SPILLO/ Da Svizzera e Argentina le “spinte” per tornare alla lira

- Giovanni Passali

Il dibattito sull’opportunità o meno di tornare a una moneta nazionale continua a tenere banco. GIOVANNI PASSALI ci spiega perché non sarebbe dannoso un ritorno della lira

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La vecchia lira (Immagine d'archivio)

Un periodo in cui si leggono cose interessanti, questo. Alcune letture sono decisamente faziose, ma si riconoscono senza troppa fatica. Altre invece offrono la possibilità di riflettere sugli scenari prossimi venturi. Una di queste è la recente intervista a “Il Venerdì” di Repubblica al prof. Zingales, il quale ha risposto ad alcune domande su un ipotetico ritorno alla lira. Lui è contrario, ma diverse sue riflessioni sono interessanti e danno da pensare su cosa potrebbe realmente accadere e su cosa converrebbe fare.

Per cominciare, però, partirei dalla sua considerazione finale, che mi trova completamente d’accordo, anche se per motivi opposti. “Credo che un buon modo per capire sia studiare l’Argentina, dove peraltro sono tutti italiani. Quello è l’esempio di come la politica può portare un Paese alla rovina. Il mio incubo è che l’Italia finisca allo stesso modo”. L’Argentina è arrivata al default nel 2001 dopo aver seguito pedissequamente le indicazioni del Fondo monetario internazionale, tanto da essere diverse volte additata come modello di libero mercato che favorisce lo sviluppo. Ma una parte essenziale di quel modello è stato il cambio fisso della propria moneta (il peso argentino) con il dollaro, che permise a quel Paese di accedere a liquidità a basso costo (in dollari), incrementando così la facilità a indebitarsi, ma in valuta estera.

Di fatto, con il cambio fisso tra peso e dollaro, anche la moneta nazionale diventava una valuta estera. In effetti, questa rigidità è stata proprio l’elemento occasionale scatenante il default in una situazione di crisi preesistente: alla fine degli anni ‘90 tutti i paesi del Sud America erano in crisi e quindi le loro monete subirono una svalutazione. Ma non l’Argentina, che aveva la propria moneta agganciata al dollaro. Questo causò una forte rivalutazione del peso argentino nei confronti del real brasiliano, provocando una pesante crisi dell’esportazione argentina verso il Brasile. E siccome tali esportazioni erano circa il 30% dell’export totale, questo aggravò la situazione.

In seguito a tutte queste difficoltà, scattò una iniziale corsa agli sportelli (tutti cercavano di ritirare pesos per cambiarli in dollari e portarli fuori dal Paese), bloccata da un decreto del governo che impediva il ritiro di una quantità superiore ad un minimo giornaliero. Ma la situazione era ormai sfuggita di controllo e di lì a poco il peso argentino fu sganciato dalla parità col dollaro, arrivando a svalutarsi fino a 4 pesos per dollaro. Da notare che nello stesso periodo, il 2002, l’inflazione rimase sempre intorno a un valore del 4%, tranne per il mese di aprile nel quale raggiunse il 10% (su base annua).

I racconti della crisi argentina sono molti ormai; ma quasi mai si ricorda un dato semplice: nel 2000 il tasso di disoccupazione era superiore al 20%, quando iniziò a crollare grazie all’inflazione (perché grazie all’inflazione, questo non lo dicono mai, non conviene tenere i soldi sotto il materasso o fermi in banca, ma conviene spenderli in beni reali o tentare di investirli in qualche impresa economica, in ogni caso avendo l’effetto di creare lavoro e posti di lavoro). Da quel momento, la disoccupazione passò sotto al 15% già dall’inizio del 2004, poi sempre sotto il 12% dal 2005, poi sempre sotto il 10% dal 2007 e infine non ha più superato l’8% dal 2010. Oggi è al 6,4% circa. Un sogno per noi italiani. C’è dunque da chiedersi se sia preferibile avere, come in Argentina, disoccupazione al 6% e inflazione al 22% (e salari che aumentano del 25%), oppure come in Italia oggi, con disoccupazione al 12,7% (in crescita) e inflazione allo 0,5%. Un’inflazione così bassa che protegge chi presta denaro (cioè chi lo ha) e svantaggia chi prende a prestito: risultato, crollo del credito.

Ma l’intervista a Zingales contiene altri elementi interessanti. Come quello della possibile svalutazione della nuova lira rispetto all’euro: “Di sicuro tra il 25% e il 30%, forse anche il 50%. In Argentina sono arrivati al 70%. Insomma, una bella botta”. Qui dobbiamo fermarci un attimo per comprendere un passaggio importante: ipotizzare che, tornare a una moneta nazionale porterebbe la nuova moneta ad una svalutazione del 30% rispetto all’euro, perché quella sarebbe la reale valutazione della nostra economia, vuol dire presupporre che ora stiamo utilizzando una moneta (l’euro) sopravvalutata di circa il 30% rispetto al reale valore della nostra economia. Ora la vera domanda è: c’è un qualche modello economico, un riferimento qualsiasi, una semplice teoria che possa giustificare la sostenibilità di un sistema economico che utilizza una moneta non sua sopravvalutata del 30% o forse più? Di questo ipotetico modello economico non c’è traccia e il precedente dell’Argentina (che avendo agganciata la propria moneta ad un cambio stabile con una moneta estera è come se avesse avuto una moneta straniera di fatto) non è incoraggiante.

Ma torniamo alla nostra ipotesi. Noi torniamo alla lira a un certo cambio fissato dal governo e la speculazione internazionale “cattiva” ci svaluta questa moneta (agendo sul mercato dei cambi) del 30%. Per chi opera sul mercato interno non cambia sostanzialmente nulla. Spendeva 100 lire prima, continua a spendere 100 lire dopo per pagare un qualsiasi prodotto interamente italiano. Chi invece si era abituato a comprare all’estero troverà tutti i prezzi più cari del 30%. E quindi cercherà di sostituirli con pari prodotti italiani. Questo farà riprendere i consumi interni e l’occupazione. Al contrario, chi era abituato a vendere all’estero prodotti italiani si ritrova con un grande vantaggio, cioè può vendere a prezzi maggiorati del 30% (in valuta italiana) oppure può praticare sconti fino al 30% rispetto alla concorrenza (incassando così la stessa cifra, sempre in valuta italiana).

Ora veniamo all’unico caso davvero sconveniente. Il caso di prodotti esteri non sostituibili con produzione italiana. Il caso tipico è quello del petrolio. Non intendo qui affrontare questioni non banali, come quella della discreta quantità di petrolio che potremmo estrarre in casa o delle diverse fonti di energia che oggi non sfruttiamo o delle diverse tecnologie che potrebbero essere implementate per consumare meno e meglio. Rimaniamo sul fatto che comunque vi sono e vi saranno una serie di materie che importiamo, lavoriamo e rivendiamo. E partiamo dall’esempio concreto del petrolio.

Il petrolio viene prezzato in dollari. Se la nuova lira si deprezza verso l’euro, non è detto che si deprezzi verso il dollaro; magari si deprezzerà di una percentuale inferiore rispetto al dollaro, mentre al contrario il nuovo euro (senza l’Italia) si apprezzerà non poco rispetto al dollaro. Insomma, se la nuova lira si deprezza del 30% rispetto al nuovo euro, potrebbe farlo solo del 15% rispetto al dollaro. Questo perché il nuovo euro potrebbe apprezzarsi del 15% rispetto al dollaro. In altre parole, il prezzo del petrolio per noi non sarebbe così rincarato come da svalutazione. Inoltre, le nostre automobili non consumano petrolio ma benzina, cioè un prodotto di un processo (la raffinazione) che viene svolto in Italia e il cui costo non dipende dalla svalutazione della moneta nazionale. In realtà, il costo del petrolio incide appena per il 25% rispetto al costo della benzina alla pompa. Quindi un aumento di una certa percentuale del costo del petrolio si riflette per appena un quarto sul costo della benzina.

Anche Zingales ripete questi tipi di ragionamento: “Nel caso dei ceci, essendo un bene molto commerciabile, subirebbero un aumento pari alla svalutazione, diciamo tra il 30% o il 50%. Ma per il pane, per esempio, sarebbe un’altra storia”. “Nel prezzo al dettaglio del pane ci sarà, diciamo, un 15% di materia prima, la farina, il lievito. Il resto è trasporto, salario del panettiere, distribuzione. La quota di materia prima subisce un aumento al pari dei ceci, le altre voci molto meno. Quindi, una pagnotta aumenterebbe meno dei ceci”. E nel caso delle case? “Dipende anche qui. Se hai una casa a Frascati, un mercato locale, il suo prezzo si tradurrà più o meno in un rapporto uno a uno lira/euro. Se hai una casa in centro a Roma, beato te, quella ha ormai un mercato internazionale, se la comprano i russi. È probabile che si rivaluti. E se hai pure un mutuo che da euro è passato in lire, ci guadagni”.

Come si capisce, la situazione può cambiare molto da caso a caso. Ora la considerazione cruciale. I titoli di Stato italiano sarebbero ridenominati, secondo il diritto italiano, nella nuova valuta. Per gli italiani non cambia nulla. Per gli acquirenti esteri invece una svalutazione porterebbe a un danno pieno, pari alla stessa svalutazione. Questi non avrebbero certamente alcun interesse a svalutare i propri titoli detenuti. Anzi, potrebbero essere interessati a mantenere il valore della moneta italiana, per evitare perdite sui titoli di Stato italiani. Oltretutto, perché mai svendere o sottovalutare il valore dei titoli di Stato di un Paese che finalmente ritorna a una valuta nazionale, un Paese i cui prodotti tipici e la produzione manifatturiera di qualità è apprezzata in tutto il mondo? In altre parole, perché avere timore di un Paese che, tornando alla moneta nazionale, non correrà mai più il rischio di non pagare il proprio debito sulla propria moneta? Questa è la stessa condizione privilegiata di paesi come la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone (quest’ultimo con un debito pubblico ben superiore a quello italiano, tanto da essere a oltre il 200% del Pil).

Inoltre, c’è un altro fattore sostanziale da considerare: senza l’Italia, l’euro rischia di avere una forte rivalutazione e allora le esportazioni per chi ha quella moneta diventeranno veramente difficili. A quel punto, senza l’Italia, rimane difficile pensare a una sopravvivenza delleEuro. E se tanti paesi tornano a monete nazionali, tutti tenteranno di perseguire una svalutazione competitiva, per guadagnare spazio nelle esportazioni. Ma se tutti svalutano, nessuno ci guadagna. E se nessuno ci guadagna, finisce che nessuno svaluta.

Infine, c’è un ultimo fattore di grandissima importanza. Un Paese proprietario della propria moneta è in grado di attuare soluzioni monetarie estreme a difesa della propria economia e a difesa della occupazione. Proprio come ha minacciato Draghi nel 2012, quando pomposamente annunciò che la Bce avrebbe fatto di tutto per sostenere l’euro, e questo sarebbe stato abbastanza. Ma è ovvio, se si tratta di creare moneta, ogni Paese non ha limiti sulla propria moneta (infatti l’unico problema serio è quando si indebita in moneta estera).

Un esempio in questi anni è venuto dalla vicina Svizzera. Quando nel 2011 l’euro era in caduta libera nei confronti del Franco Svizzero (tanto da scendere da 1,6 del 2008 a quasi 1 del 2011), la Snb (la banca centrale svizzera) intervenne prontamente (sicuramente era un intervento pianificato e previsto, ma tenuto nel cassetto) per difendere la propria economia. Infatti, con un franco svizzero eccessivamente forte, le vacanze in Svizzera sarebbero state eccessivamente costose per tutti gli europei, con gravi conseguenze per tutta l’economia reale elvetica. Per questo la Snb intervenne e fissò il nuovo valore di cambio a 1,2 minacciando il proprio intervento con mezzi monetari anche illimitati: il mercato internazionale dei cambi istantaneamente si adeguò a quel valore. Da allora, pur oscillando, il valore dell’euro non è mai sceso sotto 1,2 come mostra il grafico seguente.

La nostra Italia non è certo più piccola della Svizzera. Ci manca solo una moneta nostra per difendere in maniera adeguata la nostra economia. Occorre una moneta sovrana per poter decidere di spendere per sostenere i servizi sociali o l’economia reale. Uno strumento di sovranità a cui un Paese moderno non dovrebbe mai rinunciare.

 



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