SPY FINANZA/ Credito e palladio, le armi nella guerra tra Usa e Russia

Usa e Russia hanno ancora diverse armi, a livello finanziario, per potersi fronteggiare, sferrando colpi che possono fare molto male. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

25.03.2014 - Mauro Bottarelli
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Vladimir Putin (Infophoto)

Stavolta, forse, ho azzardato un po’ troppo il giudizio. Questa volta ho dato gli Usa per sconfitti troppo presto. E ve lo dico per due ragioni chiare. Primo, Putin ha ottenuto la Crimea ma ha anche perso molto del suo potere di ricatto energetico usando la forza. Secondo, le sanzioni stanno funzionando: non tanto da destabilizzare l’economia russa, ma da creare tensione sui mercati sì. E parecchia. Quindi, prepariamoci a una reazione – non formale, non a chiacchiere – di Mosca.

Cominciamo dal primo punto, ovvero dal fatto che un funzionario europeo coperto da anonimato alla vigilia del G7 di ieri in Olanda, ha detto chiaro e tondo che «il progetto “South Stream” ora è morto». Di cosa si trattasse è presto detto, una pipeline che avrebbe dovuto unire l’Ue alla Russia attraverso il Mar Nero entro il 2018, la preoccupazione strategica principale degli Usa. E questo non significa solo spingere la Russia sempre più su una posizione di isolamento, ma anche colpire i contractors vicini al circolo di potere del Cremlino, spaventati di fare la fine degli imprenditori dell’inner-circle di Putin finiti nella lista nera Usa e sanzionati.

Il gruppo del gas Novatek, di proprietà dell’imprenditore Gennady Timchenko, ha perso il 16% in Borsa da quando il nome del numero uno è comparso nella black-list e lo stesso Timchenko ha dovuto vendere in fretta e furia a un socio il suo 43% di partecipazione nella Gunvor, quarto gruppo petrolifero del Paese, per salvare l’azienda. Inoltre, Visa e Mastercard hanno bloccato le loro transazioni con Rossiya Bank, anch’essa sanzionata, portando a delle per ora limitate bak-run, con cittadini russi che nel fine settimana hanno preso d’assalto i bancomat per ritirare più contante possibile.

La risposta di Putin giovedì è stata come sempre sprezzante – «Mi assicurerò di persona che il mio stipendio venga trasferito su un nuovo conto di Rossiya come prima cosa lunedì mattina» – ma la pressione comincia a farsi sentire. E la posta in palio sale, così come i rischi connessi a una situazione potenzialmente esplosiva. Addirittura, i due giganti delle carte di credito hanno chiuso ogni rapporto anche con Smp Bank, alla cui guida c’è l’ex compagno di judo di Putin, Arkady Rotenberg, senza che questa fosse però già soggetta a sanzioni: nessuno vuole correre rischi con i regolatori Usa. Il gigante dell’alluminio Rusal ha intavolato una trattativa con creditori per postporre il suo roll-over su parte dei suoi 10 miliardi di dollari di debito: in totale il debito delle aziende russe è di 650 miliardi di dollari, 155 dei quali devono fare roll-over quest’anno.

Cosa sta succedendo, quindi? Gli Usa, dopo i primi giorni di disorientamento e tentennamento diplomatico, hanno capito che questa battaglia non possono perderla. Anche perché, come vedremo tra poco, le due principali controparti – Usa e Cina – hanno più di un punto debole a livello economico da usare come tallone d’Achille. Nelle sale trading ormai nessuno più lo nega: si pensava alla classica disputa asimmetrica, al solito mostrare i muscoli per un paio di mesi, minacciando a destra e a manca e poi tutto come prima. Ma l’invasione e l’annessione della Crimea sono stati il punto di non ritorno. E i traders lo dicono chiaro: se le sanzioni si faranno più dure, le aziende russe saranno decisamente fiaccate, visto che sono già finanziariamente vulnerabili.

Il rischio vero è mancare gli appuntamenti con i roll-over sul debito, dando vita a sorte di mini-default in stile cinese o aumenti vertiginosi del prezzo del denaro per finanziarsi sul mercato. L’alternativa? Chiedere soldi alla Cina in via preferenziale, in cambio di spalancare la porta delle industrie strategiche. Anche perché, al netto dei numeri ancora importanti dell’import energetico, come ci mostra il grafico, la dipendenza dell’Europa da Mosca sta calando e, soprattutto, dal 2009 a oggi l’Ue ha speso 1,3 miliardi di euro per costruire interconnessioni continentali, una delle quali potrebbe ad esempio garantire a Polonia, Slovacchia e altri Paesi dell’Est il gas proveniente dalla pipeline Nord Stream tedesca.

Cosa farà Putin? Avrà la forza di “staccare” il gas a Berlino, di fatto dichiarando guerra? Stando a dati del gas Infrastructure Europe, l’Ue ha stock di gas per 37 miliardi di metri cubi – il 47% della capacità totale -, anche grazie alle condizioni meteo molto miti di quest’ultimo inverno e il network di pipeline è in grado di deviare i flussi, non patendo più di tanto eventuali tagli russi attraverso l’Ucraina. E che i numeri siano questi e che Mosca abbia forse gridato più di quanto la sua stazza consenta, a livello di ricatto energetico, lo confermerebbe la mossa compiuta nel fine settimana dalla Cina, il cui ministero per le Politiche agricole ha fatto causa all’Ucraina presso una Corte inglese per un prestito da 3 miliardi di dollari della State Food and Grain Corporation e la Export-Import Bank of China, acceso in cambio di grano, di cui Kiev è primario produttore. Insomma, esattamente come Mosca richiederà i suoi 3 miliardi di dollari di prestito obbligazionario non appena la ratio debito/Pil dell’Ucraina salirà al 60% – e manca poco, se non truccano per bene i conti -, così Pechino chiede altri 3 miliardi: sono già 6, mentre le casse di Kiev sono disastrate – riserve estere a quota 10 miliardi – e i soldi occidentali per ora ci sono solo a parole.

E se il Fondo monetario internazionale ha già ventilato una soluzione cipriota per tamponare i conti, ovvero prelievi forzosi sui conti sopra i 100mila euro, questa discesa in campo così plateale di Pechino accanto a Mosca potrebbe costringere gli Usa a calcare la mano, quantomeno per capire davvero quanto si è pronti a spingersi verso scenari estremi e dagli esiti non pronosticabili. Anche per la vecchia disputa del dumping commerciale tra Usa e Cina. Lo yuan, infatti, è sceso del 2,8% dall’inizio dell’anno e ora che ha rotto quota 6,22 sul dollaro, a Washington cominciano a innervosirsi. Da quando il governo centrale cinese ha iniziato a deprezzarlo per contrastare, sostengono note ufficiali, gli investimenti speculativi esteri che da mesi scommettono su un suo continuo rialzo, il tonfo è stato inarrestabile, ormai a quota sei settimane di fila. Ma gli Stati Uniti, rivelava ieri il Wall Street Journal, non hanno preso bene la manovra, sostenendo che in realtà la Cina sta cercando di favorire le proprie imprese esportatrici per dare impulso a un’economia che difficilmente riuscirà a crescere al tasso del 7,5% anche quest’anno.

E i dati usciti sempre ieri sull’economia di Pechino, non aiutano. Le stime preliminari elaborate da Hsbc e Markit Economics indicano un Pmi ai minimi da otto mesi a quota 48,1, in calo dalla lettura finale di 48,5 a febbraio e sotto la mediana di 48,7 che risulta dal sondaggio di Blooomberg con 22 economisti: ovvero, contrazione. Ma ieri è arrivato anche il dato Pmi degli Usa per il mese di marzo, in calo dal 57,1 di febbraio al 55,5, il peggior ribasso da tredici mesi a questa parte, quindi anche negli Usa – nonostante la Fed – l’economia stenta a ripartire, salvo gli strani zig-zag di dati da un mese con l’altro.

Inoltre, la decisione che il governo cinese abbia deciso di raddoppiare la banda di oscillazione dello yuan non è piaciuta a Washington. La Cina sostiene che era necessario per liberalizzare l’economia, ma gli Usa hanno reagito duramente: «Il governo cinese sta chiaramente flirtando con nuovi, seri problemi», ha commentato al quotidiano finanziario, C. Fred Bergsten, senior economist al Peterson Institute for International Economics. E quale potrebbe essere un primo, serio problema per la Cina, già alle prese con la bolla del credito e i default su debito corporate già in corso? Eccolo spiegato da questo grafico: l’indice Hang Seng venerdì scorso è sceso ai minimi da otto mesi, entrando ufficialmente in territorio ribassista, o di “bear market”. E questo indice azionario rappresenta il veicolo più liquido per gli investitori stranieri per trattare titoli cinesi: per quanto accetteranno ancora di perdere soldi, stante anche le politiche monetarie del governo, prima di scaricare? Ma, soprattutto, quanti investitori occidentali potrebbero spaventarsi di fronte alla voce grossa di Washington per sanzioni più dure e abbandonare il carro?

 

Ricordate cosa disse Jay Carney, portavoce di Barack Obama, la scorsa settimana: «Fossi in voi non investirei in equities russe, a meno che non vogliate prendere una posizione ribassista». Con l’Hang Seng tecnicamente già in “bear market”, la cosa potrebbe ampliarsi non solo al mercato russo. Questo non significa che Washington abbia vinto la guerra, per carità, ma forse l’eccessiva enfasi data al tour trionfale di Putin in Crimea nasconde delle sottovalutazioni. E alcuni particolari strategici, cui i trader e le banche d’affari stanno già lavorando, mentre ancora noi ci occupiamo di gas e petrolio. L’arma segreta di Mosca, infatti, si chiama palladio, metallo fondamentale per tantissimi usi industriali, dalle marmitte catalitiche alla componentistica elettronica di vario genere e tecnologia: bene, la Russia ha le più vaste miniere di palladio del mondo. Da ottobre dello scorso anno, il prezzo sul mercato di questo materiale è salito solo del 5,3%, nulla di devastante, ma se gli Usa e l’Ue dovessero incrementare le sanzioni, Mosca potrebbe decidere il bando sull’export e togliere gran parte del palladio dal mercato.

Già oggi, i grafici ci mostrano un momentum rialzista, avendo sfondato il prezzo ai massimi da 52 settimane e forte tendenza upward anche nella tracciatura sui cinque anni: attualmente siamo a 791 dollari l’oncia, ma in caso di escalation già i trader parlano di target conservativo al rialzo di 855 dollari l’oncia. Basti pensare che l’ultima volta che la Russia tolse il suo palladio dal mercato nel 2000, il prezzo salì del 151% dai minimi di 433 dollari del gennaio 2000 agli oltre 1090 dollari l’oncia del gennaio 2001. Direte voi, una mossa simile devasterebbe ampi settori industriali, i quali dovrebbero fare i conti con costi vivi decisamente maggiori, il tutto in un mondo macro per l’economia tutt’altro che florido. E che problema c’è? Quale miglior modo per stampare ancora un po’ di soldi, magari bloccando il “taper” e ampliando l’Abenomics, che una bella e patriottica manovra di stimolo bellica?

Nel frattempo, si fanno soldi con il nemico attraverso gli Etf, scommettendo sulle scelte tattiche del Cremlino: guardate le quotazione del Pall (Etfs Physical Palladium Shares) quotato alla Borsa di New York nelle prossime settimane. Geofinanza, sempre lei: confini, popoli, nazioni e senso di appartenenza non contano, sono cose ottocentesche. Si entra in gioco solo per il potere economico. E per decidere chi darà le carte anche nel nuovo secolo appena iniziato, a partire da quale sarà la moneta di riserva e il benchmark mondiale: leggetevi l’ultimo libro di Edward Luttwak sulla Cina, se non lo avete ancora fatto. È illuminante per capire i giorni che stiamo vivendo. 

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