SPY FINANZA/ Così Pechino può “fregare” Putin

La Russia non sta attraversando un momento semplice sul piano geofinanziario e potrebbe avere anche una brutta sorpresa dalla Cina. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché

30.03.2014 - Mauro Bottarelli
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Vladimir Putin (Infophoto)

La Russia traballa e questo potrebbe convincere Barack Obama che sia giunto il momento di alzare la posta, ovvero annunciare nuove sanzioni dirette a colpire l’economia del Paese. A confermare la debolezza strutturale dell’economia russa e le preoccupazioni per l’impatto che la crisi in Crimea potrebbe avere su un quadro macro già fragile, infatti, ci hanno pensato sia la Banca mondiale che lo stesso ministro delle Finanze moscovita. Due le criticità maggiori, domanda interna in calo e assenza di riforme strutturali.

Per la Banca mondiale l’economia russa si contrarrà dell’1,8% quest’anno, una previsione al ribasso che tiene già conto dello shock economico e sull’attività di investimento dell’annessione della Crimea: «Le crescenti tensioni in Ucraina e Russia finora hanno causato effetti negativi limitati sui mercati finanziari globali, ma il rischio principale e che rimane latente è quello di un’escalation della tensione geopolitica tra Russia da una parte e Usa e Ue dall’altra», si legge nel rapporto biannuale dell’istituto dedicato al Paese. E in quasi contemporanea con queste parole, il ministro delle Finanze russo, Alexei Ulyukayev, ha tagliato con l’accetta le sue previsioni di crescita dell’economia, portandole per quest’anno allo 0,6% dal precedente 2,5% e dall’1,3% del 2013.

Motivo principale di questo drastico abbassamento dell’outlook, la fuga di capitali internazionali legata ai timori per le sanzioni economiche occidentali: «Calcoliamo che l’outflow per il primo trimestre sia stato di circa 60 miliardi e stimiamo una fuga di capitali pari a 100 miliardi per l’intero 2014», ha confermato Ulyukayev. Ma le stime del ministro potrebbero essere ottimistiche, visto che Capital Economics parla di 70 miliardi solo per i primi tre mesi dell’anno, più dell’intero outflow del 2013. E il capo economista del think tank, Neil Shearing, descrive un Paese già ampiamente in crisi prima dell’affaire Ucraina: «L’economia russa era già estremamente debole prima dei fatti di Crimea. La spesa per consumi rimane al di sotto degli standard passati e gli investimenti si sono contratti del 3,5% anno su anno a febbraio, dopo un calo del 7% annualizzato a gennaio».

Secondo la Banca mondiale, poi, l’economia russa ha sofferto molto nella gestione della crisi globale e il suo dato di crescita dello scorso anno parlava la lingua di un Paese che non ha avuto né la forza, né gli strumenti per agganciare anche il minimo di ripresa palesatosi. La fiducia degli investitori nella Russia, inoltre, aveva cominciato a deteriorarsi anche prima della crisi, a causa dell’eccessiva dipendenza dell’economia del Paese dai grandi progetti di investimento e dal monopolio petrolifero per garantire crescita: «Quanto accaduto di recente ha solo reso più chiaro a tutti la debolezza economica del modello di crescita russo, innescando una crisi di fiducia».

Tanto più che l’arma del ricatto petrolifero rischia di rivelarsi se non inceppata, certamente meno letale di quanto fosse prima. L’inverno mite ha infatti garantito all’Europa stock di gas ancora disponibile più ampi del solito e, soprattutto, alcune concomitanze stanno per portare a un calo del prezzo del petrolio: l’output iracheno è oggi al massimo da 35 anni a questa parte, quest’anno gli Usa aggiungono all’offerta globale un milione di barili in più al giorno grazie allo scisto e la Libia ha fatto ripartire l’export. La stessa International Energy Agency ha certificato che lo scorso mese la fornitura globale è cresciuta di 600mila barili e in molti azzardano un prezzo del barile attorno agli 80 dollari in tempi brevi e destinato a non salire: per finanziare il suo budget, il break-even di cui ha bisogno la Russia è invece attorno e non sotto i 110 dollari al barile.

Insomma, brutte notizie per Putin. A cui se ne aggiungono altre, perché da più parti si fa notare come il Cremlino stia facendo i conti senza l’oste nel basare tutta la sua fermezza sul presunto appoggio che gli fornirebbe la Cina. Se infatti il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov, ha annunciato dopo l’annessione della Crimea che «Russia e Cina hanno vedute che coincidono sulla situazione in Ucraina», i fatti hanno un po’ ridimensionato questo prospettato idillio e alleanza strategica. In sede di Consiglio di sicurezza Onu, infatti, la Cina non è stata dalla parte di Mosca, come accadde sulla Siria, ma si è astenuta e il suo ministro degli Esteri ha puntualizzato come Pechino «aderisce sempre al principio di non interferenza negli affari interni di altre nazioni e rispetta l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina». Non esattamente l’unità di vedute prospettata da Lavrov, quindi.

Tanto più che dopo l’incontro avvenuto la scorsa settimana a l’Aia tra Barack Obama e il presidente cinese, Xi Jinping, il consigliere per la sicurezza statunitense, Ben Rhodes, si è detto felice del colloquio tra i due e ha fatto filtrare come «la Russia non può più contare sul suo alleato tradizionale». Il perché è presto detto. La Cina non solo non ha interesse ad arrivare a uno showdown con gli Usa, ma anzi sta sistematicamente erodendo il controllo russo sul gas in Asia Centrale. Prendiamo il Turkmenistan, il cui gas passava da Nord e diveniva de facto ostaggio della prezzatura che di esso faceva Gazprom. Bene, ora passa da Est e il presidente cinese in persona, Xi Jinping, lo scorso settembre ha inaugurato la nuova pipeline da 1800 chilometri che dai campi di Galkynysh arriva in Cina, la seconda più grande al mondo con i suoi 26 triliardi di metri cubi e capace di fornire 65 miliardi di metri cubi, pari a metà dell’export di Gazprom verso l’Europa.

Più o meno la stessa cosa sta accadendo in Kazakistan, dove le compagnie cinesi la stanno facendo da padrone nell’industria energetica, come hanno confermato anche alcuni cables resi noti dal caso Wikileaks, tra cui quello di un diplomatico britannico che nel 2010 descriveva «la colonizzazione commerciale della regione da parte dei cinesi» e diceva come «la Russia sta guardando sparire con dolore il suo dominio energetico». Ancora più esplicito il cable in cui viene citato l’ambasciatore cinese in Kazakistan, Cheng Guoping, a detta del quale Cina e Russia erano sempre più in rotta di collisione e che Pechino non avrebbe dovuto pagarne lo scotto: «In futuro, le grandi relazioni di potere in Asia centrale saranno complicate, delicate. Le nuove pipeline di gas e petrolio stanno rompendo il monopolio russo nell’export energetico». Ma ancora più netta e chiarificatrice degli equilibri in atto, era la seconda parte del cable, nella quale Cheng non solo esprimeva «una visione positiva del ruolo degli Usa nella regione», ma suggeriva addirittura che la Nato prendesse parte come ospite ai colloqui per lo Shanghai Cooperation Group (di fatto la risposta russo-cinese all’abbinata Ue-Nato) per «rompere il monopolio russo nella regione».

Due volte il verbo “rompere” in un solo cable ed entrambe le volte diretto contro l’oligopolio energetico russo nell’Asia centrale, la “heartland” nella quale si giocano i destini dell’energia – e quindi del potere – del prossimo secolo. Forse Putin dovrebbe rifare un pochino i suoi calcoli. O, quantomeno, fare una telefonata a Pechino, esigendo una parola chiara prima di compiere passi che gli potrebbero essere fatali e che regalerebbero alla Cina, senza colpo ferire, la chiave del nuovo Eldorado energetico. “L’arte della guerra”, non a caso, è stato scritto da Sun-Tzu. Un cinese.

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