FINANZA/ Draghi “azzoppa” l’Italia

- Stefano Cingolani

Durante la riunione del board della Bce tenutasi ieri non è stato preso alcun provvedimento immediato. STEFANO CINGOLANI ci spiega perché ciò non è un bene per l’Italia

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Mario Draghi (Infophoto)

“Useremo tutti gli strumenti disponibili per evitare la deflazione”. Mario Draghi ha parlato con una formula che ricorda quella dell’agosto 2012 con la quale salvò l’euro dal collasso. Ma questa volta le parole non hanno lo stesso effetto. Le borse, intendiamoci, hanno reagito bene perché per il quinto mese consecutivo i tassi di riferimento sono rimasti allo 0,25%, insomma sottozero in termini reali. L’euro si è leggermente deprezzato, anche se resta ancora a 1,37 sul dollaro, un livello davvero troppo alto. Sui mercati c’è calma, e ciò dà l’impressione che non esista nessuna urgenza, quindi Draghi può parlare e attendere. Ma la realtà è che le parole non bastano, la Bce deve agire. Ciò vale per l’Europa nel suo complesso e vale ancor più per i paesi in crisi. Per l’Italia è una necessità assoluta.

I prezzi al consumo, secondo gli ultimi dati, sono cresciuti appena dello 0,5% nell’area euro, se continua così presto cominceranno a diminuire in valori assoluti. Dunque entreremo in una fase di vera e propria deflazione. Draghi ieri ha detto che dipende dall’energia e dai generi alimentari spinti in basso da fattori internazionali sui quali la Bce non può influire. In ogni caso, la banca centrale controllerà da vicino gli sviluppi, pronta ad agire.

Il target è al 2%, dunque quattro volte il trend attuale, ciò vuol dire che l’Eurotower ha mancato i suoi obiettivi non per eccesso di moneta, ma per difetto, nonostante tutta la liquidità iniettata sul mercato? La discesa generalizzata dei prezzi porterà in basso anche la produzione, creando così una miscela di stagnazione e deflazione, opposta alla stagnazione più inflazione dei primi anni ‘80, ma altrettanto pericolosa, forse ancor di più visto che l’Europa non ha ancora smaltito i postumi della grande crisi finanziaria e di quella dei debiti sovrani.

L’impatto sui paesi altamente indebitati, infatti, sarebbe deflagrante. Tutti gli stati europei, Germania compresa, hanno debiti molto alti; in pochi casi è cominciata la discesa, in tutti gli altri no e tra questi ci sono la Francia, la Spagna e, soprattutto, l’Italia con il suo fardello pari al 132% del prodotto lordo. A partire dal 2015, scatta per tutti il Fiscal compact e il meccanismo collegato che porta a ridurre di un ventesimo l’anno per vent’anni la differenza tra il debito effettivo e l’obiettivo del 60% fissato dal trattato di Maastricht. Per noi sono ben 73 punti di Pil.

Ignazio Visco ha spiegato recentemente che non si tratta di trovare 40-50 miliardi di euro l’anno, perché basta che il tasso di crescita del prodotto nominale (cioè compresa l’inflazione) vada al 3% e che il debito scenda al 120%. Dopo di che si innesca un meccanismo di riduzione automatica (purché non si crei nuovo debito); il perché è facilmente intuibile: 3% l’anno per vent’anni fa 60%. Et voilà il gioco è fatto.

Scendere da 73 a 60 è compito delle politiche di bilancio, quindi bisognerà in ogni caso tagliare la spesa pubblica in modo massiccio (occorre evitare a tutti i costi di aumentare le imposte perché una stangata fiscale ha un effetto immediatamente negativo sulla congiuntura, la riduzione delle spese no, soprattutto se ben studiata). Ma per una crescita del 3% ci vuole la Bce. Per quanto le riforme strutturali o stimoli di natura fiscale possano spingere in alto il Pil, se i prezzi scendono l’obiettivo diventa impossibile. Per ridurre i debiti ci vuole l’inflazione; non troppa per evitare i suoi effetti perversi, ma nemmeno troppo poca. La deflazione, al contrario, mette in moto una spirale perversa.

Draghi lo sa bene. Ma è convinto che non accadrà nulla di catastrofico. Da quel che dice e dalla prudenza nell’agire, sembra che consideri passeggera la frenata dei prezzi. Eppure oggi ha qualche margine di manovra in più. La deflazione spaventa anche i tedeschi tanto che Jens Weidmann, il capo della Bundesbank, si è detto disponibile a considerare la possibilità di acquistare titoli sul mercato, come fa la Federal Reserve con il Quantitative easing. Certo, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, però il banchiere tedesco ha il merito di non aver mai nascosto le sue opinioni, ha detto di no anche quando era solo; è un uomo lineare, dunque bisogna prenderlo sul serio.

La Bce, del resto, al di là delle dichiarazioni di facciata, sta agendo sempre più come soggetto di politica economica, non solo monetaria. Da quando nell’agosto 2011 ha scritto quelle lettere all’Italia e alla Spagna ha cominciato a intromettersi anche nella politica fiscale o nelle riforme del mercato del lavoro. Si dirà che esse influenzano la politica monetaria ed è vero. Ma tant’è. Oggi, dunque, la banca centrale non può ignorare due fattori, intrecciati fra loro, che impediscono all’Europa di decollare: il primo è che la domanda interna nell’eurozona è troppo bassa perché i paesi del sud non possono espanderla e quelli del nord non vogliono (in ogni caso non a sufficienza); il secondo è che la deflazione allontana il deleveraging, la riduzione dei debiti (anche di quelli privati, non solo quelli pubblici) che rappresenta la premessa per una ripresa stabile e sostenibile.

Allora, è arrivato il momento di muoversi, come ha scritto Wolfgang Münchau sul Financial Times. Il presidente della Bce non è un temporeggiatore tremebondo, e lo ha dimostrato. Forse aspetta il momento più opportuno, purché non sia troppo tardi.

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