SPY FINANZA/ I “tonfi” asiatici che spaventano l’Europa

- Mauro Bottarelli

Il Fondo monetario chiede un intervento urgente da parte della Banca centrale europea. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché Washington non sbaglia nella sua richiesta

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Come volevasi dimostrare e come vi avevo detto già venerdì scorso, l’effetto Draghi sui mercati è durato il tempo di uno sternuto. Già ieri il cross euro/dollaro si riavvicinava a quota 1,38 e le Borse pativano quelle che erano perdite fisiologiche per un mercato drogato che, come un tossicodipendente in coda al Sert, resta in attesa di un nuovo stimolo, di nuovo doping finanziario per continuare a crescere a dispetto dei fondamentali macro. Le parole del governatore riguardo al fatto che giovedì scorso il Consiglio della Bce avesse parlato «ampiamente e in maniera ricca» di Qe e taglio ulteriore dei tassi sono servite giusto a far chiudere la settimana di contrattazioni: poi, alle parole come al solito non sono seguiti i fatti. Anzi, più di un membro dell’Eurotower tra lunedì e ieri ha sottolineato con forza che il rischio deflattivo attualmente non sia così grave da giustificare l’utilizzo di strumenti non convenzionali, ovvero acquisti di bond illimitati o non sterilizzati e tassi negativi sui depositi.

A mettere la pietra tombale su ogni possibile lettura ottimistica di quanto potrebbe accadere a Francoforte, ci ha pensato poi con un clamoroso voltafaccia Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank, il quale dopo aver aperto alle ipotesi di misure straordinarie ha ricordato come non sia accettabile «sovraccaricare il mandato della Bce». Eppure c’è chi non la pensa così e nonostante in passato si sia reso responsabile di previsioni e ricette a dir poco fallimentari, questa volta pare aver imparato la lezione. Si tratta del Fondo monetario internazionale, il quale nel World Economic Outlook appena pubblicato sottolinea come «la priorità per l’Eurozona sarà preparare il terreno a una crescita più forte e durevole, rispondere ai rischi di deflazione, assicurando però la stabilità finanziaria».

Di più, per il Fmi «un’inflazione a lungo sotto il target del 2% potrebbe destabilizzare le aspettative inflazionistiche di lungo periodo e rendere più difficile il conseguimento della ripresa nei paesi dove le economie sono sotto stress». Per gli analisti dell’istituto di Washington, «le politiche macroeconomiche dovrebbero restare accomodanti» e l’Eurozona deve sostenere ulteriormente la domanda: «Un maggiore allentamento monetario è necessario sia per sostenere la domanda che per avvicinare l’obiettivo del mantenimento di una stabilità dei prezzi vicina al 2%». Tra le misure auspicate dagli economisti di Washington ci sono «ulteriori tagli ai tassi d’interesse, ma anche operazioni a lungo termine di finanziamento alle banche».

Un sostegno fiscale può esser assicurato in paesi dove ci sono spazi per farlo, se la bassa crescita persiste e se sono esaurite altre opzioni di politica monetaria, prosegue il Fmi. Il Fondo poi cita anche l’Italia: «Ulteriori misure per rivitalizzare l’offerta di credito in paesi come Francia, Spagna, Italia e Irlanda potrebbero fare aumentare il Pil del 2% o più. Mentre Germania e Stati Uniti – segnala il rapporto – hanno quasi del tutto superato la stretta creditizia sperimentata durante la crisi, altri paesi sono ancora alle prese con le debolezze del settore bancario. La persistente contrazione dei prestiti in alcuni paesi dell’Eurozona fa ritenere che questo fattore continui a ostacolare la crescita».

Nella sua analisi il Fondo evidenzia poi come l’eurozona sia più esposta di Giappone e Usa a shock avversi e caratterizzata da dinamiche di crescita molto sbilanciate tra i paesi membri. Il tutto stante le previsioni attuali che collocano l’inflazione «ben al di sotto del target della Bce e per un periodo di tempo più lungo del consueto lasso di uno-due anni». Queste e altre considerazioni suggeriscono – conclude l’Outlook – che «un ulteriore allentamento monetario, incluso il ricorso a misure non convenzionali, sia necessario ora». «Ora», avete letto bene. Cioè adesso, non alla prossima riunione del board della Bce: ora.

E sapete perché? Perché il castello di carte sta cominciando a crollare, come ci dimostrano i tonfi delle piazze asiatiche e quelli meno fragorosi ma capaci di mandare gli indici in rosso da inizio anno negli Usa. L’ultima volta che i mercati equity a livello mondiale sono calati a questo ritmo era l’autunno del 2011, ma a novembre ci fu l’intervento coordinato delle banche centrali a continuare a far girare la giostra. Anzi, a farla volare come ci dimostra il primo grafico a fondo pagina. Più che altro, la Fed e le altre salvarono il mondo, nel vero senso della parola.

Stavolta, invece, almeno sulla carta è differente. La Fed ha dato il via al “taper” e non intende fermarsi, almeno nelle intenzioni e nonostante le tardive rassicurazioni della Yellen sullo stimolo all’economia che perdurerà, la Bce si limita a parlare e i due principali motori di stimolo, Cina e Giappone, mandano segnali tutt’altro che confortanti, con lo yen che continua a rafforzarsi invece che svalutarsi, gli outflows che cominciano a farsi sentire, lo yuan che invece si indebolisce e l’oro – termometro delle crisi – che torna a salire. Ieri l’agenzia cinese Xinhua News, di fatto la portavoce della Banca centrale cinese, ha fatto capire chiaramente che chiunque stia sperando in manovre di stimolo da parte della Pboc si sta sbagliando: «I discorsi riguardo stimoli in arrivo sono fuorvianti, mentre quelli che anticiperebbero l’arrivo di un pacchetto economico ad hoc corrono il forte rischio di essere delusi». Detto fatto, le aziende quotate e già in crisi sono crollate: la Chaori Solar, prima ditta che ha fatto default su un bond non rimborsato, ha perso il 5,02% a 2,46 yuan per azione, nonostante la dirigenza abbia garantito per iscritto ai detentori di obbligazioni che sarebbero stati pagati in luglio.

E dal Giappone non sono arrivate notizie migliori, nonostante il mese scorso il governatore della Boj, il buon Kuroda, avesse rassicurato tutti sul fatto che l’inflazione era sulla strada giusta verso il target prestabilito. Il mercato prezzava uno sforzo ulteriore – reggere il baraccone dei mercati manipolati globali richiede spalle larghe e portafogli enormi -, ovvero il raddoppio di acquisti sugli Etf e 10 triliardi di yen in più di acquisti obbligazionari. Non sarà così, visto che la Bank of Japan ha reso noto ufficialmente che «a fronte di crescita annuale della base monetaria di 60-70 triliardi di yen, non ci saranno cambiamenti nella politiche di acquisto né per i bonds, né per gli Etf». Boom, Nikkei al tappeto e yen che si rafforza sul dollaro. Ecco quindi la bomba per cercare di salvare capra e cavoli: per la Bank of Japan «l’economia del Giappone ha continuato a riprendersi moderatamente». Oddio, il secondo e il terzo grafico non sembrano d’accordo al riguardo: il primo ci mostra l’andamento del Pil giapponese, il secondo gli acquisti di assets giapponesi da parte di investitori esteri.

Eh già, il denaro straniero che arrivava a frotte nel Sol Levante e che avrebbe dovuto, almeno per i cultori dell’Abenomics, portare il Nikkei a quota 20mila (mentre è già a -7% da inizio anno) comincia a prosciugarsi, visto che il carry-trade sul dollaro viene schiantato proprio da questo apprezzamento. Se questi sono i segnali della “moderata ripresa”, allora possiamo tutti festeggiare con Kuroda. C’è poi dell’altro, ovvero la tassa sui consumi che il governo giapponese intende infatti aumentare proprio nel corso di questo mese dal 5% all’8%, per poi arrivare al 10% nell’ottobre del 2015. Un mezzo suicidio, per due motivi principali. In primo luogo, i timori sono riconducibili al fatto che il principale driver di crescita dell’economia giapponese negli ultimi trimestri è stato proprio l’aumento dei consumi interni. In secondo luogo, molti investitori hanno in mente quanto accaduto nel 1997, quando l’aumento della tassazione sui consumi dal 3% al 5% innescò, nel solo trimestre successivo della messa in atto della manovra, un calo dei consumi del 13% con un conseguente ritorno del Giappone alla recessione.

 

 

 

Guardate cosa successe all’indice Nikkei dopo l’aumento della tassa nel 1997, come ci mostra plasticamente il primo grafico a fondo pagina: un bagno di sangue. Insomma, se voi da questa situazione non vedete una replica 2.0 della bolla del 2007, invidio da morire il vostro ottimismo. Ma attenzione, se stavolta le banche centrali non apriranno ancora il paracadute, allora lo schianto per qualcuno potrebbe essere davvero mortale. Ve lo dimostra l’ultimo grafico: è la cosiddetta “death cross”, ovvero la comparazione tra le prospettive di crescita del Pil mondiale e il prezzo delle equity. Come vedete, le prospettive di crescita globale continuano a scendere, mentre i prezzi a salire: se arrivasse davvero una correzione del 15-20% in Borsa che facesse schiantare anche il secondo indicatore, cosa avremmo?

Esatto, la lenta – e magari nemmeno troppo, come ci ha insegnato il 2008 – agonia di una linea di caduta fino all’appiattimento. Ovvio, questo è il cosiddetto “worst case scenario” o “tail risk,” ma stante i dati macro globali vi pare il caso di scherzarci su o, peggio, di rimandare le decisioni alle calende greche?

 

 

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