SPY FINANZA/ Il “giallo” dei mercati svelato da oro e franco svizzero

- Mauro Bottarelli

Mentre i mercati segnano ancora dei rialzi, beni rifugio come oro e franco svizzero stanno vivendo un periodo di rally. Una situazione davvero strana, come ci spiega MAURO BOTTARELLI

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Ve lo avevo anticipato giovedì e puntualmente sta avverandosi: Mario Draghi intende prendere ancora tempo prima di agire. A far propendere per questo sviluppo, il dato sull’inflazione dell’Eurozona a febbraio che ha sorpreso tutti, soprattutto alla luce delle indicazioni giunte dal fronte tedesco (+0,5% su mese e +1,2% anno su anno) e di cui abbiamo parlato diffusamente. L’indice dei prezzi al consumo nell’area euro dovrebbe attestarsi allo 0,8%, confermando il dato di gennaio, secondo le stime flash pubblicate venerdì da Eurostat, l’Ufficio statistico dell’Ue. Una stima che si confronta con il +0,7% previsto dagli economisti.

Nello specifico dei diversi settori, alimentazione, alcolici e tabacco dovrebbero aver registrato l’aumento maggiore (1,7% contro l’1,5% di gennaio), seguiti dai servizi (1,3% rispetto all’1,2% di gennaio) e dai prodotti industriali con esclusione di quelli energetici (0,6% in confronto allo 0,2% di gennaio). Nel settore energetico, l’inflazione dovrebbe rimanere con il segno negativo: a febbraio dovrebbe passare al -2,2%, rispetto al -1,2% di gennaio. Segno che la ripresa non c’è, a meno che le fabbriche e le aziende non abbiano trovato fonti energetiche alternative per far funzionare le macchine.

Il dato è in contrasto con le indicazioni emerse dai numeri tedeschi, spagnoli e italiani e supporta la visione in base alla quale la Bce resterà ferma nel prossimo meeting del 6 marzo, di fatto facendo diminuire e non poco le probabilità che nel prossimo meeting dell’Eurotower il Consiglio direttivo possa promuovere nuove misure non convenzionali a sostegno delle attività economiche. D’altronde, l’euro/dollaro schizzato sopra quota 1,38 sembra riflettere questa incertezza. Insomma, da Draghi ci si può attendere manovre minori, come ad esempio il tasso sui depositi oppure la decisione di bloccare la sterilizzazione degli acquisti attraverso il programma Smp, mossa quest’ultima già benedetta anche dalla Bundesbank. Ma qualcuno azzarda.

È il caso di Jonathan Loynes, economista di Capital Economics, il quale non solo non esclude che le previsioni della Bce sull’inflazione media all’1,1% quest’anno e all’1,3% il prossimo possano essere riviste al ribasso, ma ritiene anche che ci siano ancora buone possibilità perché l’Eurotower operi o un piccolo taglio dei tassi di interesse, andando di fatto a zero, o qualche forma di allentamento quantitativo. Pochi giorni e lo scopriremo. In compenso, cominciano a giungere segnali che la tensione sui mercati sta salendo, a dispetto dei record di Wall Street garantiti dall’atteggiamento a dir poco ondivago della Fed sul cosiddetto “tapering”.

La Svizzera torna infatti a essere un rifugio per gli investimenti e anche l’oro, come vi facevo notare due settimane fa, inizia a riprendersi dopo il terribile 2013. Il franco svizzero ha registrato sul finire della settimana un rally contro l’euro, toccando il livello massimo negli ultimi dieci mesi: a farlo correre il timore per i mercati emergenti, dove lo yuan nelle scorse ore ha registrato i minimi storici contro il dollaro a causa delle politiche della Banca del popolo cinese. Il franco ha guadagnato in una sola seduta lo 0,2% a 1,21 contro l’euro, il livello più alto dallo scorso 17 aprile: questo nonostante sia ancora attivo il tetto di cambio a 1,20 posto dalla Banca centrale svizzera nel settembre del 2011 per impedire alla propria valuta di apprezzarsi troppo, con l’effetto di spingere l’economia nazionale a una contrazione.

A spaventare gli investitori è anche la situazione in Ucraina e i timori che si possa ripercuotere sulla Russia e sui paesi occidentali, mentre iniziano a emergere dubbi sulla stabilità finanziaria di Turchia e Argentina. Il che ha messo le ali anche all’oro. Il metallo prezioso è passato da 1.200 dollari all’oncia a fine dicembre agli attuali 1.326, un rally importante che però segue un anno terribile nel quale l’oro è piombato da 1.600 a 1.200 dollari. Gran parte delle perdite subite nel 2013 sono avvenute dopo che la Fed aveva annunciato, a maggio, che il programma di acquisto di bond avrebbe cominciato a rallentare: detto fatto, le principali banche d’affari hanno dato vita a un bel corner che ha fatto crollare il prezzo dei futures, dopo che si cominciava a temere per la stabilità stessa delle bullion banks a fronte di quotazioni altissime e contratti di consegna fisica impossibili da onorare.

E a tale riguardo, il Financial Times ha stranamente ritirato dal suo sito un articolo del 23 febbraio dove si poteva leggere come i corsi dell’oro sarebbero stati oggetto di manipolazione fra il gennaio 2010 e il dicembre 2013. L’articolo è ancora consultabile nella copia cache di Google. Il pezzo si basava sull’analisi di uno studio di consulenza, Fideres, i cui approfondimenti hanno evidenziato che i corsi dell’oro salgono o scendono frequentemente all’inizio di una “conference call” che avviene due volte al giorno fra cinque grandi banche, che poi raggiunge il massimo di questa tendenza al momento della fine della conferenza, prima di subire un’inversione di tendenza. Fideres suggerisce che questo gruppo di banche si renda colpevole di comportamento collusivo, visto che la conference call rileva la procedura del “Gold Fixing”, che permette di fissare il corso dell’oro che servirà per le transazioni di mercato: le cinque banche sono la Deutsche Bank, Hsbc, Barclays, Bank of Nova Scotia e Société Générale. «Questo indica che le banche fanno salire i corsi dell’oro sulla base di una strategia che era probabilmente già stata determinata prima dell’inizio della conference call, in maniera che le loro posizioni esistenti o gli ordini in corso potessero beneficiarne – conclude Fideres -. Il comportamento del corso dell’oro è sospetto nel 50% dei casi. Non è una cosa che ci si attende quando si tengono in considerazione i normali fattori del mercato».

Si suppone che queste banche manipolino i corsi dell’oro per ottimizzare le proprie posizioni in questo valore. I fondi pensione, i fondi speculativi, i traders sui mercati delle materie prime sono i più suscettibili di aver sopportato perdite a seguito di queste eventuali manipolazioni dei corsi. Il regolatore della Borsa tedesca, Bafin, ha avviato un’indagine e chiesto documenti alla Deutsche Bank, la quale lo scorso mese ha indicato che si ritirava dal Gold Fixing : «La Deutsche Bank ritira la sua partecipazione nel processo di fissazione del corso di riferimento dell’oro e dell’argento a seguito di un importante riassestamento delle nostre attività sulle materie prime. Restiamo impegnati sui mercati dei metalli preziosi», si leggeva in un comunicato della banca.

Di più, stando a uno studio di Bloomberg, ci sarebbero state inversione dei corsi sospette almeno in due terzi delle occasioni seguite alla conference call in sei anni differenti tra il 2004 e il 2013. Nel 2010, addirittura, grossi scostamenti dei corsi durante il fixing furono negativi per il 92% delle volte. Al netto di questo, alcuni money managers stanno scommettendo che il mercato abbia toccato il fondo alla fine dello scorso anno, dato che titoli, valute e mercato obbligazionario dei mercati emergenti non solo non offrono più i rendimenti d’oro del passato ma sono soggetti oggi a un’inattesa volatilità. Tanto più che, come anticipato nell’articolo di ieri, Janet Yellen, presidente della Fed, ha ammesso che la Banca centrale americana potrebbe riprendere come prima il piano di sostegno all’economia nazionale se la debolezza degli indicatori dovesse persistere, soprattutto a causa del maltempo che ha afflitto gli Usa. Nel frattempo, il maggiore Etf sull’oro scambiato a New York, l’Spdr Gold Shares, è passato dai 115 dollari dello scorso 16 dicembre agli attuali 128 dollari e pare destinato a salire ancora.

Bene, avete mai sentito parlare di un mercato sano dove i titoli azionari sfondano un record al giorno ma l’oro e il franco svizzero vanno contemporaneamente in rally sulle aspettative di crisi e quindi sulla necessità di beni rifugio? Io no e penso che nessuno, nemmeno uno studente di economia al primo anno potrebbe ritenere sostenibile una dinamica simile. Ma si sa, nell’era della grande manipolazione, tutto è possibile. Almeno finché il giochino regge.

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