SPY FINANZA/ L’inganno dello spread “smascherato” dal Portogallo

- Mauro Bottarelli

Il Portogallo viene quasi percepito come un Paese solido e privo di rischio sui mercati. In realtà, spiega MAURO BOTTARELLI, la situazione è ben diversa da quel che appare

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Come da copione, alla faccia di chi dice che quello della deflazione non è un pericolo reale. L’Eurostat ha confermato il rallentamento del tasso di inflazione europea a maggio: l’indice dei prezzi al consumo è infatti salito dello 0,5%, anno su anno, nell’Eurozona e dello 0,6% nei paesi Ue contro, rispettivamente, lo 0,7% e 0,8% di aprile. Rispetto al mese precedente, il tasso di inflazione è stato leggermente negativo (-0,1%) in entrambi i casi ma perfettamente in linea con le previsioni degli analisti. Nel maggio dell’anno scorso, invece, l’inflazione aveva segnato un +1,4% nell’Eurozona e un +1,6% nell’Ue.

Alcuni paesi hanno registrato, sempre lo scorso mese, un calo annuale dei prezzi, come Grecia (-2,1%), Bulgaria (-1,8%), e Portogallo (-0,3%), mentre in altri l’inflazione è aumentata, come Austria (+1,5%), Lussemburgo (+1,4%) e Romania (+1,3%). In Italia, il dato di maggio è stato appena sotto la media Eurozona segnando un +0,4% anno su anno, dopo il +0,5% di aprile (1,3% a maggio 2013). L’indice dei prezzi core, che esclude le componenti dell’energia, degli alimenti e dell’alcool, è sceso dello 0,1% a livello mensile ed è cresciuto dello 0,7% su base annuale, in linea con le attese. Nel complesso, ad aumentare la media dei prezzi sono stati quelli di tabacco (+0,08%), ristoranti e bar (+0,08%) ed elettricità (+0,07%), mentre le verdure (-0,13%), le tlc (-0,11%) e la frutta (-0,07%) hanno abbassato la media.

Dopo la pubblicazione del dato sull’inflazione dell’Eurozona, tutti i principali listini europei hanno invertito i corsi virando in negativo e il Ftse Mib a metà giornata di contrattazioni perdeva lo 0,77% scendendo a 21.995 punti, l’Ibex lo 0,88%, il Dax lo 0,39%, il Ftse 100 lo 0,26% e il Cac-40 lo 0,60%. Lo spread tra Btp e Bund saliva a 153 punti base per un tasso del decennale domestico al 2,88%, mentre il cross euro/dollaro rimaneva poco mosso a quota 1,3534. «C’è qualche presa di beneficio legata ai disordini presenti in Iraq, ma niente di particolarmente preoccupante», ha commentato un gestore contattato dall’agenzia MF-Dowjones spiegando che nell’ultimo periodo il principale indice milanese ha guadagnato molto.

Dopo la stima flash «la Bce ha allentato la politica monetaria, quindi il focus si è già stanziato sulle pubblicazioni future», hanno affermato gli analisti di Lloyds Bank, ricordando che l’Eurotower ha dichiarato che agirà velocemente con ulteriori accomodamenti, se necessario: «Il rischio di delusioni sul fronte inflazione rimane, ma la Bce ha fornito un po’ di sollievo, almeno per alcuni mesi», ha concluso Lloyds Bank. Probabile che sia così, ma i motivi di preoccupazione restano, soprattutto per due paesi strettamente correlati tra loro: il Portogallo e la Spagna.

Cominciamo oggi da Lisbona. Dunque, come tutti quelli della cosiddetta “periferia” dell’eurozona, anche lo spread lusitano in queste settimane ha conosciuto minimi storici, di fatto la percezione per i mercati di una quasi assenza di rischio legata ai titoli di debito del Paese. Guardate però ora questo grafico: ci mostra le ratio dei vari tipi di debito presenti nell’economia portoghese in relazione al Pil dal dicembre 2009 a oggi.

Bene, come mostrato plasticamente, quelle ratio hanno continuato a crescere dall’esplodere della crisi del debito a oggi: quindi, se come ci hanno detto l’inferno che stiamo vivendo da ormai cinque anni è frutto del debito e non dei giochini finanziari delle banche, oggi ne abbiamo più di allora in Portogallo, nonostante riforme draconiane, privatizzazioni sfrenate, svalutazione interna e quant’altro chiesto dalla troika in cambio degli aiuti. Dunque, a cosa è servito tutto questo? A nulla.

Inoltre, ogni euro speso dal governo ha un differente sbocco economico rispetto a quello investito da un’azienda. Prendiamo le piccole e medie imprese (Sme), il vero driver di ogni economia moderna e sviluppata: bene, dal 2009 l’indebitamento di questi soggetti è piatto, ovvero a causa del crollo del Pil nominale c’è stata una riduzione degli investimenti in termini assoluti. Il generatore di ricchezza del Paese è fermo dal 2009 e non dà segni di ripresa. Le cause sono note: assenza quasi totale di credito, fallimenti, ristrutturazioni e necessità di blindare i bilanci, tagliando le voci di spesa per investimento. Ma c’è di più: l’aumento della disoccupazione, la riduzione dei salari e gli aumenti delle tasse hanno creato un ambiente di preoccupazione per il consumatore portoghese, andando a impattare sulla domanda interna. Se a questo uniamo l’alto tasso di emigrazione registrato nell’ultimo periodo e la flessione della curva sia demografica che fiscale, abbiamo il combinato perfetto per altri anni di conseguenze negative per la produttività e la spinta imprenditoriale del Paese: insomma, come minimo stagnazione.

Dico come minimo, perché il prosciugamento della liquidità nel settore privato porta con sé il rischio di una depressione in piena regola per l’economia lusitana: questo, nonostante – anzi, a causa – dei programmi di austerity imposti ciecamente della troika su un’economia le cui fondamenta erano già parecchio traballanti. C’è di più: la ratio dell’indebitamento del settore pubblico non finanziario portoghese rispetto al Pil è cresciuta dal 108% del 2009 all’attuale 166%; insomma, non esattamente il successo che si pensava di ottenere a Washington e Bruxelles quando si sono delineate le strategia di intervento per “salvare” l’economia lusitana. Quindi, l’indebitamento statale è stato ridotto forse in termini assoluti ma non certo in termini relativi.

Dunque, come vi dico da settimane, non facciamoci abbindolare dallo spread basso, garantito dagli acquisti a pioggia delle banche: primo, perché non potranno durare in eterno. Secondo, perché come vi ho già detto qualche tempo fa il principale istituto di credito del Paese, Banca Santo Espirito, è esposto alla leva in maniera devastante e sta soltanto spostando il debito da un dipartimento all’altro nella speranza di mascherare i bilanci. Non a caso, tanto più se anche lo spread resta lì, i veri generatori di ricchezza dell’economia portoghese cominciano già a scontare l’effetto palla di neve della continua crescita del debito pubblico e non ci vorranno anni perché si tramuti in valanga, avanti di questo passo. Con limitato accesso al credito, tasse e costi in continuo aumento, come può il settore privato generare ricchezza e crescita sufficienti per restaurare l’equilibrio delle finanze pubbliche?

Guardando a precedenti storici simili di paesi molto indebitati, fasi come queste di spread ai minimi sono state seguite quasi sempre da un unico epilogo sul medio termine: la ristrutturazione del debito. Meditate gente, meditate.

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