FINANZA/ Sapelli: “l’incubo” che spaventa la Germania (e aiuta l’Italia)

- Giulio Sapelli

Il Presidente della Bundesbank ha rilasciato delle dichiarazioni molto importanti per il destino dell’Europa. GIULIO SAPELLI ci spiega il perché di questa mossa

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È nato a Solingen nel 1968 il giovane Jens Weidmann, dal 2011 Presidente della Bundesbank. Prima di salire al vertice della Banca centrale tedesca dirigeva dal 2006 la politica economica e finanziaria della cancelleria tedesca ed è sempre stato a capo degli sherpa ai summit dei G8 e dei G20. Ha studiato tra la Francia e la Germania, tra Parigi e Bonn sotto la guida di un apprezzato economista monetarista come Manfred Neumann e si è fatto le ossa sul campo tra la Francia e il Ruanda. Una cesura netta con i primi economisti tedeschi del secondo dopoguerra che avevo conosciuto a Kiel alla fine degli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta all’Institut für Weltwirtschaft, tutti tronfi della loro carriera nordamericana.

Il giovane di Solingen è un nazionalista convinto e fervido seguace di Frau Merkel. Se ne ispiri o meno la politica economica è dubbio, tanto l’amante di Wagner e della cucina tedesca è eclettica per quanto riguarda i suoi consiglieri. Un puro ragazzone tedesco, il ragazzo di Solingen. Per questo sono particolarmente significative le dichiarazioni che via via, alzando sempre più la voce, sta disseminando qua e là. E dice cose veramente incredibili, se guardate dal profondo della Foresta Nera.

Il ragazzo di Solingen comincia a parlare, udite, udite, di pericolo di deflazione e dal suo volto di giovane tedesco convinto dei futuri risorgimenti nazionali traspare un certo qual timore. È il timore della bassa crescita e della disoccupazione che comincia a circondare le fertili terre tedesche. Forse ha visto il film di Eisenstein su Aleksandr Nevskij, nel corso del quale i feroci cavalieri teutonici sprofondano nella terra che si è trasformata in ghiaccio e nel ghiaccio che si è trasformato in una trappola mortale. Chissà se il giovane di Solingen sogna, come il giovane Holden.

Se sogna e se crede nei sogni, da buon tedesco, da Wagner a Freud, non può non avere paura. Ha paura che l’eccezionalismo tedesco finisca. Perché questa è la sostanza che sinora non siamo riusciti ad afferrare. La crescita tedesca è un unicum in Europa, con il suo grande surplus commerciale e insieme la sua formidabile coesione sociale. Certo, nei sogni del giovane Holden di Solingen anche la coesione sociale comincia a trasformarsi in un incubo. Come tutti i corifei della distruzione del modello sociale europeo, che passa per la riduzione della spesa pubblica e i bassi salari, aveva creduto nella favola di Papageno-Schröder, che la ha cantata e ce la ha suonata con la sua solfa massonica che ora si rivela un’aria di morte.

Per questo ora fa l’occhiolino a Mario Draghi. E lo fa non perché Obama gli ha detto due paroline nell’orecchio o perché la umiliata solitudine russa si è trasformata in nazionalismo risorgente minacciante gli equilibri di un post-Guerra fredda senza trattati. Il giovane Holden di Solingen non vede al di là dei suoi wurstel. Sarebbe troppo chiedergli un ragionamento geo-strategico. I nazionalisti non sono mai stati in grado di farlo e quando si sono azzardati a farlo gli esiti sono stati, ahimè, terribili.

Il giovane Holden di Solingen vuole il suo Butterbrot tutte le mattine. Ma è proprio questo che la politica deflattiva di Frau Merkel, e dei suoi i attendenti finlandesi e polacchi – in alta uniforme, per carità!- minacciano di non fargli più trovare a tavola, dopo il risveglio. Quindi è alla tavola che sarà apparecchiata il prossimo giovedì, alla riunione della Bce, che bisognerà guardare per capire se la patria tedesca rivelerà quel volto ben presente ma sempre oscurato: quello dell’esame di coscienza che prelude al mea culpa.

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