SPY FINANZA/ Così Fitch “copre le spalle” a Renzi

- Mauro Bottarelli

Ieri Fitch ha visto al rialzo l’outlook sull’Italia, parlando di fine della recessione. MAURO BOTTARELLI spiega perché dubitare del giudizio dell’agenzia di rating 

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Il senso dell’umorismo è sempre stato un qualcosa che mi colpisce positivamente e devo dire che ieri ho davvero tolto il cappello di fronte alla prova magistrale offerta dall’agenzia di rating Fitch in questa prerogativa caratteriale. Gli amici francesi, infatti, hanno confermato il rating dell’Italia a BBB+ ma hanno migliorato l’outlook da negativo a stabile. E già qui siamo al miglior Woody Allen, ma c’è di più. Per l’agenzia di rating la recessione in Italia è finita nel secondo trimestre del 2013: nemmeno i Monty Phyton sono mai arrivati a tanto. Ma avanti con l’ironia: anche se il Bel Paese ha un potenziale di crescita debole rispetto ai partner dell’eurozona, le condizioni di finanziamento sono migliorate a partire dalla metà del 2012, essendo il tasso medio di emissione per il Tesoro italiano sceso infatti al minimo storico dell’1,6% nel primo trimestre di quest’anno.

Tu guarda che idioti, viviamo in Svizzera e non ce ne eravamo accorti. La crisi è finita! Inoltre, l’Italia ha dimostrato flessibilità finanziaria e capacità di recupero durante la crisi dei debiti sovrani. C’è stato un abbassamento dei rischi fiscali legati al settore finanziario grazie alla capacità mostrata dalle grandi banche italiane di approfittare del miglioramento delle condizioni di mercato per rafforzarsi dal punto di vista del capitale, in vista dei test della Bce, con circa 10 miliardi di euro di aumenti di capitali annunciati (annunciati, non fatti, voglio proprio vedere Mps che raccoglie 5 miliardi di euro). L’agenzia ha inoltre previsto un ulteriore allargamento del surplus delle partite correnti dell’Italia nel corso di quest’anno alla luce di un rafforzamento della domanda per l’export, non ultimo dai partner della zona euro, mentre le importazioni rimarranno moderate a causa della debolezza della domanda interna.

Infine, una considerazione sul nuovo governo Renzi: «Ha annunciato un’agenda di riforme strutturali con una tabella di marcia ambiziosa e confermato l’impegno del precedente governo al rispetto dei parametri fiscali della zona euro, in particolare il mantenimento del deficit sotto il 3% del Pil quest’anno e di un piano di consolidamento fiscale nel medio termine». Una stabilizzazione del rapporto debito/Pil, una crescente fiducia sul fatto che tale paramento rimarrà saldamente su un sentiero di discesa e una sostenuta e ampia ripresa dell’economia italiana sono i tre fattori che potrebbero spingere Fitch ad alzare il rating italiano, declassato quattro volte dall’agenzia da AA all’attuale BBB+. Viceversa i fattori di rischio per il rating sarebbero l’instabilità politica, la possibilità che questa porti a un indebolimento dell’impegno al consolidamento fiscale e misure che possano compromettere la fiducia sugli obiettivi di riduzione del debito.

Oltre al rating sul debito a lungo termine Idr a BBB+, all’Italia è stato assegnato un tetto nazionale di AA+ e un rating sul debito a breve termine di F2. Ora tocca a Standard & Poor’s pronunciarsi sul rating sovrano italiano il prossimo 6 giugno (S&P’s ha BBB con outlook negativo), successivamente, il 13 giugno, toccherà a Moody’s. Grasse risate in vista. Ora, però, facciamo un po’ il punto. Quindi, per Fitch il fatto che lo spread sia sceso a livelli record grazie alla garanzia della Bce di comprare qualsiasi cosa prima dell’estate è sufficiente a parlare di fine della recessione. Peccato che la disoccupazione sia al 13%, le sofferenze bancarie a quota 162 miliardi, le detenzioni di debito pubblico delle banche – divenute di colpo sane per Fitch – in grado di farle terremotare se solo lo spread dovesse salire e anche alcuni dati macro parlino una lingua che non è quella dell’ottimismo.

Ad esempio, l’export, ovvero il nostro unico traino economico e una delle voci che Fitch vede come positiva. E lo è per quanto riguarda l’eurozona ma non altrove. L’export italiano verso i paesi extra-europei è infatti calato a marzo sia sul mese precedente con un -1,2% che sull’anno (-3,5%): lo confermano le stime preliminari dell’Istat che registrano una flessione ancora più marcata per l’import, che perde il 3,2% su febbraio e il 5,4% sul 2013: determinante per il dato mensile la forte caduta dell’export di energia (-16,5%), mentre crescono le vendite di beni strumentali (+2,9%). In compenso la bilancia commerciale è in attivo per 2.702 milioni, in lieve aumento rispetto allo scorso anno. La diminuzione annuale delle esportazioni coinvolge tutti i raggruppamenti principali di beni, con la sola eccezione, anche in questo caso, di quelli strumentali (+5,0%), mentre il calo delle importazioni è imputabile al forte calo degli acquisti di energia (-23,3%), al netto dei quali l’import cresce del 5,7%, trainato dai beni strumentali (+12,1%) e dai prodotti intermedi (+6,0%).

Insomma, dovremmo festeggiare per la bilancia commerciale in attivo? Facciamolo, peccato che sia solo per il crollo dell’import italiano. Vogliamo parlare del debito pubblico? L’ultimo dato parla di un 132,7% a fine 2013, ma basta utilizzare il contatore dell’Istituto Bruno Leoni per scoprire che al 24 aprile scorso, due giorni fa, eravamo già al 135,19%, una dinamica che se tutto va bene per fine anno ci porterà almeno al 139%. Ricordate cosa vi ho detto pochi giorni fa rispetto al raggiungimento di quota 150%? Attenzione, quella giunta da Fitch ieri è la conferma di quanto vi dico da tempo: ovvero che nonostante Crozza lo dipinga come un cretinetti, Matteo Renzi non lo è affatto. Ha coperture politiche e finanziarie molto in alto e soprattutto un’agenda – di svendita di quanto resta da vendere – molto chiara e precisa, dalla quale non derogherà. Solo così si ottengono giudizi ridicoli come quelli regalatici ieri da Fitch. E spread a meno di 160 punti base con dati macro come quelli che vi ho elencato.

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