ELEZIONI EUROPEE 2014/ 1. Schulz vs. Juncker, chi conviene all’Italia?

- int. Francesco Forte

Per FRANCESCO FORTE, tanto Juncker quanto Schulz sono espressione di una linea di imperialismo tedesco nell’Ue e le loro ricette economiche non presentano sostanziali differenze

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«Tanto Juncker quanto Schulz sono espressione di una linea di imperialismo tedesco nell’Ue, e le loro rispettive ricette economiche non hanno sostanziali differenze». È il commento del professor Francesco Forte, ex ministro delle Finanze, alla doppia intervista pubblicata su diverse testate europe ai due principali candidati per la Commissione Ue alle elezioni del 25 maggio prossimo: Jean-Claude Juncker per il Ppe e Martin Schulz per il Pse. Interviste da cui emergono diversità di vedute, almeno nelle dichiarazioni, per quanto riguarda i principali temi economici. Juncker da un lato nega che ci possano essere proroghe all’Italia riguardo il deficit pubblico, mentre per Schulz la situazione che si trova a gestire Renzi è oggettivamente drammatica, e un anno di tempo in più si può concedere.

Professor Forte, quanto contano queste diversità nelle posizioni da parte di Schulz e Juncker?

Non mi sembrano grandi differenze, in quanto si tratta di sfumature. In entrambi passa in secondo piano il bilanciamento attraverso la crescita delle politiche di consolidamento fiscale. C’è un’assenza totale di riferimenti al fatto che esiste un’anomalia nell’attuale tasso di cambio, che si è determinata dalla mancanza di credito e di espansione economica, cioè dalla situazione tendenzialmente deflazionistica e dall’afflusso di capitali verso la Germania. Questo cambio alto comprime le prospettive di crescita. Occorrerebbe un euro meno forte per garantire lo sviluppo della competitività e della crescita. Il cambio scelto per l’euro è sempre quello che favorisce la Germania, e così dovrà continuare a essere sia per Juncker che per Schulz. Non è l’unico silenzio a colpirmi in questa intervista.

Quali altri silenzi la colpiscono?

Nessuno dei due parla per esempio delle politiche espansive che dovrebbe attuare la Germania se non vuole che a farle sia la Bce. Entrambi tacciono sul punto fondamentale delle politiche espansive relative al tasso di cambio. Il fatto che ci sia questo silenzio implica che entrambi sono espressione della politica economica tedesca.

Complessivamente come valuta le posizioni di Juncker e di Schulz?

Per quanto riguarda i temi economici, entrambe le interviste risultano anomale. Da un lato non si parla della politica monetaria, e dell’obbligo che avrebbe la Germania di attuare un’espansione interna in risposta a un eccessivo surplus relativo alla bilancia dei pagamenti. Dall’altra il fatto che la Bce non attui una politica espansiva genera un afflusso eccessivo di capitali, il cui risultato pratico è il cambio di un euro troppo forte.

Che cosa ne pensa invece delle posizioni dei due candidati sui temi del lavoro?

La riforma del mercato del lavoro dovrebbe essere imposta insieme al Fiscal Compact. Gli attuali contratti finiscono per irrigidire l’economia di mercato. Tanto Juncker quanto Schulz sostengono una linea che definirei marcatamente di destra, secondo cui quando c’è un’elevata disoccupazione si spaccano i sindacati e si interviene con una cura alla Thatcher, che tra l’altro aveva un compito molto più facile. Negli anni ’80 la premier inglese si trovò a combattere contro il sindacato del carbone, un settore ormai anacronistico. Oggi invece la Commissione Ue avrebbe il compito opposto, quello cioè di evitare la distruzione di un tessuto economico positivo che va salvaguardato.

 

Quali sarebbero le conseguenze per l’Italia di una vittoria di Juncker o di Schulz?

Nel caso di una vittorie del Pse di Schulz, in Italia si rafforzerebbe la linea delle sinistre che non vogliono la riforma del mercato del lavoro. È ciò cui si è opposta Susanna Camusso durante il Congresso della Cgil, nel corso del quale ha proposto un modello neo-corporativo. Mentre il leader della Fiom, Landini, sostiene un modello di contestazione periferica. Entrambi i candidati per la Commissione Ue dicono no alla riforma del mercato del lavoro e quindi finiscono per favorire Landini e la Camusso. Schulz rivela di essersi dimenticato della linea riformista-sindacale adottata in Germania e di cui il suo partito politico potrebbe essere promotore anche a livello europeo. Dal punto di vista del candidato del Pse, il fatto che tutti prendano questa linea finirebbe per svantaggiare la competitività tedesca.

 

(Pietro Vernizzi)

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