SPY FINANZA/ E ora gli Usa “mollano” i Btp italiani

- Mauro Bottarelli

Il rendimento dei titoli italiani negli ultimi giorni ha subito un aumento. Per MAURO BOTTARELLI bisogna incominciare a preoccuparsi seriamente della situazione

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«Avevo detto che il calo dello spread avrebbe potuto invertirsi, specie in un Paese ad alto debito come il nostro, ora è successo. I mercati finanziari continuano a essere in una fase positiva rispetto ai paesi del sud Europa, però sono anche nervosi. Bisogna rispondere proseguendo con le misure che stabilizzano l’economia e la rendono più competitiva. Abbiamo una finestra di tempo utile per fare le riforme necessarie, dobbiamo approfittarne». Così parlo il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, rinfrancato per lo sgonfiamento tipo sufflè del nostro spread ieri mattina, passato rapidamente dai 195 punti base dell’apertura a 200 e poi ripiegato a 185. Ma non pensiate che quel rimbalzo sia stato determinato dalla fiducia in noi: sempre ieri mattina, infatti, Berlino ha messo all’asta propri titoli a scadenza decennale e – causa il basso tasso di rendimento offerto, in media finito all’1,41%, sui minimi da un anno – ha fatto cilecca, con la domanda che non ha raggiunto l’ammontare previsto. Sui 5 miliardi di bond in offerta la Germania ha raccolto richieste solo per 4,232 miliardi: insomma, ecco il miracolo dello sgonfiamento dello spread, altrimenti saremmo arrivati facilmente a 215.

Quindi, il ministro dell’Economia mi dà ragione: al netto dei timori che i mercati hanno per l’instabilità politica che il risultato delle europee potrebbe portare con sé e delle sparate di Beppe Grillo, è anche la questione dei fondamentali macro a farci finire nel mirino degli investitori. Ed ecco la parte più gustosa, quella di cui vi parlavo qualche giorno fa: Padoan parla di una finestra temporale utile per fare le riforme e cosa c’è di meglio se non un’impennata dello spread per far passare quelle riforme, sicuramente dolorose, con l’alibi del supremo bene del Paese? Preparatevi a una bella manovra correttiva, altro che 80 euro in busta paga.

Insomma, si vende debito italiano. Per coprirsi, passando dai Btp ai derivati oppure vendendo allo scoperto, ovvero piazzando oggi al parco buoi debito che vale diciamo 100 e che sappiamo in breve tempo varrà 80, causa turbolenze politiche e dati macro da mani nei capelli: detto fatto, alla scadenza prefissata vendo a 100 ciò che vale 80, con un bel 20 di profitto. Il problema attuale del debito, poi, è che si è rotto il meccanismo classico di “negative feedback”, ovvero il principio autolimitante che sovrintende l’obbligazionario sovrano, come spiegato dal primo grafico a fondo pagina: il rendimento sale, aumenta l’inflow di chi investe, quindi il rendimento scende, aumenta l’outflow di capitale, il prezzo cala e il rendimento torna a salire.

Oggi, invece, è un’altra logica a imperare, grazie al denaro a pioggia delle banche centrali, quella spiegata nel secondo grafico: siamo in pieno “positive feedback”, ovvero in una logica a iperbole che non conosce autolimitazioni nella correlazione prezzo-yield-domanda. Pericolosissima, perché è da questo meccanismo che, appena qualcosa va storto, nascono le sell-off, le liquidazioni stile 2011. E qualcosa ieri mi ha ricordato molto quella primavera e le logiche che portarono il nostro Paese all’emergenza.

Al netto dei complotti di cui mi interessa fino a un certo punto in questa sede, sapete tutti che i mercati stanno mantenendo un minimo di tenuta semplicemente perché stanno già prezzando e scontando un intervento della Bce a giugno, con tassi sui depositi negativi e forse un’operazione di cartolarizzazione dei prestiti alle Pmi. Bene, a smontare sul nascere le aspettative di tutto questo, paventando il rischio che «la Bce si spari su un piede», è guarda caso Deutsche Bank, che in una nota pubblicata ieri mattina a firma del capo del dipartimento europeo, Mark Wall, scrive quanto segue: «La Bce ha parlato di questi interventi per 18 mesi. È molto probabile che siano spaventati dall’idea di implementarli, ma li hanno sbandierati come un pistola carica e quindi ora devono farlo». Per Wall, l’idea di tassi di deposito negativi «potrebbe rivelarsi autolesionista, visto che le banche centrali non hanno usato spesso questa pratica e quando la Danimarca, unico Paese a implementarla, lo fece, si rivelò un insuccesso. Le banche non volevano trasferire il tasso negativo ai loro clienti, strizzando i margini, mentre altre lo fecero e questo aggravio delle condizioni del credito si rivelò controproducente rispetto alle finalità perseguite dalla Banca centrale». Inoltre, sempre Wall fa notare come «un tasso di deposito negativo, paradossalmente, potrebbe rafforzare e non indebolire l’euro, visto che porterebbe molti investitori verso la periferia dell’eurozona per garantirsi guadagni dallo spread sui rendimenti, generando inflows di capitali».

Insomma, se da una parte la Bundesbank sembrava tramutatasi in colomba, dall’altra gioca a minare alle fondamenta l’intero pacchetto pensato da Mario Draghi, rischiando di innescare ulteriore nervosismo in mercati già abbastanza agitati. L’asta di ieri ci dice una cosa: la Germania ha bisogno di un Bund bene rifugio e per ottenere questo, riempiendo le aste e pagando poco, ha bisogno che il nostro spread e quello spagnolo salgano, perché oggi rappresentano un’attrattiva per gli investitori, essendo relativamente bassi (quindi con percezione di limitato rischio di credito, proprio grazie allo scudo Bce), ma molto più alti del rendimento che offre oggi il Bund. Per comprare debito tedesco all’1% di rendimento, gli investitori devono avere paura, devono avere la certezza che il debito italiano e spagnolo sono come la lebbra e quindi ci si lancia su Bund, Treasuries (che, caso strano, in questi giorni vedono il rendimento del decennale sotto la soglia psicologica del 2,50%) e oro.

Capito quale gioco temo stia giocando la Germania, sfruttando al meglio le tensioni politiche italiane innescate dalle elezioni europee? Ora, guardate questo altro grafico a fondo pagina: lo so è tecnico e complicato, ma se vi fidate di me vi dico cosa comporta. Ovvero, che stando all’analista di Bank of America-Merrill Lynch, Macneil Curry, è ora di vendere i Btp italiani, a causa della combinazione del deterioramento degli assets europei (portafogli bancari e debito periferico in peggioramento) e dello scarso movimento dei prezzi: «È ora di vendere il rimbalzo nei Btp», scrive nero su bianco agli investitori Curry. Inoltre, sempre nella nota si dice che l’istituto vuole vendere anche i futures sui Btp di giugno, visto che «il calo d’impulso porta il trend del prezzo al ribasso e ci si sta preparando una discesa verso la confluenza nell’area congestionata di 121,18-120,61 come prezzo, dall’attuale 124,24». Tecnicismi finanziari, ma che in parole povere dicono una cosa: una grande banca d’affari Usa sta vendendo nostro debito e dice ai clienti di fare lo stesso.

Attenzione, stiamo vivendo giorni drammatici e pericolosi, ma qui ci preoccupiamo degli insulti di Grillo, delle dentiere di Berlusconi o delle promesse senza fine di Renzi. Siamo al 2011 in versione 2.0, tocca stare molto attenti: se parte la sell-off è la fine. E per bloccarla sul nascere, tocca dire sì a tutti i desiderata esteri rispetto al nostro assetto economico. Urge una terza via, urge un’alleanza forte che spaventi la Germania. Io un’idea ce l’avrei, ma la tengo per me. E ricordate: solo il 30% del nostro debito è in mano straniera e negli Usa qualcuno sta già vendendo e dando ordine di vendere. Tic toc, tic toc…

 



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