SPY FINANZA/ Cina e Giappone, una “minaccia” per Europa e Italia

La situazione di Cina e Giappone, spiega MAURO BOTTARELLI, probabilmente viene sottovalutata. Eppure potrebbe avere conseguenze negative per l’Europa bloccata dalla crisi

13.03.2014 - Mauro Bottarelli
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Meno male che l’Ocse c’è, verrebbe da cantare. Per il prestigioso simposio di ragionieri d’alto bordo con sede a Parigi, infatti, tra le economie più avanzate il grande malato resta l’Eurozona, dove la disoccupazione continua a non calare, nonostante la timida crescita e la tendenza al ribasso dei prezzi rischia di far cadere i paesi più vulnerabili in una spirale di deflazione. Ragazzi, lo certifica l’ultimo “Interim Economic Assessment” dell’organizzazione, c’è da credergli! E noi che pensavamo di essere diventati il Bengodi della ripresa globale.

E ancora: le dinamiche dell’inflazione evidenziano la relativa debolezza della domanda nell’area euro. Se il Giappone sembra finalmente uscire dalla deflazione e l’inflazione negli Usa dovrebbe tornare verso l’obiettivo del 2%, l’inflazione nell’eurozona è scesa ulteriormente sotto gli obiettivi ed è probabile che resti molto bassa per un lungo periodo, dal momento che la ripresa sta appena iniziando ad assestarsi. Inoltre, l’inflazione è vicina allo zero in molti Stati membri dell’area euro e negativa in alcuni di essi, con la deflazione che minaccia di prendere piede in alcuni paesi della periferia dell’area.

Sono certo di aver letto cose simili da qualche parte almeno due mesi fa ma non ricordo dove. Tant’è, poco male. In compenso, non vorrei turbare i sogni dei signori dell’Ocse, i quali ora dormiranno almeno un paio di mesi in attesa del prossimo rapporto trimestrale, ma anche in Giappone le cose non vanno benissimo. E se della strada Usa verso il ritorno in recessione vi ho parlato la scorsa settimana elencando i 12 punti critici, faccio notare ai nostri guardiani dell’economia che forse stanno lievemente sottostimando quanto sta accadendo in Cina. Vediamo un po’.

Partiamo dall’indice Shanghai Composite che l’altro giorno è sceso sotto il livello chiave di 2000 punti dopo la pubblicazione del dato shock sull’export cinese in febbraio, un secco -18% contro le attese del +7,5%. Crollato anche il prezzo del ferro, giù dell’8,3% in un solo giorno, peggior calo dal fallimento Lehman: insomma, forse è l’intera ripresa globale da mettere in discussione, più che la sola eurozona. Ieri, altra legnata. Il Nikkei ha chiuso a -2,59% e l’Hang Seng di Hong Kong a -1,68%, mentre a segnalare un qualcosa di molto problematico sul ciclo economico e il fatto che il rallentamento dell’economia cinese stia spostando ormai il focus dagli investimenti ai consumi ci ha pensato il prezzo del rame, letteralmente crollato del 5,2%, il peggior calo dal dicembre 2008: un tonfo del genere si era registrato recentemente solo altre due volte, dopo il fallimento Lehman e dopo il downgrade del rating Usa.

Se poi servisse qualche altro indicatore di tensione tra gli investitori, ecco le quotazioni dell’oro e il suo moviment intraday tra la chiusura dei mercati Ue e l’apertura di quelli asiatici (riportato nel grafico qui sotto): è a quota 1363,97 dollari l’oncia, il massimo da sei mesi e con punto di rottura rispetto al suo movimento mediano a un anno.

Vogliamo poi parlare del sistema bancario ombra, il principale motore del credito in Cina? Un report sui finanziamenti aggregati del settore bancario ombra parla chiaro e ci annuncia un crollo a 938,7 trilioni di yuan (153 miliardi di dollari) a febbraio contro il record di gennaio di 2,58 trilioni di yuan. «Che la Cina crescerà veramente anche quest’anno del 7,5% è tutto da vedere», ha commentato secco a Bloomberg Toby Lawson, responsabile dei futures nel Sudest asiatico per Newedge Group. E signori, la shadow banking system cinese è un gigante dal controvalore pari a 8 triliardi di dollari. Per Wei Yao di Societe Generale «sembra che i crescenti rischi di default stiano cominciando a erodere la fiducia degli investitori cinesi. Siamo certi che, di pari passo con la continua stretta regolatoria sui bilanci dell’attività bancaria, questo trend di rallentamento del credito proseguirà e infliggerà danni all’economia». Non male.

E il Giappone? L’altro giorno la Banca centrale giapponese ha confermato la sua politica monetaria, in linea con quanto ribadito negli ultimi mesi: tassi fermi e si va avanti con lo stimolo all’economia attraverso l’iniezione di 60 trilioni di yen (581 miliardi di dollari) all’anno. Un’economia che sta crescendo lentamente, anche se a ritmi decisamente più blandi rispetto a quanto la BoJ aveva previsto lo scorso anno. Anzi, più che blandi, sono ritmi che stanno perdendo decisamente velocità. Con l’aumento della tassa sui consumi dal 5% all’8% previsto per aprile, il Paese ha conosciuto un crollo della crescita, passata dal +4% di inizio 2013 all’anemico +0,7% dell’ultimo trimestre dell’anno. Di più, l’Economic Watchers Survey a febbraio ha conosciuto il peggior calo dal marzo 2011 ed è attualmente a un livello più basso di quando è partita l’Abenomics: per Marcel Thieliant di Capital Economics, «il Giappone sta conoscendo un rallentamento significativo». Basta vedere il ritmo di crescita dell’economia, visto che il dato sul Pil rivisto dal governo ha fissato l’asticella al +0,2% nei tre mesi conclusisi il 31 dicembre scorso e al +1,5% per il dato annualizzato del 2013. Certo, i dati preliminari erano poco migliori – +1,6% annualizzato e +0,3% sull’ultimo trimestre – ma in una condizione di stimolo monetario simile, anche una minima contrazione rappresenta una sconfitta. O, quantomeno, un bel segnale di allarme.

Tornando poi alla Cina, lo scorso fine settimana è stato reso noto il dato sul deficit commerciale che ha registrato un inaspettato 22,98 miliardi di dollari in febbraio, in netto contrasto con il surplus di 14,8 miliardi di dollari nello stesso periodo dello scorso anno e con la previsione media di un surplus di 11,9 miliardi di dollari. Le esportazioni poi sono calate del 18,1%, mentre le importazioni sono salite del 10,1%. Unite queste cifre a quelle rese note domenica sul tasso inflazione rallentato al 2% in febbraio dal 2,5% di gennaio e avrete immediatamente un combinato che con ogni probabilità potrà ritardare e non di poco i tanti necessari investimenti oltre che la domanda interna di spesa.

Ovviamente le autorità cinesi hanno immediatamente addossato la colpa per i pessimi dati alla stagione festiva vissuta dalla Cina a inizio anno, ma il dato sul rallentamento del settore chiave della manifattura parla chiaro e ci dice che la locomotiva del mondo perde colpi e velocità. E non è tutto: guardate il grafico a fondo pagina. Ci mostra in alto l’andamento delle tre principali aziende minerarie del Paese, le quali ormai vengono trattate in Borsa alla pari o addirittura sotto il book value, segnale che gli investitori cominciano a porsi domande sulla qualità reale di quegli assets. In basso, invece, abbiamo il raffronto tra il Csi 300 Energy Index cinese e il Msci All-Country World Energy Index: come potete notare, l’indice di Pechino viene trattato a un livello di sconto inquietante per una superpotenza industriale.

Vi ho già parlato poi del primo default su un corporate bond avvenuto la scorsa settimana, quello della società di produzione di pannelli solari Chaori e del fatto che questa scelta fa parte della strategia sposata dal presidente Xi Jinping di nuova disciplina di mercato e attacco alla politica di azzardo morale, nonostante – in silenzio – la Banca centrale abbia creato un cuscinetto per tamponare quell’evento di credito attraverso un calo dei tassi di interessi interbancari. E come ci dimostra questa tabella, almeno altri dodici potenziali default sono all’orizzonte da qui a inizio 2015.

 

 

Prestate particolare attenzione al Trust da 196 milioni di yuan che andrà a scadenza – e a rischio default – il prossimo 31 marzo, il cui emittente è il fantomatico “Magic Property” e gestito dall’onnipresente banca Citic. Magari quel default non ci sarà o magari sì, ma non cambia nulla: già, nonostante l’epilogo che si registrerà, c’è qualcosa di più inquietante dietro le quinte. Quel Trust è stato investito in un palazzo destinato a uffici a Chongqing, ma il costruttore finì nei guai finanziari a metà del 2013 e la Citic ha cercato di mettere all’asta il collaterale posto a garanzia del contratto. Peccato che il tentativo sia fallito perché il costruttore non solo aveva venduto il collaterale ma anche posto lo stesso a mutuo presso altri creditori. I quali contano di avere a bilancio o in portafoglio un asset perfettamente performante e in verità possono far affidamento su zero. Nulla. Bene, moltiplicate questo caso per qualche decina di migliaia di altri bond fuffa sparsi per la Cina, forse di più e avrete la dimensione di quanto potrebbe succedere da qui a fine anno. O, forse, da qui all’estate.

E proprio ieri è arrivata da Shanghai la notizia che le obbligazioni di Baoding Tianwei Baobian Electric Co sono state sospese dalle contrattazioni: l’azienda ha registrato forti perdite per il secondo anno consecutivo e le autorità hanno il timore che non sia in grado di ripagare i creditori. Come vi ho già detto, questi fallimenti rappresentano aggiustamenti necessari per un mercato come quello cinese sul lungo periodo, ma sul breve rischiano di creare nulla più che gravi rischi e azzardi ulteriori, stante l’impossibilità di preparare un atterraggio morbido per un mercato come quello del credito cinese che ha vissuto un vero e proprio boom e che ora rischia di comportare più di un mal di testa per il sistema globale.

Negli ultimi cinque anni, la Cina ha pesato per la metà dei 30 trilioni di dollari di aumento del debito a livello mondiale. Per Zhiwei Zhang di Nomura, «la Banca centrale sarà obbligata ad allentare la sua politica monetaria quest’anno attraverso ripetuti tagli alle ratio degli asset di riserva per evitare un rallentamento ancora maggiore: il deficit commerciale da 23 miliardi registrato in febbraio non fa altro, infatti, che mascherare una prima, seria fuga di capitali, distorta ovviamente dalla propaganda governativa che addossa tutte le colpe alle festività». E in effetti, ieri l’Istituto centrale cinese ha confermato che se la crescita scenderà sotto il 7,5% ma resterà sopra il 7%, si procederà a un abbassamento dei requisiti di riserva per gli istituti. Cosa temere, quindi?

Ci sono già segnali di forze deflazionistiche che cominciano a farsi sentire nel Paese, con l’indice dei prezzi alla produzione calato del 2% a febbraio rispetto a un anno prima: un dato che in realtà è negativo ormai da novembre scorso, sintomo che Pechino sta lottando senza successo con l’eccesso di impianti manifatturieri rispetto alla domanda in contrazione. La Cina solo lo scorso hanno ha investito 5 triliardi di dollari, lo stessa cifra combinata di Ue e Usa e già oggi ci sono segnali che Pechino stia cercando di esportare la sua sovra-capacità produttiva all’estero attraverso la svalutazione dello yuan, particolarmente marcata nell’ultimo mese.

Preghiamo che questa scelta non sia strategica, perché altrimenti si configurerebbe una politica di svalutazione competitiva capace di spedire nuovi e decisi impulsi deflazionistici in tutto il globo. Gli stessi che l’Ocse, forse, riconoscerà tra un trimestre o due. Intanto, le Borse europee cominciano a calare e patire. Germania e Francia in testa. Gli Usa campano ancora di rendita con la Fed, dovendo sgonfiare il “margin debt” – gli ultimi calcoli parlano di una sopra-valutazione degli asset azionari del 40% -, mentre Italia, Grecia e Portogallo sono la meta preferita dei cercatori di rendimento alla Pimco, ovvero dei pazzi. Finché dura, poi i massimi potrebbero diventare solo un bel ricordo. Sovrastato da un tonfo.

 

P.S.: Cosa vi dicevo l’altro giorno, rispetto al record di scommesse call sul prezzo del petrolio? Che Wall Street per Putin è più temibile degli incappucciati in piazza a Kiev. Detto fatto, ieri gli Usa hanno reso noto che attingeranno a 5 milioni di barili dalle riserve strategiche di petrolio, aumentando così di fatto l’offerta. Ecco la reazione alla notizia del prezzo del WTI Brent in apertura di contrattazioni a New York: la guerra prosegue, senza bisogno di sparare un solo proiettile.

 



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