SPY FINANZA/ Cina e Ucraina, due “siluri” per Draghi e l’Italia

- Mauro Bottarelli

La situazione europea è tutt’altro che rosea. Anche perché, spiega MAURO BOTTARELLI, ci sono due variabili sottostimate relative a Ucraina e Cina, che invece sono molto importanti

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Altro dato, altro calo. L’inflazione nell’area euro a febbraio si è attestata al +0,7% anno su anno, in calo rispetto al +0,8% anno su anno del consenso e rispetto al dato preliminare (+0,8% a gennaio su base annua). Su base mensile, a febbraio, l’indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,3% contro il +0,4% del consenso (a febbraio 2013 era all’1,8%). L’indice dei prezzi core, che esclude le componenti dell’energia, degli alimenti e dell’alcool, è cresciuto dell’1% a livello mensile, in linea con il consenso, e dello 0,5% su base annuale. Nell’Ue a diciotto Stati membri, i dati non sono stati molto diversi: l’inflazione annuale è stata dello 0,8% a febbraio, rispetto allo 0,9% di gennaio, e al 2% di febbraio 2013. L’inflazione mensile a febbraio 2014 è stata, anche in questo caso, dello 0,3%. Sei stati membri hanno avuto a febbraio un tasso annuale di inflazione negativo: Bulgaria (-2,1%), Cipro (-1,3%), Grecia (-0,9%), Croazia (-0,2%), Portogallo e Slovacchia (-0,1% entrambi). Mentre in Italia l’inflazione annuale a febbraio è stata dello 0,4%, in calo rispetto allo 0,6% di gennaio. Un anno prima, nel febbraio 2013, il tasso annuale era al 2%.

Sempre per l’Italia, l’inflazione mensile è al -0,3%: i settori che hanno spinto di più l’inflazione verso il basso, secondo Eurostat, sono stati i carburanti per i trasporti (-0,3%), le telecomunicazioni (-0,1%) e i combustibili da riscaldamento (-0,07%). E Draghi che fa? Esatto cari lettori, dorme e quando si sveglia si limita a minacciare l’utilizzo del famoso bazooka: basta vedere la durata delle reazione dei mercati alle sue parole, vedi giovedì scorso quando per la prima volta pronunciò la parola deflazione, per capire quanto venga preso sul serio. E invece la situazione è seria. Molto seria. E temo si stiano facendo i conti senza l’oste, come si suol dire.

Al netto della situazione europea e soprattutto dell’indicatore del mercato obbligazionario sovrano e dello spread (cui dedicherò un articolo ad hoc in settimana), ci sono due enormi variabili che a mio modo di vedere sono tremendamente sottostimate: primo, i contraccolpi sui mercati della situazione in Ucraina. Secondo, la portata della crisi cinese e il suo impatto sul sistema finanziario e bancario mondiale. Cominciamo dalla crisi russo-ucraina. Ora, non entro in dispute di diritto internazionale o peggio politiche, il mio compito è quello di parlare di finanza ed economia, quindi lascio alla coscienza di ognuno di voi valutare quanto sta accadendo, ma una questione mi pare chiara: gli Usa sono talmente pronti a far scattare le sanzioni contro Mosca da prendersi una settimana di tempo prima di farlo veramente, visto che il Congresso rimarrà chiuso per ferie fino al 24 marzo. Obama, con atto presidenziale, ieri ha annunciato il congelamento dei beni di molti collaboratori di Putin, ma tra il dire e il fare, ci sono di mezzo i paradisi fiscali e i trust lussemburghesi. Putin in persona, ovviamente, non è stato nemmeno nominato: va bene escalation, ma non esageriamo.

L’Europa, invece, si è lanciata subito e ieri ha cominciato a rendere note le prime misure che starebbe per varare, tra cui il congelamento dei beni all’estero dei colossi russi, Gazprom in testa. I soliti imbecilli, non siamo altro. Gli Usa, i quali dipendono zero dall’energia russa ma hanno visto scaricati 100 miliardi di debito da detentori esteri (Cina e/o Russia) nella settimana dal 5 al 12 marzo, come vi ho mostrato ieri, abbaiano ma non mordono. Noi, invece, che abbiamo la sola Germania dipendente dal gas russo per oltre il 30% del totale, dobbiamo subito fare il giudice Dredd della situazione: Washington, dove non permettono agli idioti di fare i politici e prendere decisioni, minaccia ma poi manda avanti noi, ovvero quelli che da uno scontro commerciale con la Russia hanno più da perdere.

C’è una cosa che in molti non sanno e che invece va tenuta presente e non si tratta degli oltre 600 milioni di dollari in bond corporate ucraini che andranno a scadenza da qui a metà luglio: c’è che, al netto dei soldi promessi a Kiev dall’Occidente, i primi 3 miliardi di aiuti al nuovo esecutivo finiranno dritti dritti nelle casse di Vladimir Putin. Spingendo di fatto l’Ucraina verso il rischio reale di default, ristrutturazione del debito e bail-in stile Cipro, per ragioni che vi spiegherò tra poco. Ciò che la grande stampa non dice – e forse non sa – parlando di Ucraina e amplificando le minacce Usa nei confronti della Russia dopo il referendum in Crimea, è la natura su cui si basava il vecchio accordo Putin-Yanukovich, quello che l’Ucraina scelse al posto dell’accordo con l’Ue e che scatenò la prima ondata di proteste. Il piano prevedeva infatti sostegno russo all’Ucraina per 15 miliardi di dollari attraverso l’acquisto di bond sovrani di Kiev. Per ovvie ragioni, vi è stato un solo collocamento, il 24 dicembre scorso, poiché il successivo avrebbe dovuto tenersi in febbraio, quando già si era insediato il nuovo governo ucraino.

Era un accordo da 3 miliardi di dollari, denominato però in euro e con i bond tutti sotto legislazione britannica, ovvero con la clausola di pagamento pari passu: se fai default, paghi lo stesso l’intero ammontare, come accaduto per la Grecia con gli hedge funds. Cosa fece però in più la Russia? Mise una clausola mai vista, a fronte dell’accettazione di un rendimento decisamente basso, circa il 5%, con due pagamenti previsti il 20 giugno e 20 dicembre di quest’anno e scadenza 20 dicembre 2015: se la ratio debito/Pil ucraina salirà sopra il 60%, quei bond saranno subito “callable”, ovvero Kiev deve rimborsare tutti i 3 miliardi di ammontare e pronta cassa. Tanto più che essendo sotto legislazione britannica, quei bond possono essere ragione di contenzioso solo presso corti britanniche e Putin mise questa cosa nero su bianco all’atto della stipula del piano d’aiuto, facendola anche passare per una gentilezza nei confronti di Kiev, visto che in questo modo né la Russia, né l’Ucraina avrebbero in alcun modo manipolare verdetti di tribunali domestici.

Ora, al netto del fatto che non si sia mai vista una clausola simile in un accordo su obbligazioni sovrane, resta il fatto che Kiev abbia accettato le condizioni poste da Mosca. All’epoca della stipula la ratio debito/Pil di Kiev era di circa il 40%, ma ora le cose sono cambiate: la Crimea, parte industriale del Paese, è tornata russa e quindi una porzione di economia ucraina è sparita o comunque rischia di sparire, le casse statali languono, le riserve valutarie estere stanno avvicinandosi pericolosamente a quota 11 miliardi di dollari e, soprattutto, quanto accaduto nelle ultime settimane ha provocato un nettissimo rallentamento dell’attività economica. In parole povere, più di un analista ha detto che entro la prossima lettura di previsione o massimo due, il valore della ratio debito/Pil potrebbe essere già a ridosso, se non superiore, al livello posto da Mosca come condizione. A quel punto, se la Russia chiederà il proprio denaro, Kiev dovrà sborsarlo, il tutto in un contesto economico già molto precario.

Certo, vi verrebbe da dire: ci avete invaso, ci avete portato via la Crimea, per noi quel debito è estinto. Vi pare però una motivazione adducibile di fronte a una corte di giustizia, soprattutto britannica, ovvero le più “business&creditors friendly” del mondo? Inoltre, un mancato pagamento di quei bond potrebbe far spaventare i detentori di altri bond ucraini denominati in euro o dollari, con la conseguenza di un aumento dei rendimenti e un crollo dei prezzi di quelle obbligazioni sovrane. E se anche si arrivasse a trovare una corte pronta a dare ragione a Kiev, la Russia avrebbe comunque il diritto di vendere quei bond in suo possesso sul mercato, facendoci anche dei soldi visto il prezzo di favore cui li ha ottenuti all’atto della stipula dell’accordo: cosa succederebbe a quel punto? La corte in questione si sentirebbe di invalidare quel debito, trovandosi adesso nelle mani di un detentore straniero e comunque non russo, magari un hedge fund? E l’Ucraina rischierebbe l’azzardo di non pagare in simili condizioni? Tanto più che sia Usa, che Ue, che Fmi hanno dichiarato di fronte al mondo la loro intenzione di aiutare e sostenere l’economia e le casse di Kiev: un default o comunque un contenzioso su 3 miliardi di debito sovrano, non paiono biglietti da visita granché entusiasmanti per evitare il tracollo del Paese.

Tanto più che, al netto dei miliardi di aiuti finora solo promessi a parole, i tre soggetti in questione – ma soprattutto il Fmi – vorranno mano libera e accesso ai conti: il debito ucraino, insostenibile al netto del rallentamento dell’economia e del dissanguamento delle riserve, potrebbe con ogni probabilità avere bisogno di una ristrutturazione in stile greco, anche per mettere a regime le riforme che sicuramente il Fondo monetario internazionale imporrà al Paese.

Guardate il grafico qui sotto: ci mostra i costi per il servizio del debito su bond detenuti a livello domestico e internazionale dell’Ucraina nell’anno in corso. Come pensate che verrà onorato, solo con i soldi di Ue, Usa e Fmi? No, come per Cipro, si sta già pensando a un bel bail-in, ovvero un prelievo forzoso sui conti correnti per fare cassa: cari ucraini, benvenuti nella logica europea che tanto anelate!

 

C’è poi la seconda variabile che potrebbe far deragliare i mercati e trasformare le notti di Mario Draghi in lunghi e interminabili incubi: la Cina, di cui troppo poco si parla rispetto alla magnitudo del problema. Guardate il grafico a fondo pagina: ci mostra gli stati patrimoniali della banche cinesi e Usa messi in comparazione. Soltanto nel quarto trimestre del 2013, gli assets degli istituti di Pechino sono cresciuti da 147 a 151,4 triliardi di yuan, un salto che denominato in dollari equivale a un triliardo giusto giusto di biglietti verdi. Nello stesso periodo, per fare un paragone, le banche statunitensi hanno conosciuto un aumento di “soli” 200 miliardi, quasi tutti iniettati dalla Fed grazie all’ultimo ciclo di Qe. Tornando al grafico, vediamo che dalla fine del 2009 in poi, gli assets bancari negli Usa sono cresciuti di 2,3 triliardi di dollari – tutti frutto della Fed -, mentre quelli cinesi sono più che raddoppiati, passando da 11,5 triliardi di dollari a oltre 25 triliardi di dollari, un record assoluto. Questa cifra si sostanzia in una crescita di circa 3,5 triliardi di dollari l’anno, circa quattro Qe di seguito e cinque volte la crescita di assets finanziari che si registra negli Usa.

E sapete cosa significa questo? Che la Cina è agganciata a quel trend di crescita annuale per generare il suo turbo-Pil di circa l’8%, che ora però comincia a calare sempre di più e sempre più strutturalmente. Ogni riduzione nel volume di quel flow monetario implica conseguenze sulla crescita cinese: la quale, come sapete, influenza quella globale ma anche la stabilità stessa del sistema finanziario mondiale. Speriamo che a Pechino sappiano cosa stanno facendo, altrimenti sono guai davvero: e ieri, tanto per stare tranquilli, si è avuta notizia dell’imminente secondo default corporate cinese in due settimane, con il colosso dell’immobiliare Zhejiang Xingrun Real Estate Co pronto a collassare sotto appena 3,5 miliardi di yuan di debito (circa 566 milioni di dollari), dopo l’arresto del suo principale azionista.

Non sottostimate queste due variabili, sono destinate ad accompagnarci per tutta la primavera, potenzialmente aumentando il rischio di arrivo della deflazione conclamata nell’Ue. A quel punto, qualsiasi mossa decisa dalla Bce sarà tardiva. E inutile. Diventeremo il Giappone della “lost decade”.

 

 

P.S: Ecco la reazione di rublo e mercato azionario russo all’atto presidenziale con cui Obama annunciava le prime sanzioni, quelle limitate ai collaboratori di Putin. Una grassa risata.

 



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