TASSE/ Forte: da Renzi una “mancia” pre-elettorale

- int. Francesco Forte

Per FRANCESCO FORTE, il bonus avrà un effetto sui consumi pari a zero. È quindi soltanto una pioggerellina estiva, che avrà conseguenze minime sul lato della domanda

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Matteo Renzi (Infophoto)

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha presentato il nuovo decreto con le misure fiscali annunciate nelle scorse settimane. Al primo posto c’è il taglio dell’Irpef per i redditi più bassi, che frutterà 80 euro al mese in busta paga. Una misura definita dal premier non una tantum bensì strutturale. Confermato inoltre il taglio dell’Irap del 10%, che sarà compensato con un aumento della tassa sulle rendite finanziarie. Il terzo pilastro del decreto è inoltre la riduzione della spesa pubblica da 900 milioni di euro, di cui 150 milioni verranno dal taglio del programma per l’acquisto degli F35. Ne abbiamo parlato con il professor Francesco Forte, ex ministro delle Finanze.

Quale sarà l’effetto del bonus da 80 euro al mese per la nostra economia?

Il bonus avrà un effetto sui consumi pari a zero. È quindi soltanto una pioggerellina estiva, che avrà conseguenze minime sul lato della domanda e scarse su quello dell’offerta. Migliora la situazione di alcuni soggetti, creando tra l’altro una nuova complicazione nel sistema tributario perché si tratta di una detrazione diversificata. Il livello di reddito è solo per il lavoro dipendente, che sarà definito con un contorno non chiaro, aumentando i rischi di contenziosi e di incertezza. Si tratta insomma di una manciata di soldi pre-elettorale che non imprime un reale slancio all’economia, sia per la sua modesta entità, sia per la sua natura e probabilmente anche per la sua temporaneità.

Il taglio dell’Irap sarà coperto grazie a un aumento della tassa sulle rendite finanziarie, e per Renzi in questo modo si tassa di più la finanza e di meno il lavoro. Lo ritiene un principio corretto?

Lo ritengo grottesco in un momento in cui siamo fortemente indebitati, e in cui avremmo bisogno di aumentare il credito all’economia. Tassare i canali attraverso cui arriva il credito all’economia, che è la principale esigenza per riuscire a crescere, e tassare il risparmio dei piccoli operatori economici che sono in grandissima parte i lavoratori dipendenti, è un’operazione del tutto sbagliata dal punto di vista economico, e che riflette una mentalità populista.

Perché la ritiene una scelta così sbagliata?

Dal punto di vista della teoria dell’economia sociale di mercato e dei cristiani sociali, il risparmio mediante casse di risparmio, libretti postali e banche di credito cooperativo, è lo strumento dell’elevazione sociale del lavoratore dipendente e della sua dignità. Dal punto di vista economico e dell’equità, non vista in chiave superficiale e populista, la scelta di Renzi rappresenta dunque un grave errore. In termini di teoria dell’offerta è inoltre una vera bestemmia, perché andiamo a creare una piccola manipolazione dell’Irap, che rimane intatta nella sua struttura, e nello stesso tempo creiamo un problema per le finanze regionali e andiamo a tassare il risparmio che è ciò di cui l’economia ha bisogno per partire.

I tagli alla spesa valgono in totale 900 milioni di euro. È una misura puramente demagogica?

Trovo semplicemente ridicoli tagli da 900 milioni con una spesa pubblica che esonda di continuo e che ha superato i 700 miliardi, cioè il 50% del Pil. Ciò rivela che Renzi non aveva nessuna volontà di tagliare realmente la spesa, e che questo è un governo basato ancora una volta sui deficit e sulle tassazioni. Come se ciò non bastasse, invece di risolvere il problema della flessibilità dei contratti di lavoro per combattere la disoccupazione, Renzi si limita a dare delle mance a chi un lavoro ce lo ha già.

 

Che cosa avrebbe dovuto fare il presidente del Consiglio?

Avrei ritenuto molto più utile se Renzi avesse agevolato i contratti flessibili, una misura per la quale sarebbero stati ampiamente sufficienti 8 miliardi. Mancano quindi una politica dell’offerta e una politica fiscale per la crescita. Ci sono delle misure vecchie, pallide, che ricordano le mance elettorali della prima Repubblica. In sostanza, si complica di continuo il sistema tributario, con grandi proclami cui seguono piccole misure, e la conseguenza è che il governo Letta era di gran lunga migliore di quello Renzi.

 

(Pietro Vernizzi)

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