IL CASO/ Il “teorema Bazoli” nella Milano dei sospetti

- Gianni Credit

La Procura di Bergamo ha messo sotto indagine Giovanni Bazoli, Presidente di Intesa Sanpaolo, per una vicenda riguardante Ubi Banca. Il commento di GIANNI CREDIT

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Il presidente di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli

Chi negli ultimi giorni ha sfogliato “Il Direttore” – discussa fiction appena mandata in libreria da Luigi Bisignani – si è accorto che il protagonista-bersaglio non è quello spasmodicamente atteso – Mauro Di Blasio, evidente controfigura di Ferruccio De Bortoli – ma il banchiere Ludovico Bogani: le cui sembianze – per chi conta su un minimo di cognizione – celano a malapena Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo e da molti anni demiurgo di molte vicende italiane, fra finanza, impresa, politica e giornali.

Se “il direttore”, nel libretto, è oggetto di avvertimenti largamente annunciati (presunte intercettazioni non ancora divulgate su colloqui con lo stesso Bisignani), “il banchiere” si ritrova al centro di ben più apocalittiche sceneggiature, che fanno rivivere a distanza di decenni i giorni più bui e tragici del crac Ambrosiano. E se “il direttore” sembra muoversi entro i confini salottieri di un sito di gossip, al “banchiere” è riservata una cornice romanzesca degna di Dan Brown: dove tutto è maledettamente serio e truce, a partire dalla sorte fatale segnata per un finanziere polacco. Ma è ardito l’intero teorema che fa da impalcatura al plot: e cioè che nel 1982 non vi fu affatto soluzione di continuità fra il “vecchio Ambrosiano” (fatto crollare dalla loggia P2) e il Banco fatta risorgere dal giovane professore bresciano e portato poi – dopo 32 anni ininterrotti – alla dimensione, al prestigio, al potere di Intesa Sanpaolo.

Il teorema fa talvolta perdere a Bisignani – arrestato e condannato per le trame della cosiddetta P4 – la precisione dei dettagli: non è vero, ad esempio, che il “banchiere” consumi da solo pasti frugalissimi nella foresterie della banca, al massimo alla presenza (rigorosamente digiuna) dell’amministratore delegato. È vero invece che – à la manière di Enrico Cuccia, leggendario presidente di Mediobanca – Bazoli riceve nel suo studio solo pochi pari: per tutti gli altri c’è invece una sobria anticamera tappezzata di libri e quadri, al di qua di una severa porta foderata in pelle.

A questa porta, ieri mattina, hanno bussato alcuni militi della Guardia di Finanza inviati dalla Procura di Bergamo. Bazoli è indagato – lo ha confermato il suo legale – per l’ipotesi di mancata comunicazione alle autorità di vigilanza di un presunto patto di sindacato fra azionisti di Ubi Banca. Tutto ciò almeno tre piani a monte del (presunto) illecito principale: la vendita di uno yacht da 3 milioni di euro compiuta dalle controllate del gruppo bergamasco-bresciano nel leasing e nel factoring ai presunti danni di un imprenditore fallito. Non a caso risultano indagati a cascata anche Emilio Zanetti e l’industriale Andrea Moltrasio – presidenti dei consigli di sorveglianza e gestione di Ubi -, nonché l’amministratore delegato Victor Massiah, nonché i dirigenti operativi da lui dipendenti: oltre a Carlo Pesenti – a lungo presidente del patto di sindacato de Il Corriere della Sera -, presunto beneficiario di un presunto acquisto anomalo.

Non vorremmo aggiungere altro per non incorrere nell’immediata accusa di capziosità da parte dei garantisti a senso unico dell’azione degli inquirenti. Ma almeno un interrogativo è d’obbligo: sarebbe stato perquisito l’ufficio di Yaki Elkann, azionista di controllo e presidente della Fiat per presunto (piccolo) illecito in una oscura azienda dell’indotto Fiat? E cosa c’entra l’ipotesi di “patto occulto” nell’azionariato della quinta banca del Paese – una Popolare – con una controversia più civile che penale il cui valore è un millesimo del crac Mps?

(Ieri il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo – nero su bianco – ha dato del bugiardo al suo capo Edmondo Bruti Liberati che ventiquattr’ore prima – sempre al canto della carta – ha affermato davanti al tribunale interno del Csm che Robledo ha ostacolato l’indagine Expo che venerdì ha generato una raffica di arresti a Milano. Gli ultimi di una serie prodotta dagli “opposti teoremi” di un regolamento di conti interno alla magistratura che ha semiaffondato l’Expo. In attesa di far perire attorno un’intera città, un’intera regione).

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