SPY FINANZA/ Le otto aste che fanno vacillare la Russia

- Mauro Bottarelli

Mosca, dall’inizio dell’ anno, ha annullato già otto aste di titoli di stato. La situazione ucraina non sta certo agevolando finanziariamente la Russia, come spiega MAURO BOTTARELLI

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Vladimir Putin (Infophoto)

Mentre il piano di pace emerso dall’incontro di Ginevra tra Usa, Ue, Russia e Ucraina vacilla sotto i colpi di arma da fuoco che nel giorno di Pasqua hanno reclamato quattro vite nell’est del Paese, i mercati internazionali cominciano a mettere sotto pressione le obbligazioni sovrane russe e quindi la sostenibilità del debito di quel Paese sul medio-lungo termine. Il rendimento del bond decennale denominato in rubli è salito di 94 punti base dall’inizio della crisi in Crimea all’inizio di marzo, ma già da inizio anno, giustificando il fatto con “sfavorevoli condizioni di mercato”, Mosca ha annullato otto aste obbligazionarie, l’ultima la scorsa settimana. I funzionari del Tesoro russo usano toni tranquillizzanti, ricordando come la nazione – grazie ai quasi 500 miliardi di dollari di riserve – possa permettersi di rimandare le operazioni di finanziamento e sottolineando come il mercato abbia ben accolto i passi avanti diplomatici ottenuti a Ginevra, ma sempre più osservatori ritengono che i recenti stop-and-go di Mosca verso le aste obbligazionarie sovrane siano un segnale chiaro che giunge dai mercati di capitale.

Per Nicholas Spiro, direttore generale della Spiro Sovereign Strategy, «la Russia può permettersi di fare a meno delle aste per un po’ di tempo, ma l’ultima è stata l’ottava a essere cancellata e questo, sui mercati, viene visto come una chiaro segnale che la credibilità stessa del regime politico russo stia cominciando a soffrire». Dello stesso parere anche Dalibor Rohac, analista politico per il Cato Institute, a detta del quale «le cancellazioni di aste non significano affatto che la Russia stia diventando insolvente, ma sono un segnale che le cose non si stanno mettendo bene per l’economia del Paese. D’altronde, c’è sempre un prezzo da pagare ai mercati per le avventure di politica estera». E quel prezzo, sostanziatosi nell’aumento del rendimento da pagare, è la ragione principale per la cancellazione delle aste, almeno stando al giudizio di Apostolos Bantis, analista del credito per i mercati emergenti di Commerzbank: «Gli investitori stanno chiedendo un premio di rischio più alto che i russi non hanno intenzione di offrire, almeno non in questo momento».

Dopo aver toccato il 9,8% nel mese di marzo, la scorsa settimana il rendimento del decennale russo era sceso al 9,1%, un livello che però sembra non spaventare nell’immediato il Cremlino, il quale scommette tutto su un miglioramento a breve delle condizioni di mercato, ipotesi che ovviamente va a braccetto con quella di un abbassamento dei toni bellici in Ucraina. C’è però il fatto che la Russia, in questo modo, ha varcato il Rubicone della fiducia degli investitori, creando un danno serio alla propria reputazione in fatto di investimenti esteri occidentali: ogni minimo miglioramento della percezione dell’economia russa sui mercati internazionali può facilmente e rapidamente tramutarsi in una paralisi di lungo termine se in Ucraina si arrivasse a una guerra aperta con coinvolgimento diretto di Mosca.

Se infatti già oggi il Tesoro russo cancella le aste, di fatto rimandando l’impressione che non sia in grado di collocare il proprio debito se non a rendimenti eccessivi, come potrebbe affrontare i mercati di capitale durante un conflitto tout-court? Ma non solo il debito sovrano sta patendo i venti della crisi ucraina, tutte le emissioni obbligazionarie – sia sul mercato interno che su quello internazionale – languono: le emissioni totali russe sono scese a 9,1 miliardi di quest’anno, un calo del 74% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e il volume più basso dal 2009. Soltanto Gazprom e Sberbank hanno dato vita a emissioni, una a testa per un controvalore di emissione di 1 miliardo di dollari ciascuna, contro le nove dello stesso periodo del 2013 con controvalore di 13,1 miliardi di dollari. E non solo il settore obbligazionario manda segnali di debolezza, anche quello bancario.

Gli istituti di credito giapponesi, infatti, si sono di fatto ritirati dal mercato russo, annullando gli accordi e sospendendo le linee di credito nel timore che arrivino nuove e più dure sanzioni occidentali. Sumitomo Mitsui Banking Corporation (Smbc) e Bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj (Btmu), due delle più grandi banche nipponiche, si sono ritirate dalla Russia nelle scorse settimane, dimostrando come i giapponesi siano i più cauti rispetto ai rischi connessi alla crisi, stante anche l’Abenomics che non sta affatto sortendo gli effetti sperati e il mercato obbligazionario sovrano bloccato e senza liquidità. La Smbc si è ritirata sul filo da lana da un accordo di finanziamento per l’export con Metalloinvest, gruppo che opera nel campo dei metalli di proprietà del tycoon Alisher Usmanov, l’uomo più ricco del Paese, il cui annuncio era stato dato soltanto due giorni dopo l’annessione della Crimea alla Russia. La banca ha inoltre sospeso nuove linee di credito per la Gunvor, azienda petrolifera, in ossequio alle sanzioni imposte dagli Usa verso il suo co-fondatore, Gennady Timchenko e questo anche se altre banche hanno ribadito il loro sostegno finanziario al gruppo. La Btmu, invece, ha deciso di non prendere parte al finanziamento in favore dell’export per la Tenex, la compagnia che esporta l’uranio russo.

Insomma, più che ordini da Tokyo, si tratta di paura di finire nelle maglie delle nuove sanzioni Usa. E le due banche nipponiche avevano in essere un loan book di tutto rispetto in Russia, con prestiti per 7,1 miliardi di dollari per Mufje per 4,9 miliardi di dollari Smbc, mentre anche alcune banche Usa stanno cominciando a rivedere il loro impegno nel Paese: interpellato dal Financial Times con la garanzia dell’anonimato, il dirigente di una banca statale russa ha ammesso che «la nostra quota di mercato sta aumentando drammaticamente, non siamo mai stati così impegnati». Putin farebbe bene a tenerne conto. 

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