FINANZA/ Il flop europeo che l’Italia ha ignorato

- Giuseppe Pennisi

Mentre in Italia l’attenzione era concentrata sul cambio di governo, in Europa sta cominciando a creare un certo imbarazzo la situazione dell’Unione bancaria. Ce ne parla GIUSEPPE PENNISI 

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Il 27 e il 28 febbraio il Presidente della Banca centrale europea è volato da Francoforte a Berlino per un incontro con Angela Merkel che è stato definito, dal portavoce della Cancelleria, “di routine”, a latere di un simposio internazionale sulla stabilità finanziaria. In effetti, parlando con amici e conoscenti nella capitale della Repubblica federale tedesca, si ha l’impressione che la materia principalmente trattata (in breve, che fine ha fatto l’unione bancaria europea?) non sia certo d’ordinaria amministrazione. Nonostante la poca attenzione data all’incontro, e all’argomento, dalla stampa italiana, e in generale dall’Italia, visto che l’attenzione era, in quei giorni, interamente incentrata sulla formazione del nuovo Governo.

Draghi ha mille ragioni per essere inquieto. Da un canto, l’istituto da lui presieduto sta procedendo verso l’assunzione di funzioni, e potestà, di vigilanza nei confronti delle banche di grandi dimensioni dell’eurozona. Dall’altro, gli altri tasselli dell’unione bancaria sono in alto mare. In particolare, i Ministri economici e finanziari dell’Eurogruppo paiono avere accantonato l’uniformazione delle regole in materia di garanzia delle somme depositate in conto corrente. C’è poi un vero e proprio scontro tra Eurogruppo e Parlamento europeo a proposito delle operazioni di “risoluzione” di istituti in gravi difficoltà. Ove ciò non bastasse, la sentenza della Corte costituzionale tedesca, con sede a Karlsruhe, si sta rivelando una vera e propria trappola per la Bce, i cui lineamenti giuridici sono delineati nella nota a fine articolo.

Nell’ipotesi più favorevole, il procedimento presso la Corte di giustizia europea (a cui la Corte costituzionale tedesca ha chiesto lumi su alcuni aspetti di grande rilievo) durerà almeno un anno, durante il quale la Bce non potrà né deliberare né utilizzare le Outright monetary transactions (Omts), annunciate il 26 luglio 2012 da Draghi con tanto clamore e mostrate come strumento principale in mano alla Bce.

Priva di due dei suoi tre pilastri (come definiti inizialmente) e con la pistola della sua architrave (la Bce) caricata a salve (per utilizzare un termine gentile), l’unione bancaria sta diventando una fonte di imbarazzo per l’eurozona. Lo mostra senza mezzi termini un documento della Asian development bank (il Working paper N. 462) diramato a metà febbraio, ma di cui nessuna fonte italiana d’informazione ha inteso dare notizia. Il documento conclude che gli Stati asiatici “non devono essere dissuasi” (dall’esperienza dell’eurozona) dal cercare una maggiore e migliore integrazione dei loro mercati e istituti finanziari, ma specifica anche che “il percorso europeo risulta pieno di falle”.

Le critiche stanno montando anche all’interno dell’eurozona. La settimana scorsa, il Ceps ha diramato il Working document N. 389 da cui si evince, dati alla mano, che all’interno dell’eurozona l’integrazione finanziaria sta marciando a ritroso. Tra le soluzioni proposte: un divieto netto agli aiuti di Stato alle banche – esattamente l’opposto da quanto pare trapelare dai segnali del Governo Renzi di essere favorevole alle “bad banks” per contribuire a risolvere i problemi del settore.  

 

Nota: I verbali rivelano anzitutto che due degli otto componenti del­la Corte si sono duramente opposti agli «aiuti» e alla stessa sentenza di rinvio alla Corte di Giustizia europea: «Stiamo eccedendo dalla nostre competenze», ha detto uno dei giudici. Sostenendo in punta di diritto che la Carta della Repubblica federale vieta strumenti come gli Omts. La Germania dovrebbe pertanto cambiare la propria Costituzione prima di permettere l’attuazione dello strumento. Il compromesso è stato raggiunto con una motivazione non giuridica: l’annuncio degli aiuti «ha cal­mierato i mercati ed evitato una crisi europea». Tuttavia, la Corte tedesca ha dato un compito limitato a quella Ue – la conformità degli Omts con i Trattati – e si è riservata la possibilità di torna­re sulla materia della “costituzionalità tedesca” dello strumento. Ossia: ove la Cge si schierasse a favore del presidente della Bce, i giudici tedeschi potrebbero pur sempre dire che gli «aiuti», pur conformi ai trattati europei, non sono in linea con la Costituzione teutonica.

Viene offerto tuttavia, tra le pieghe della sentenza, un compromesso articolato su tre punti. Il primo: in caso di ristrutturazione del debito di uno Stato (o di un istituto bancario) la Bce non deve essere sullo stesso piano dei creditori privati (come non lo sono il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale) e dunque non deve accettare perdite eventualmente dovute a Omts. In ogni caso – secondo punto – la Bce «non deve interferire con il processo di formazione dei prezzi sul mercato finanziario», ossia definire obiettivi quantitativi per obbligazioni pubbliche o spread. Da ultimo, l’impiego degli strumenti deve essere «limitato», e cioè titoli al massimo triennali, non proprio ciò di cui avrebbero bisogno i paesi più indebitati. La pistola potrà al più sparare a salve.

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