FINANZA/ Tango bond e Kirchner: l’Argentina va verso un altro 2001

- Arturo Illia

In questi giorni si è tornati a parlare del rischio che l’Argentina corre per via del pagamento dei famosi tango bond. ARTURO ILLIA racconta cosa succede nel Paese sudamericano

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Cristina Kirchner (Infophoto)

Tango bond…rieccoli! Di certo non se ne sentiva la mancanza, specie ricordando le stragi finanziarie che hanno provocato in tutto il mondo, Italia in testa. Nel nostro Paese circa 350.000 risparmiatori vennero toccati da un’operazione finanziaria partorita da quel “genio” dell’economia dell’ex ministro Cavallo (Dottorato honoris causa all’Università di Bologna) che emise questi titoli per arginare gli effetti di oltre 10 anni di “fiesta” menemista” (con i coniugi Kirchner tra i principali suoi supporter), che avevano di fatto prosciugato le casse dello Stato argentino per mantenere una convertibilità con il dollaro totalmente artificiale.

In tutti questi anni i percorsi legali sono stati molti, ma gli unici ad avere successo li hanno intrapresi molti risparmiatori italiani che, invece di puntare sulla causa internazionale a Ginevra, si sono indirizzati verso le gravissime responsabilità degli istituti di credito, veri e propri “pusher” di questa spazzatura bancaria: basandosi su di una sentenza emessa da un giudice di Mantova in molti sono riusciti a essere rimborsati con gli interessi.

Le cause internazionali hanno fatto capo sia a Ginevra che a New York. Nella città statunitense sono state intraprese principalmente dai rappresentanti di istituti bancari specializzati nelle speculazioni estreme sui fondi a rischio, che in Argentina vengono definiti “buitres” (avvoltoi). Essi operano a livello internazionale rifacendosi sui beni dello Stato argentino, come è successo due anni fa quando la nave scuola della Marina, la fregata “Libertad”, attraccò in Ghana e lì venne sequestrata per quasi tre mesi, equipaggio compreso. I marinai erano ormai arrivati allo stremo (visto che non potevano sbarcare) quando finalmente arrivò, grazie a un’abilissima funzionaria dell’Ambasciata argentina a Ginevra, l’annullamento della sentenza. La nave poté salpare e il suo arrivo al porto di Mar Del Plata venne celebrato come un successo personale della Presidente Cristina Fernandez de Kirchner, che non solo fece tappezzare la città con manifesti iconografici di stampo stalinista dove si raffigurava al timone della fregata, ma convocò una massa di supporter pagata profumatamente o obbligata a partecipare alla manifestazione (pena il licenziamento dal lavoro).

A partire da questo scampato pericolo la prima carica dello Stato latinoamericano iniziò a prendere precauzioni, rinunciando a utilizzare l’aereo di Stato (il famoso “Tango 01” di menemista memoria, dato che la sua acquisizione all’epoca era stata fatta in odore di tangente per alcune privatizzazioni operate dal Governo Menem) per paura di un suo sequestro durante i viaggi all’estero, affittando jet da una compagnia britannica (ma come, gli inglesi non sono i “pirati” delle Malvinas?).

Fino a oggi la situazione era tranquilla, ma ad accendere le polveri ci ha pensato il “geniale” ministro dell’Economia Alex Kicillof, le cui decisioni “rivoluzionarie” sono state dei flop colossali e le cui grida di trozkista memoria, quando i problemi riguardano faccende internazionali, si trasformano in decisioni talmente ortodosse da far impallidire i capitalisti più incalliti.

È stato così con la nazionalizzazione dell’impresa petrolifera YPF, che in epoca menemista era stata “privatizzata” dalla spagnola Repsol: venne di fatto sequestrata dallo Stato più di un anno fa, al grido di “Non pagheremo un peso!”. Peccato che poi Repsol abbia ricevuto 5 miliardi di dollari di risarcimento, una cifra superiore al valore della compagnia stessa. Replica con il Club di Parigi per il debito argentino: invece di contrarre un prestito al 2% di interesse presso questa entità si preferì nel 2002 rivolgersi a Chavez che sì, i soldi li prestò, ma nel frattempo, non pagando, l’interesse è salito a un “rivoluzionario” 17% e allora ecco l’accordo con l’entità bancaria tanto odiata e un piano per la restituzione del prestito che coinvolgerà chi, nel 2015, sostituirà Cristina.

Dicevamo che dopo il caso del sequestro della fregata “Libertad” la situazione era fondamentalmente tranquilla. La settimana scorsa però il giudice Thomas Griesa a New York, con una sentenza inaspettata (almeno a Buenos Aires), ha messo l’Argentina con le spalle al muro intimandole di pagare i danni di tutta l’operazione (circa 1,3 miliardi di dollari) ponendo come alternativa un default che metterebbe in ginocchio l’intero Paese. Lunedì scorso, in uno dei suoi interminabili monologhi televisivi a reti unificate, la Presidente Kirchner faceva eco a quanto già affermato dal suo ministro dell’Economia, minacciando di non pagare e creando lo slogan “Patria o buitres”, gridando all’estorsione.

Ciò ha provocato un terremoto finanziario, con una caduta della Borsa di Buenos Aires e l’innalzamento del cambio del dollaro, che ormai ha raggiunto quota 12,5 pesos. Con altissimo rischio di sequestri ulteriori di beni argentini (si pensi agli aerei della statalizzata Aerolineas Argentinas). Insomma, il Paese è alla vigilia di un nuovo 2001, anno nel quale l’Argentina in pratica fallì per lo scoppio della bolla finanziaria menemista, fatto che coinvolse il Governo del radicale De La Rua. Resta da capire il perché lo Stato argentino non abbia seguito l’esempio di quello americano, che al fallimento di Lehman Brothers emanò leggi che di fatto impedirono alla bolla finanziaria succedutasi al crac di venire totalmente nelle mani dei fondi speculativi, aiutando anche le banche che nel frattempo avevano iniziato a operarci.

Si sarebbe evitato un ulteriore tracollo, ma evidentemente ciò non era nei programmi di uno Stato che, invece di approfittare dei benefici effetti del settore agricolo dovuti all’innalzamento dei prezzi delle derrate alla Borsa di Chicago, oltretutto in una favorevole congiuntura economica, ha preferito dedicarsi ad altro, perdendo in modo alquanto ingenuo una delle più grosse occasioni economiche della sua storia.

Il giudice Griesa si è detto estremamente allarmato proprio dalle dichiarazioni rese dai massimi esponenti governativi argentini, che però, come da consumato copione, stanno trasformando le minacce in proposte di pagamento, anche perché il pericolo è che alla cifra sopra riportata si debbano aggiungere altri 10 miliardi di altre entità finanziarie. In questi giorni probabilmente si arriverà a un accordo, ma una cosa è certa: l’Argentina è ormai fallita in quella che molti osservatori locali definiscono la copia “progressista” del “liberalismo” menemista degli anni Novanta.

Inflazione alle stelle, produzione nazionale bloccata in molti settori a causa delle “geniali” norme attuate economicamente in questi ultimi anni, insicurezza, dominio della malavita e del narcotraffico in intere zone del Paese, povertà a livelli mai registrati prima d’ora, Stato che stampa quantità industriali di pesos, ma sopratutto scandali che coinvolgono tutto l’attuale entourage cristinista (o kirchnerista come dir si voglia), che proprio l’altro giorno hanno registrato un evento inaspettato. Una manifestazione popolare autoconvocatasi via internet, durante la quale decine di migliaia di persone hanno manifestato a favore del magistrato Campagnoli, che ha avuto il torto di indagare e provare tutte le malefatte governative già descritte.

Un lavoro per cui era stato dapprima allontanato dalle sue funzioni e poi addirittura processato, provvedimento che ha subito una potente retromarcia proprio a causa della volontà di un popolo che ormai non crede più alle favole di un potere che si è dimostrato fallimentare. Come tutto il Peronismo post-1955, movimento che ha portato l’Argentina a soffrire disastri sia economici che umani (si pensi alla dittatura degli anni Settanta).

Per ora i sondaggi per le lezioni Presidenziali del 2015 danno come favorito Massa, un peronista che ha rotto i ponti con il kirchnerismo, che promette un Paese differente (a dir la verità non ci vuole molto): speriamo vivamente che, in caso di vittoria, non si trasformi nella terza versione di un movimento politico che già ha fatto versare abbastanza lacrime al Paese.

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