IL CASO/ Italia, la nuova batosta da 45 miliardi “grazie” all’Ue

La situazione di bassa inflazione, unita al Fiscal compact, crea grossi problemi al nostro Paese, che dovrebbe pagare un conto molto salato, come ci spiega LEONARDO BECCHETTI

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Italiani costretti a pagare di tasca loro per la bassa inflazione provocata dagli “apprendisti stregoni” di Bce e Unione europea. Le cifre circolate nei giorni scorsi dicono che il nostro Paese sarà costretto a spendere 15 miliardi di euro in più in quanto l’inflazione allo 0,4% fa sì che il debito pubblico cresca più rapidamente del costo della vita. Una cifra che per Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all’Università Tor Vergata di Roma, è in realtà ben superiore, pari a circa 30 miliardi di euro, cui vanno aggiunti altri 10-15 miliardi per il calcolo particolarmente svantaggioso della nostra disoccupazione strutturale inserito nel Fiscal compact. Per il professor Becchetti, «l’Italia deve assolutamente rifiutarsi di pagare questo conto, che tra l’altro creerebbe ulteriore recessione».

Professor Becchetti, può spiegare meglio il meccanismo in base a cui l’Italia paga il conto per la bassa inflazione?

Affinché il Fiscal compact possa funzionare, c’è bisogno di una crescita nominale (data da crescita reale più inflazione) pari almeno al 3%. L’Italia è lontana da quell’obiettivo perché l’inflazione sta scendendo a zero e la crescita quest’anno sarà pari allo 0,6/0,8%. Se questi sono i conti, il nostro Paese dovrà attuare una manovra pari almeno a 30 miliardi di euro. Il mio auspicio è che a questo punto il premier Renzi e il ministro Padoan sollevino il problema dell’assurdità del Fiscal compact.

L’Ue non si stanca di dire che l’Italia deve fare i compiti a casa, richiamando il nostro governo a ridurre il debito…

In questa cornice i compiti a casa non li deve fare solo il governo italiano ma anche la stessa Bce. Quest’ultima ha come obiettivo il fatto di arrivare a un’inflazione del 2%, e se non manterrà questo obiettivo il problema è della stessa banca centrale e non invece dell’Italia. Questi 15 miliardi, ma sarebbe meglio dire 30, vanno quindi addebitati sul conto dell’Unione europea, e non su quello del nostro Paese.

Cosa dovremmo fare allora?

L’Italia deve assolutamente rifiutarsi di pagare questo conto, che tra l’altro creerebbe ulteriore recessione e quindi ci allontanerebbe ancora di più dal raggiungimento dell’obiettivo. L’idea di far ripartire la competitività italiana attraverso la riduzione dei salari e l’aumento della flessibilità del lavoro è un’idea mercantilista, che si basa solo sull’idea che sia l’export a far funzionare un Paese, mentre nella realtà a essere decisiva per l’80% è la domanda interna. Quest’ultima è in crisi, e ridurre i salari non fa che peggiorarne ulteriormente le condizioni producendo dinamiche deflattive sui prezzi. La Spagna è stato il primo Paese a ridurre i salari e a marzo ha segnato una deflazione dello 0,2%.

Davvero ritiene che l’Italia possa rifiutarsi di pagare le conseguenze della deflazione?

Gli accordi internazionali sono basati sul rispetto delle regole, che prevedono che la Bce tenga l’inflazione di poco al di sotto del 2%. Se quest’ultima scende allo 0,4%, la parte che manca alla crescita nominale dell’1,5% è colpa dell’Europa. Non è infatti l’Italia a decidere il suo livello dei prezzi perché non decide la sua politica monetaria. I patti devono quindi essere rispettati da tutti, anche dalla stessa Europa e non solo dall’Italia. Tra l’altro sono patti fondati su regole evanescenti, in quanto il Fiscal compact dipende dalle percentuali di disoccupazione ciclica e strutturale. Se la disoccupazione è più ciclica che strutturale c’è uno sconto per i Paesi che devono recuperare la parte negativa del ciclo. In Italia oggi la disoccupazione ciclica è al 13% e quella strutturale è tra il 7% e l’11%. In questo modo di finisce per aggravare di altri 10-15 miliardi l’onere dell’aggiustamento per l’Italia.

 

Che cosa dovrebbe fare l’Ue per contrastare la deflazione?

La misura più urgente da intraprendere è una politica monetaria espansiva. In un contesto di globalizzazione, l’Italia paga un dividendo sociale subendo la concorrenza delle nazioni con un basso costo del lavoro. Il nostro Paese può però intascare un dividendo monetario, in quanto in questa condizione di concorrenza globale è possibile intascare più moneta senza fare aumentare l’inflazione. È quanto, a differenza dell’Europa, hanno compiuto gli Stati Uniti.

 

(Pietro Vernizzi)

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