ALITALIA/ I “privilegi” che nemmeno Renzi riesce a rottamare

- Dario Balotta

Tra le condizioni poste da Etihad per l’acquisto di una quota massima del 49% di Alitalia c’è anche quella di provvedere a oltre 2.200 esuberi. Il commento di DARIO BALOTTA

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Come lasciare 2.251 lavoratori di Alitalia senza ammortizzatori sociali? Difficile credere che si possano mandare a casa d’emblée, ed è naturale che il sindacato protesti sostenendo che non sarebbe assolutamente giusto. E infatti la trattativa si sposterà presto dalla sede della compagnia aerea a quella del ministero del Lavoro o a Palazzo Chigi. Del resto, come negare la cassa integrazione quando nella stessa Alitalia ci sono stati quasi 8mila cassaintegrati dal 2008 che sono costati già un miliardo di euro di fondo speciale del trasporto aereo alle casse pubbliche (le risorse sono reperite con una pesante tassa d’imbarco che pagano i passeggeri in partenza dagli aeroporti italiani), un altro miliardo pesato sulle casse dell’Inps e ora ne costeranno altrettanti almeno fino al 2017?

Ha senso tenere in vita un’azienda per niente strategica con questi costi? O dietro il dramma sociale di migliaia di addetti si nasconde la necessità di tenere il vita un’azienda decotta incapace di stare sul mercato e sempre meno usata dai volatori italiani? Basti pensare che nel 2013 in 24 milioni hanno viaggiato con Alitalia (17%) contro i 144 milioni di viaggiatori complessivi.

Entro un paio di settimane si perverrà a un accordo assecondando i desiderata della compagnia emiratina Etihad che vuole la nuova società pulita da ogni debito pregresso e al riparo da qualsiasi contenzioso da parte dei lavoratori licenziati. Ammesso e non concesso che le richieste di Etihad siano accettabili – 2.251 esuberi, conti in ordine della nuova società con l’azzeramento dei crediti alle banche, la liberalizzazione di Linate, il ridimensionamento di Malpensa e l’Alta velocità a Fiumicino -, i costi pubblici di questa operazione andrebbero calcolati. E una volta calcolati i benefici andrebbe verificato se il piatto della bilancia resta positivo. Ma restando sugli effetti del profilo “sociale” della fusione con Etihad emerge che allo Stato resta da sostenere la cassa integrazione di “lusso” degli addetti di Alitalia che risulta essere almeno quadrupla rispetto a quella percepita dai lavoratori normali, che portano a casa un assegno mensile di 900 euro, contro quello di oltre 4.000 euro di un addetto di Alitalia.

Qui sta il punto, una tutela sociale così iniqua, che conta già un esercito di cassaintegrati privilegiati può essere allargata alle stesse condizioni ad altri 2.251 addetti? Forse sarebbe meglio prendere il toro per le corna e portare tutti ai 1.000 euro al mese, i vecchi e i nuovi cassaintegrati. Sarebbe più equo, in rapporto ai precari, ai settori privi di cassa e ai disoccupati, costerebbe di meno e toglierebbe una pesante macchia (le altre resterebbero) alla fusione Alitalia-Etihad.

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