SPY FINANZA/ Le manovre che preparano un nuovo ’92

- Mauro Bottarelli

Sui mercati il nostro debito pubblico si piazza senza problemi e con rendimenti in continuo calo. Secondo MAURO BOTTARELLI, non bisogna farsi ingannare dalle apparenze

trader_mercati_bolgiaR400
Infophoto

Lunedì sera a “Piazza pulita” su La7, Davide Serra, fondatore dell’hedge fund londinese Algebris, ma anche principale finanziatore e sponsor nelle stanze che contano del presidente del Consiglio, ci ha detto che a far impazzire lo spread nel 2011, provocando la fine del governo Berlusconi, furono i fondi italiani, primi a scaricare posizioni e a cui solo dopo si accodarono quelli europei e poi del mondo, spaventati dalla sell-off in atto. Netta la sua logica parlando con Corrado Formigli: «Chi deteneva debito italiano ha pensato: se loro stessi non credono più nel loro Paese, perché dovremmo farlo noi?». Ora, io non sono nessuno, ma se il numero uno di un hedge fund, pur di supportare il suo amico, omette di dire che fin dalla primavera del 2011 – esattamente da aprile, con nota pubblica agli investitori uscita a luglio – Deutsche Bank ha scaricato 9 miliardi di debito pubblico italiano, avendo anche la buona creanza di rendere noto il fatto che contemporaneamente stava coprendosi con cds sul nostro Paese – il peggior segnale inviabile ai mercati – o è un incompetente o è in malafede. Che poi il governo Berlusconi ci abbia messo del suo, con la diatriba infinita tra l’esecutivo e Giulio Tremonti sulla politica economica o con il pasticcio della lettera Bce e l’anticipo del pareggio di bilancio è altra cosa e nessuno può o vuole negarlo, ma giustificare l’attuale spread bassissimo col fatto che sia tornata la credibilità e «la voglia di Italia sui mercati», come ha dichiarato Serra, questo no.

Primo, perché nonostante tutto questo fiorire di entusiasmo, stiamo diventando sempre più giapponesi, ovvero sempre più detentori del nostro debito. Al netto del rendimento del decennale sotto il 3%, mai accaduto dall’introduzione dell’euro, solo circa il 30% è infatti in mano straniere, il restante è tutto domestico, con le banche a farla da padrone, al netto di sofferenze al 13% del totale ormai. Dunque, lo spread basso si sostanzia perché da un lato i nostri istituti di credito continuano a comprare – oltre ovviamente a qualche fondo estero, visto che con il costo del denaro ancora pressoché a zero il carry-trade sul rendimento regge ancora – e dall’altro perché c’è la quasi certezza che Mario Draghi sia pronto ad annunciare le famose misure non convenzionali di stimolo all’economia e contrasto al rischio deflattivo, quindi acquisti obbligazionari col badile. Tanto più che martedì – dopo il Fondo monetario internazionale – è stata l’Ocse a sollecitare la Banca centrale europea ad adottare nuove misure espansive per ovviare alla debolezza dell’economia nell’area euro, nonostante i buoni dati macroeconomici sull’economia dell’eurozona.

Nell’editoriale del rapporto semestrale sull’economia, Rintaro Tamaki, il facente funzioni di capo economista dell’Ocse, ha detto chiaramente che la Bce deve adottare altre misure: «Chiediamo alla Bce di adottare nuove misure per spingere con decisione l’inflazione verso i suoi valori obiettivo e di essere pronta a ulteriori provvedimenti di stimolo se l’inflazione non dovesse mostrare chiari segnali di ritorno a questi livelli». Nell’area euro ad aprile l’inflazione è leggermente risalita, allo 0,7% dallo 0,5% cui si era ridotta a marzo, ma anche così resta molto lontana dal valore auspicato dall’Eurotower (inferiore ma vicina al 2%) e statisticamente il periodo pasquale porta con sé un lieve aumento. «Dati i persistenti rischi al ribasso sulla crescita, l’elevata disoccupazione, l’inflazione sotto i valori obiettivo e gli alti livelli di indebitamento pubblico, le politiche monetarie dovrebbero restare accomodanti nell’area Ocse», sottolinea l’economista dell’istituzione parigina.

Secondo un gestore fondi, più che i dati sull’inflazione «potrebbe essere il livello dell’euro sul dollaro la variabile cruciale per spingere l’Eurotower ad attuare dei cambiamenti» nella riunione attesa per oggi, visto che siamo già ampiamente rientrati nella fascia di oscillazione di 1,2930. Ma se, come dice Serra, c’è tutta questa voglia di Italia sui mercati, come testimonierebbe anche il dato di aprile che vede l’attività del settore dei servizi tornata a crescere, seppure in misura modesta dopo la contrazione segnata nel mese precedente, perché sempre l’Ocse ha rivisto lievemente al ribasso le sue stime di crescita per il Pil italiano rispetto alle previsioni del novembre scorso, da +0,6% a +0,5%, mentre per il 2015 è previsto un +1,1%, grazie alla spinta data dal «ritorno della fiducia e dai moderati tagli alle tasse»?

E poi, se il Paese è ripartito, come spiega Serra l’ennesimo calo nei consumi di elettricità e gas dell’ultimo mese, abbiamo forse scoperto fonti energetiche alternative per far funzionare le fabbriche e alimentare le nostre abitazioni e celiamo gelosamente il segreto al resto del mondo in attesa di brevettarlo? Proprio sicuri che basti lo spread artificialmente basso e lo showdown a distanza tra Renzi in versione Thatcher e la Camusso in versione Schargill a fare dell’Italia il paradiso dell’investimento? Ah già, c’è la stabilità politica finalmente ritrovata a far saltare di gioia gli investitori esteri: parliamo della stabilità che ieri ha visto una mezza crisi sulla riforma del Senato, con tanto di prospettate dimissioni del ministro Boschi? Magari, penso io, l’Italia è più facile che sia il paradiso dello shopping a basso costo, delle offerte speciali in vista del redde rationem.

Guardate il primo grafico a fondo pagina: il rischio di premio per chi presta denaro è infatti ai minimi per quanto riguarda il debito governativo ma i cosiddetti “real borrowers”, coloro i quali come soggetti privati hanno bisogno di finanziarsi sul mercato per fare investimenti per le proprie aziende, conoscono ancora tassi record (la linea rossa). E la creazione di prestiti al settore privato e quella di massa monetaria M3? Eccovi la risposta nel secondo grafico: è questa l’Italia di cui hanno fame gli investitori stranieri? A mio avviso questa è soltanto l’Italia che ha fame. Quindi, al netto di costi di finanziamento minimi per lo Stato (un qualcosa di benedetto, per carità, visto quanto paghiamo l’anno di interessi sul debito), il settore privato conosce la necessità non di massimizzare il profitto ma di minimizzare il debito, con un settore bancario in preda a delirio da deleverage per presentarsi infiocchettato agli stress test e quindi sempre tentato di tenere i rubinetti del credito al minimo o aperti solo per i soliti noti. Lo dimostra plasticamente il terzo grafico, che riguarda la creazione di nuovi prestiti al settore corporate nei vari Stati dell’Ue.

E ancora. Al netto che lo spread basso sia una buona notizia per quanto riguarda il servizio del debito, dopo i 320 miliardi di euro di interessi pagati negli ultimi tre anni, secondo le stime contenute nel Documento di economia e finanza varato dal governo Renzi, l’Italia pagherà, fino al 2018, altri 420 miliardi di euro di interessi, ossia un quinto del volume totale del debito pubblico attuale. Stando a quanto riportato nel sezione specifica del Def, la stima che fa il governo si fonda «assumendo che il differenziale dei tassi di interesse sulla Germania sulla scadenza a 10 anni rimanga coerente con il 2014, per poi scendere progressivamente a 150 punti base nel 2015 e 100 punti base nel 2016 fino all’ultimo anno di simulazione». E se la Fed avanza spedita col “taper” e alza i tassi? Non è una mia fisima particolare, è una preoccupazione anche di Bankitalia, scritta nero su bianco nell’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria: ovvero, anche senza scossoni sullo spread Btp-Bund, il rialzo dei tassi negli Usa potrebbe sostanziarsi in un aumento dei rendimenti anche per i nostri titoli.

 

 

 

C’è fame di questo all’estero? O c’è fame di Finmeccanica, Fincantieri, Poste, Terna, Eni, Enel e via privatizzando con cifre non certo ai massimi delle quotazioni per partecipate di questo valore strategico per un Paese evoluto? Avete idea di quale manovra dovrebbe mettere in piedi Mario Draghi per ribaltare una situazione simile e far ripartire il meccanismo bloccato del credito e della creazione di massa monetaria, eliminando quindi un po’ di gap di competitività tra Europa cosiddetta “core” e “periferica”? Pensate che sia sufficiente una replica del programma Smp, il quale come effetto collaterale agli acquisti portò il raddoppio dello spread spagnolo, da 260 a oltre 500 punti base, durante la sua fase di attuazione nel 2011?

Attenti agli entusiasmi televisivi e ai titoli di giornale, la realtà che vive il Paese e la sua spina dorsale produttiva è ben altro. Non a caso, Fiat ha deciso di dire addio alla nazione per la quale, a detta di Davide Serra, c’è tanto appetito tra gli investitori. Ripeto ciò che dissi tempo fa, siamo alla versione 2.0 del 1992. Solo che ora si chiama rottamazione. E tutti applaudono, perché la retorica del “fare” e la demagogia insita in battaglie populistiche come quella per l’abolizione del Senato coprono con il loro rumore le manovre che agitano il sottobosco del potere economico-finanziario. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori