SPY FINANZA/ Ucraina, Belgio, Italia: gli strani “giochi” sul debito pubblico

- Mauro Bottarelli

MAURO BOTTARELLI continua a tenere sott’occhio il debito pubblico americano che risulta in mano al Belgio e ci parla di altre manovre riguardanti il debito sovrano

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Ricordate la vicenda del debito Usa detenuto in cifra sproporzionata dal Belgio? Bene, finalmente abbiamo i dati del Tic relativi al mese di marzo, quello che dovrebbe farci capire qualcosa di più, nonostante io abbia ricostruito come potenzialmente sia la Cina a utilizzare Bruxelles come proxy per acquisti di debito statunitense al fine di mantenere bassa la valutazione dello yuan. Ricorderete come proprio nel mese di marzo le detenzioni di debito Usa in custodia presso la Fed conobbero un calo record di 104,5 miliardi di dollari, tonfo che in molti attribuirono a una vendita “politica” da parte della Russia in risposta alle tensioni del conflitto ucraino. Bene, cosa scopriamo dai dati di marzo?

Primo, quel calo record fu compensato nell’arco di una settimana, quindi o i dati Fed erano sballati o qualcuno ha comprato e posto in custodia una somma pari di Treasuries. Secondo e più interessante, la Russia quel mese ha comunque venduto e pesantemente: per l’esattezza, 26 miliardi di dollari di debito Usa, il 20% circa di tutte le sue detenzioni, portando il suo livello totale a circa 100 miliardi di dollari, il più basso dalla crisi Lehman, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina. Terzo, il nostro amico Belgio è sempre più attivo. Dopo aver portato a febbraio le sue detenzioni totali a 341,2 miliardi, acquistando quel mese altri 31 miliardi di Treasuries (141 miliardi di acquisti da dicembre dello scorso anno, casualmente quando Bernanke annunciò il “taper” del programma di stimolo), nel mese di marzo altri 40 miliardi di debito Usa hanno fatto salire le holdings del Belgio a qualcosa come 381 miliardi di dollari, come ci mostra il secondo grafico.

Curiosamente questo accade nel mese – marzo – in cui il Giappone ha venduto 10 miliardi di Treasuries e la Cina ha visto le sue detenzioni invariate: a oggi, quindi, i conti ufficiali esteri su cui sono depositati quei titoli sono calati da 4,069 triliardi a 4,054 triliardi, dato che porta il Tesoro Usa a classificare come “private buyer”, ovvero acquirente privato. Quindi, per riassumere, dei 60 miliardi di incremento di detenzioni estere di Treasury, salite da 5,89 a 5,95 triliardi di dollari, il Belgio pesa per i due terzi e apparentemente acquistando sotto la voce di “conto privato e non ufficiale”.

Insomma, qualcuno da ottobre dello scorso anno ha comprato 200 miliardi di dollari di debito Usa utilizzando il Belgio come canale off-shore e sfruttando anche di fatto lo status di acquirente privato. A rischio di rimangiarmi il lavoro d’inchiesta fatto poche settimane fa, c’è qualcosa che va oltre la mera guerra monetaria tra Usa e Cina: anche perché, scrupolo nello scrupolo, prima di pubblicare l’ultima puntata avevo inviato una mail all’ufficio stampa della Bce, solitamente molto pronto nelle risposte, per chiedere se potessero negare ufficialmente che ci fosse la Banca centrale europea dietro quegli acquisti. Mai ricevuto una risposta. Mai.

Non pensiate che questa vicenda rappresenti per me qualcosa di personale, soltanto negli ultimi anni i debiti pubblici e le loro detenzioni sono diventate vere e proprie armi di dissuasione-distruzione di massa, esattamente quanto i derivati. Volete un esempio recente? Ve lo faccio subito. Ci sono infatti risvolti del conflitto ucraino che non finiscono sui giornali, ma non per questo sono meno importanti di altri per capire realmente come si stiano posizionando le parti in campo. Anzi, a volte svelano proprio i giochi sotterranei che stanno prendendo corpo e che potrebbero decidere l’epilogo della situazione.

Non ha fatto molto notizia, infatti, quanto accaduto l’altro giorno a Kiev, dove il ministero delle Finanze ha lanciato un’emissione obbligazionaria a cinque anni per un importo di 1 miliardo di dollari con un premio di rischio soltanto 28 punti base superiore ai Treasuries statunitensi, un qualcosa di inimmaginabile visto che sui mercati il rendimento da offrire per emettere debito ucraino è del 10%. Com’è stato possibile? Quel bond è garantito dalla US Agency for International Development (USsaid), la quale «assicura di ripagare in pieno capitale e interessi» e offre la garanzia in tal senso della solidità Usa e, de facto, dei contribuenti statunitensi.

Il vice-responsabile della Usaid, Mark Feierstein, ha così giustificato la scelta Usa: «L’emissione obbligazionaria da noi garantita di fatto aiuterà il governo ucraino ad accedere ai capitali necessari a un tasso ragionevole e a garantire la transizione verso una democrazia prospera». Non è un unicum quanto accaduto, medesime garanzie furono offerte per emissioni obbligazionarie in Tunisia nel 2012 e in Giordania lo scorso hanno, ma c’è un rischio in più per le obbligazioni emesse da Kiev. Bank of America-Merrill Lynch si è infatti immediatamente premurata di sottolineare come i detentori di obbligazioni ucraine potrebbero comunque subire delle perdite in caso i separatisti delle regioni del sud-est del Paese riuscissero a ottenere l’indipendenza.

Per la banca d’affari, infatti, una scissione nell’integrità territoriale del Paese potrebbe obbligare il Fondo monetario internazionale a stracciare l’attuale accordo per un pacchetto di aiuti da 17 miliardi di dollari e far scattare un programma di ristrutturazione del debito che andrebbe a colpire gli investitori privati. E dal Fmi hanno fatto sapere come stiano monitorando attentamente la situazione.

La guerra a volte si combatte anche con la finanza. E spesso dietro certe scelte può esserci un mero calcolo: meglio rischiare per un miliardo di dollari, visto che magari si dà già per scontata la secessione del sud-est, piuttosto che investire 17 miliardi a fondo perduto. Una bella ristrutturazione del debito scaricherebbe molti costi su altre spalle e garantirebbe al Fmi di mettere comunque le tende a Kiev. E questo val bene 28 punti base di premio di rischio sui Treasuries.

Attenzione, ciò che hanno combinato i derivati nella crisi del 2008 potrebbe replicarsi ma su scala globale e con danni incalcolabili per i debiti pubblici e gli spread. Avete visto cosa è accaduto all’Italia? Nel governo si nicchia sulle scelte economiche, Renzi trova più ostacoli che strade spianate, et voilà dai mercati arriva un bel segnale e una bell’aiuto al nostro primo ministro, il quale ora potrà utilizzare lo spauracchio dello spread per imporre scelte impopolari anche all’interno del suo partito.

Non ci credete? E allora spiegatemi se è razionale prendere 30 punti base di spread in un pomeriggio solo perché il Pil è arretrato a -0,1%, quando abbiamo da anni ormai la disoccupazione alle stelle, le sofferenze bancarie al 13% e la crescita in negativo. È stato un segnale. Come quello di chi sta usando il Belgio, come quello di Washington che garantisce il debito di Kiev. La crisi non è finita, sta solo entrando in una nuova fase. Decisamente pericolosa. 

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