IL CASO/ Così la finanza americana “controlla” Obama e l’Europa

- Paolo Raffone

La grande finanza americana è dotata di effettività di governo più del presidente Obama. PAOLO RAFFONE ci spiega perché e quali sono le conseguenze per l’Europa

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L’Obamacare è entrato in vigore lo scorso marzo. È stato un atto di giustizia sociale o un tentativo (disperato) di evitare il ricatto della grande finanza sul governo americano e il tramonto del dollaro? Che cosa collega l’Obamacare, il declino dell’Occidente, e la crisi economica nell’Ue? Cerchiamo di capire qualcosa.

Dalla fine della Guerra fredda (1989) l’Occidente vive un doppio squilibrio. Da un lato, lo squilibrio è interno allo stesso Occidente che, venuto meno lo stimolo dell’alternativa al comunismo, incontra crescenti difficoltà nel compattare il suo campo in senso egemonico, cioè nell’affermare, tramite la gramsciana combinazione di consenso e coercizione, il comune interesse alla centralità del dollaro come pietra miliare della sua economia-mondo. Dall’altro, l’Occidente ha perso quella capacità di dominio esterno che sin dalla transizione olandese-britannica aveva permesso di dirigere i flussi commerciali e finanziari prima a favore dell’Europa e poi degli Stati Uniti d’America.

Fallito il tentativo di egemonizzare la Russia (1991-2014), l’Occidente tenta di usare l’antico strumento del libero commercio sia per consolidare il proprio campo (Ttip con l’Ue), sia per contenere la crescente egemonia dell’Asia orientale, e in particolare della Cina (Tpp con i paesi dell’Asean e il Giappone). Intanto, alcuni eventi geopolitici indotti mantengono in stallo eventuali rivolte e pulsioni anti-occidentali: la guerra al “terrore” e le primavere arabe hanno (per ora) rallentato l’emergere dell’economia-mondo islamica, che superati i pregiudizi tra i dirimpettai del Golfo potrebbe (presto) rilanciarsi; le “rivoluzioni colorate” hanno eroso solo parzialmente l’egemonia russa nell’Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale; la “crisi del debito pubblico” è stata usata come strumento di dominio nell’Ue che ha dovuto accettare durissime misure di austerità e di riforma strutturale dei suoi sistemi economici e sociali.

Nonostante queste misure, la stabilità egemonica del dollaro continua a vacillare. Il governatore della Bce, Mario Draghi, scopre l’acqua calda quando dichiara che “uno dei problemi dell’eurozona è l’euro troppo forte”, ma tace sul fatto che il dollaro ha volontariamente svalutato di quasi il 35% in 12 anni: il cambio Eur/Usd nel 2002 era 0.875 e nel marzo 2014 è 1.382. Una vera operazione di dominio del dollaro sull’eurozona! Infatti, più che una decisione geopolitica governativa si è trattato di un’operazione che la grande finanza americana ha condotto per recuperare le perdite derivate dalla crisi finanziaria del 2007, a spese degli europei e dell’euro, e lanciare l’assalto ai governi occidentali.

La grande finanza è riuscita a speculare sul dollaro/euro e ha potuto convertire a proprio favore i flussi commerciali favoriti dalla debolezza della valuta. A partire dal 2010, la grande finanza americana ha potuto così attuare una strategia egemonica sull’eurozona che è stata convinta a ridurre il debito pubblico e prendere dolorose misure di aggiustamento strutturale. Per completare la presa egemonica i comparti industriali e finanziari americani, ma anche europei, hanno sostenuto il trattato di libero scambio (Ttip), che sposterà ulteriormente i flussi finanziari a favore del dollaro.

Appare chiaro che la grande finanza americana è dotata di effettività di governo più del presidente Obama. Lo avevano ben capito i partecipanti all’imponente movimento Occupy che nel 2011-2012 protestavano contro l’iniquità economica e sociale, e che denunciavano la “dittatura dell’1%” della popolazione a detrimento della democrazia.

In verità anche il presidente Obama ha tentato più volte di recuperare terreno nei confronti della grande finanza. Non essendo riuscito a ricondurre la finanza di Wall Street a favore di main street(la società e l’economia nel suo complesso), nel 2010 ha firmato la legge istitutiva di un sistema pubblico di “protezione dei pazienti”, nota come Obamacare, che dopo vari tentativi di blocco è entrata parzialmente in vigore nel marzo 2014 (si veda la sentenza della Corte Suprema). L’enfasi del discorso politico a sostegno dell’Obamacare insisteva sul concetto di giustizia sociale, cioè sulla responsabilità dello Stato federale di dover garantire una forma di assistenza sanitaria a quel 15% di cittadini statunitensi escluso dalle altre formule pubbliche (Medicare e Medicaid) e dalle più sostanziali assicurazioni sanitarie private (riservate ai lavoratori dipendenti, il cosiddetto sistema diGroup Insurance Schemes). Se da un lato è facile vederne i tratti di populismo progressista, in linea con l’innovatore presidente democratico afroamericano, dall’altro è certo che l’Obamacare è stato il più grande (e unico) tentativo di contrastare il ricatto della grande finanza sul governo americano.

Infatti, la riforma voluta da Obama incide sul rapporto pazienti-Stato-finanza/assicurazioni. Vediamo come. Innanzitutto lo Stato federale offre una polizza sanitaria pubblica e abbordabile economicamente per circa 35-50 milioni di persone. In questo modo sottrae al sistema di intermediazione delle assicurazioni private una fetta di potere che, sommata a quelle pubbliche già esistenti (Medicare e Medicaid), arriva a circa il 50% del totale della spesa in rapporto al Pil. Ciò dovrebbe avere anche un effetto sulla “centrale acquisti” pubblica di beni e servizi sanitari che potrà entrare in concorrenza con la corrispondente struttura privata. Quest’ultima è la causa prima dell’esorbitante costo dei beni e servizi sanitari negli Usa.

Infatti, la grande finanza è da un lato collegata alle big pharma (le aziende farmaceutiche) e dall’altro ai pazienti che vengono curati attraverso servizi esageratamente onerosi. Una vera e propria speculazione che distanzia gli Usa da tutti gli altri paesi occidentali, particolarmente europei. Quindi, l’Obamacare dovrebbe portare a regime, verso il 2020, il risultato di far scendere la curva ascendente della spesa sanitaria americana, altrimenti insostenibile (nel grafico qui sotto si vede come nel periodo 2009-2011 la spesa sanitaria Usa sia circa il doppio rispetto a tutti i paesi sviluppati).

 

Le industrie farmaceutiche mondiali non hanno tardato a reagire iniziando un’ondata di M&A nel settore. Oltre alle ovvie questioni puramente finanziarie, sembra che la big pharma voglia rispondere all’Obamacare creando delle superstrutture mondiali, ciascuna specializzata in settori ben precisi. Quindi, nuovamente una risposta che sembra un ricatto monopolistico mondiale ai piani di “equità sociale” voluti dal presidente Obama. Inoltre, queste superstrutture farmaceutiche potrebbero avere effetti negativi molto significativi anche nelle zone di libero scambio, come avverrebbe all’Europa dopo l’entrata in vigore del Ttip. Secondo molte Ong che difendono i pazienti europei, l’entrata in vigore del Ttip porterà alla necessaria deregolamentazione dei servizi sanitari, cioè allo smantellamento del sistema di welfare europeo. 



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