la valuta per fermare nuovo afflusso di capitali freschi, bloccare le speculazioni sulla valuta (molti operatori l’hanno considerata fino a poco tempo fa un scommessa a senso unico, ovvero al rialzo e stanotte hanno conosciuto il classico bagno di sangue), preparare il mercato alla prossima riforma del Forex e aiutare le aziende cinesi.

Occhi puntati, quindi, al National People’s Congress, che inizierà il 5 marzo, per capire qualcosa di più: trattandosi di Cina, però, la missione appare improba. Soprattutto sul progetto della Banca centrale cinese di raddoppiare la banda di oscillazione dello yuan (+2%, -2%) nel prossimo trimestre, con l’effetto di spingere da un lato verso una maggiore liberalizzazione della divisa, dall’altro però causare un aumento della volatilità. Non proprio quanto i mercati desiderano. In compenso, se lo yuan si indebolisce, lo yen acquista forza. E anche questa non è certo notizia che fa saltare i tappi dello champagne tra operatori e analisti. «Chiunque sia un buon partner commerciale della Cina non vedrà certo di buon occhio questa situazione», ha commentato a Bloomberg Chris Weston, chief market strategist con sede a Melbourne per Ig. Non a caso l’indice Topix di Tokyo è sceso dello 0,7%, l’unico a registrare un mese negativo (-1%) dei 24 dei mercati sviluppati.

Nel frattempo, lo yen è cresciuto ieri contro il biglietto verde a 101,81 dollari. E a mettere il carico da novanta ci ha pensato Sayuri Shirai, board-member della Bank of Japan, il quale nel corso di una conferenza a New York spiegava che il Giappone potrebbe impiegare più di due anni per raggiungere un’inflazione sostenuta e costante del 2%, come previsto dalla Banca centrale. Insomma, altro grande successo dell’Abenomics, nonostante il clamoroso caso di manipolazione del paniere per riuscire a far salire l’inflazione a fronte di un diluvio di denaro iniettato nel sistema. Eppure, i mercati non crollano. Anzi, Wall Street l’altro giorno ha polverizzato un nuovo record con l’indice S&P’s 500 a 1854,29 punti: com’è possibile?

Semplice, il mercato si è aggrappato ancora una volta alla Fed, per l’esattezza alle dichiarazioni del presidente, Janet Yellen, la quale si è detta disposta a moderare il ritmo del “tapering” in caso di peggioramento delle prospettive dell’economia americana. Nel dettaglio, la Yellen ha precisato che il Fomc sarà attento ai segnali macro per verificare se le avverse condizioni meteo delle scorse settimane abbiano provocato danni tali da dover modificare le prospettive. Evvai, si stampa grazie alla neve e al gelo: la giostra può continuare a girare, i soldi a prodursi e moltiplicarsi dal nulla, alla faccia di Cina e Giappone. “Blame the weather” è il nuovo mantra degli operatori per giustificare tutti i dati negativi: e la Fed, si conforma.

E noi, l’Europa dallo spread che invoglia a investire? Sempre bene, sempre meglio anzi, visto che ieri il differenziale tra i nostri decennali e quelli tedeschi è sceso sotto quota 190 punti base. Ve lo dico da giorni, siamo la Svizzera! A parte qualche piccolo particolare, ovviamente. Tipo questo. A gennaio il tasso disoccupazione italiano è salito al 12,9%, valore record dal 1977. Di più, si è registrato un vero boom del tasso di disoccupazione giovanile, schizzato al 42,4% (in aumento di 0,7 punti percentuali sul mese e di 4 punti sull’anno), anche qui un record dal 1977. Nella media 2013 in Italia ci sono stati 478mila occupati in meno, con una contrazione più forte nelle regioni meridionali (-4,6%, pari a meno 282mila unità). Ed è proseguita la crescita della disoccupazione: sempre nella media 2013 l’incremento è stato di 369mila unità (+13,4%).

Tra il 2008 e il 2013, gli anni della crisi, si contano 984 mila occupati in meno, ovvero quasi un milione. I dati arrivano dall’Istat che ha pubblicato le statistiche (provvisorie) su gennaio e la media del 2013. A gennaio i disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono 690mila, in aumento del 2,4% nell’ultimo mese (+16mila) e del 6,9% rispetto a dodici mesi prima (+45mila). Sempre a gennaio gli occupati tra i 15 e i 24 anni sono risultati 937mila in calo dello 0,7% sul mese (-7mila) e del 9,4% sull’anno (-97mila). Il numero di giovani inattivi è pari a 4 milioni e 372mila unità, in calo dello 0,3% nel confronto congiunturale (-14mila), ma in aumento dello 0,5% su base annua (+20mila).

Scorrendo i dati sulla media 2013 emerge, ancora, come la discesa del numero di occupati (-478mila unità) riguarda essenzialmente i 15-34enni e i 35-49enni (rispettivamente -482mila unità e -235mila unità), cui si contrappone la crescita degli occupati con almeno 50 anni (+239mila unità). Tra il 2012 e il 2013 l’occupazione italiana cala di 500mila unità, con il tasso di occupazione che si attesta al 55,3%. L’occupazione straniera aumenta in misura contenuta (+22mila unità). Il calo dell’occupazione interessa tutti i segmenti del mercato del lavoro: i dipendenti a tempo indeterminato (-190mila unità, pari a -1,3%), i dipendenti a termine (-146mila, pari a -6,1%) e gli indipendenti (-143mila unità, pari a -2,5%).

Nella media annua il tasso dei disoccupati tra i 15 e i 24 anni in Italia è stato del 40%, ma se al Nord era del 31,2% al Sud ha raggiunto il 51,6% (53,7% per le femmine), in aumento di 4,7 punti rispetto al 2012. Inoltre, l’incidenza della disoccupazione di lunga durata (dodici mesi o più) sale dal 52,5% del 2012 al 56,4% del 2013: tra i motivi della mancata ricerca del lavoro crescono in misura sostenuta lo scoraggiamento e i motivi di studio (rispettivamente 187mila e 100mila persone in più). Lo stesso Matteo Renzi, leggendo le cifre, ha definito la situazione “allucinante” in un tweet e ha promesso che la prima mossa del suo governo sarà proprio l’approvazione del cosiddetto “Jobs act”. Ora, al netto della gioia che questa notizia ci infonde nell’anima, ci preme rincuorare il neo primo ministro: la situazione non è solo italiana, è l’intera Europa che vive ormai in un mondo completamente scollegato tra dati finanziari e dati macro, quindi si metta l’animo in pace. Se non si arriva a far capire ai tedeschi che devono smettere di campare grazie ai surplus commerciali e devono far salire salari e inflazione a casa loro per riequilibrare le dinamiche macro nell’Unione, può vararne 500 di “Jobs act”, non serviranno a nulla, soprattutto con l’euro che continua a non schiodarsi da quota 1,37-1,38 sul dollaro. Chi esporta, a quei livelli?

In compenso, arrivano belle notizie dalla Grecia. Stando alle cifre annunciate dal governo ellenico alla vigilia del ritorno nel Paese dei commissari della troika, in Grecia 2 milioni di prestiti bancari non sono più rimborsati e di questi 300mila sono crediti ipotecari. Dopo l’allarme di numerose associazioni create per sostenere le persone sovraindebitate, ora è la volta delle banche. In un rapporto pubblicato nella stampa greca, le banche affermano che più di 2 milioni di prestiti non sono rimborsati: 800mila prestiti al consumo, 900mila prestiti sulle carte di credito, 100mila prestiti alle industrie e 300mila prestiti immobiliari, le cui scadenze non sono più pagate da oltre tre mesi. Le cause, nemmeno a dirlo, sono la recessione che colpisce la Grecia da ben sei anni, un tasso di disoccupazione che tocca il 28% della popolazione e un basso consumo interno: scusate ma Olli Rehn e lo stesso governo greco non avevano detto che la recessione era alle spalle e c’era la ripresa, come certificato dall’avanzo primario tanto sbandierato nel budget 2013?

«È una discesa all’inferno difficile da fermare, anche se il governo annuncia l’imminente uscita dalla crisi – spiega Takis Brastos, economista -. Al di là delle cifre, la realtà dei greci è una sofferenza silenziosa, visi sorridenti che nascondono la preoccupazione, disoccupati che fingono spensieratezza mentre stanno per ore al bar a far passare il tempo. Solo che domani forse non avranno più nemmeno una casa». Cosa accadrà infatti se le banche decideranno di confiscare e mettere all’asta queste 300mila abitazioni per le quali i crediti ipotecari non sono più rimborsati? Dall’inizio dell’anno, il governo – proprio in ossequio alla cosiddetta fine della crisi e alle pressioni di troika e banche – ha infatti messo fine alla moratoria sulle confische immobiliari: la legge era stata adottata nel 2010 per proteggere unicamente le abitazioni primarie, dopo un esame dei redditi. Quindi, qualche decina di migliaia di greci potrebbe presto dover dormire sotto i ponti per festeggiare la ripresa economica.

«È tragico essere arrivati a questo punto – afferma Eleni Alivertou, presidente dell’associazione di aiuto ai bisognosi Ekpizo -. Ogni giorno aiutiamo più di 15mila persone e tutti i giorni arrivano nuove persone che hanno bisogno di aiuto. Si tratta di gente onesta, che durante tutta la vita ha pagato le imposte e che dall’oggi al domani si è ritrovata senza lavoro. Malgrado questa triste realtà, le banche non vogliono cedere, perché la pressione della troika non lascia loro alcuna scelta». Scrivi troika, leggi usurai legalizzati sovranazionali (tranquilli, tra poco arrivano anche da noi, fate che una delle manovre annunciate dal nuovo governo trovi qualche intoppo parlamentare et volià, arriveranno come condor nel deserto in cerca di carcasse, basti pensare alla benedizione irrituale del Fmi al programma di Renzi giunta l’altro giorno).

E come ha reagito la Grecia a questo dato da mani nei capelli, soprattutto alla vigilia di quello che dovrebbe essere un processo di ri-privatizzazione delle banche salvate dal collasso? Con una notizia che è di fatto una pietra miliare in questa crisi infinita: il rendimento del decennale ellenico è sceso sotto la soglia psicologica del 7% per la prima volta dal maggio 2010! Se pensate che solo nel settembre 2011 quello yield prezzava oltre il 30%, siamo al miracolo! Un miracolo fatto di sofferenze bancarie insostenibili, disoccupazione alle stelle, gente che non sa dove vivere e come mangiare, entrate fiscali a picco perché i cittadini non hanno i soldi nemmeno per pagare il pane e le bollette: com’è possibile? Merito della Fed e della speculazione che autoalimenta l’attitudine risk-on dei mercati: appena chi ha in mano quella carta greca avrà raggiunto il massimo del guadagno possibile – se il rendimento scende, il prezzo sale -, avendo comprato a 20, forse a 10 sull’euro, scaricherà allegramente e lascerà la Grecia con sofferenze bancarie, disoccupazione e miseria. Fidatevi, non può durare un rally che si basa sul nulla. Anzi, sull’inganno. Ballate pure finché c’è musica ma attenti che l’iceberg lo si vede soltanto all’ultimissimo secondo. Quando spesso è troppo tardi.

 

P.S.: Stanchi degli sprechi della politica? Stomacati da auto blu e costi dei palazzi del potere? Tentati di lanciarvi in grillismi e intemerate anti-casta e anti-privilegi? Guardate questo grafico: ci mostra i costi della politica e quelli dell’Europa per le casse del nostro Paese al dicembre 2012. Sicuri che siano le auto blu il vero problema? O magari Bruxelles? Ricordatevene quando verranno a dirvi ancora che l’Italia deve fare i “compiti a casa”…

 



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