TASSE & RENZI/ Irap, un taglio da 10 miliardi che apre un “buco”

- Giancarlo Pola

Sembra che per intervenire sul costo del lavoro, il Governo Renzi possa optare per un taglio da 10 miliardi dell’Irap. GIANCARLO POLA spiega i problemi che ne potrebbero derivare

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I media ci dicono che a oggi il Governo non ha ancora deciso quale direzione prendere per effettuare il promesso taglio di 10 miliardi al complessivo prelievo tributario italiano. Ma una delle opzioni previste appare insistentemente riguardare l’Irap. Al proposito è bene ricordare che il gettito Irap è la somma di due componenti, l’Irap dell’economia privata (oggi assommante a circa 20 miliardi) e l’Irap “gravante” (molti ritengono che in questo caso si tratti di una partita di giro) sul settore pubblico per circa 10 miliardi. Stante la pressante urgenza di alleggerire comunque il carico fiscale sulle imprese e la promessa reiterata – da tutti i primi ministri degli ultimi cinque anni – di voler alleggerire il cuneo fiscale che differenzia il salario percepito dal costo del lavoro, vogliamo supporre che i 10 miliardi di cui si parla siano tutti prelevati dalla cesta dell’Irap pagata dalle imprese e dai professionisti.

Una tale manovra incontrerebbe certamente il placet dei soggetti colpiti e le simpatie del mondo politico, che sembra aver dimenticato le circostanze in cui il tributo nacque. Sia consentita al proposito una breve difesa d’ufficio, prima di ragionare sul “post-Irap”. Quando il tributo fu concepito – primi anni ‘90 – gli squilibri erano più tipici del settore pubblico che del settore privato, che godeva di un discreto tasso di crescita e poteva contare su un buon livello di competitività. Il settore pubblico, viceversa, era fortemente centralizzato dal punto di vista delle risorse (vi era una presenza minima di tributi propri sia a livello locale che regionale), anche se a livello decentrato erano cresciute pesantemente le competenze (vedi sanità alle Regioni) e quindi le spese. L’Irap, non accolta nel programma Berlusconi del 1994, diventò un pilastro del programma del governo di centro-sinistra del 1997, l’anno nel quale fu deliberata con partenza gennaio 1998. Non si può contestare il fatto che essa veniva a completare un processo di apertura all’autonomia finanziaria dei livelli sub-centrali di governo (in questo caso del livello regionale) esattamente come lo avevano fatto l’Ici nel 1992 per il livello comunale e le rimodulazioni dei tributi nazionali a favore delle Province negli anni intermedi.

Ergo: la “difesa d’ufficio” più onesta che si può proporre per l’Irap è che negli anni ‘90 essa voleva essere un modo per restituire a un livello di governo “territoriale” almeno parte dei benefici che il territorio conferisce al mondo delle imprese, al quale rimaneva “antipatica” perché veniva a colpirne il valore aggiunto lordo, ovvero i salari e i profitti (“anche quando questi non esistono” è il leit-motiv delle critiche). Non per nulla tale tributo esisteva già in forma simile (ma – occorre ammettere – manovrato da livelli di governo ancor più vicini alle imprese di quanto non fossero le Regioni in Italia) in gran parte dell’ Europa.

La Francia ce l’aveva da 40 anni ed era chiamato taxe professionnelle, condivisa dai livelli locale e sovra-locale (la cosiddetta taxe professionnelle unique, TPU). L’Austria l’aveva avuto sino ad allora (per poi trasformarlo in altro) e la Germania pure (in entrambi i Paesi a livello comunale), con la differenza che in Germania ogni tentativo di abolizione o trasformazione è stato, ancora nel 2012, pervicacemente respinto dalla politica. La Spagna all’epoca non ce l’aveva ancora, ma l’avrebbe adottata di lì a poco con il nome di Iae, senza abolirla più, nonostante talune promesse elettorali in tal senso.

Il sottoscritto ritiene che il taglio (oggi così invocato, e apparentemente sacrosanto per la ripresa dell’economia nazionale) di metà dell’Irap privata non potrà non ricalcare la modalità inaugurata dall’Austria a fine anni Sessanta, seguita dalla Germania a partire dal 1971 e dalla Francia tra il 2003 e il 2011 (anno della totale abolizione della TP), ovvero l’esclusione del costo del lavoro dalla base imponibile, replicando una modalità sempre ipotizzata anche in Italia negli ultimi dieci anni.Ma una decurtazione di 10 miliardi delle risorse regionali per la sanità dovrà essere assolutamente compensata.

Come? Un’ipotesi, avanzata dal sottoscritto nel 2004, era la sostituzione con l’accisa statale sulla benzina, che dava praticamente lo stesso gettito globale, ma assai più uniformemente distribuito a livello nazionale di quanto non sia quello dell’Irap. Oggi come ieri una tale soluzione favorirebbe le Regioni meno dotate di imprese (meridione in testa) e sfavorirebbe ovviamente la “macroregione” del Nord. Altre soluzioni potrebbero essere la compartecipazione all’Irpef o all’Iva. Ma rimane il quesito: supposta una tale robusta devolution (sotto qualsiasi forma) a favore delle Regioni, come aggiusterebbe lo Stato il proprio bilancio?

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