SPY FINANZA/ I guai dell’Argentina fanno tremare anche l’Italia

- Giovanni Passali

L’Argentina rischia ancora una volta il default. Secondo GIOVANNI PASSALI, quel che sta accadendo al Paese sudamericano ci può interessare da vicino come precedente che fa testo

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Ci risiamo. L’Argentina sarebbe “di nuovo” sull’orlo del default. In questi ultimi giorni si sono moltiplicati i titoli di giornali e gli articoli online sul presunto “nuovo” fallimento dell’Argentina. Ma se poi si passa oltre l’articolo e si arriva al contenuto, in genere spunta la verità. Una verità tanto semplice quanto odiosa, evidentemente, per tante potenze finanziarie, che non sopportano la possibilità che l’Argentina possa costituire un esempio da seguire.

E qual è la semplice verità? Che non c’è niente di nuovo, poiché si tratta dello stesso fallimento del 2001, cioè degli stessi soldi che qualche speculatore tenta di riavere forzando il diritto internazionale. Anzi, devo contraddirmi, qualcosa di nuovo c’è e non è nulla di confortante, riguardo il bene dei popoli e riguardo l’utilizzo spregiudicato del diritto internazionale.

Infatti, la notizia del “nuovo” possibile default dell’Argentina scaturisce dalla sentenza della Corte Suprema degli Usa, arrivata dopo una serie di ricorsi di un fondo speculativo americano, il fondo Elliott Management. Ma vale la pena ripercorrere la storia di questo default e i dettagli giuridici, perché danno una misura non solo di quanto sta accadendo a livello mondiale, ma anche di cosa potrebbe accadere a casa nostra.

Infatti, il fondo speculativo Elliott Management non aveva, all’epoca del default del 2001, bond argentini in tasca. Non si può dire che in qualche modo sia rimasto “fregato” dal presunto comportamento immorale e/o fallimentare del governo argentino. L’Argentina ha negoziato con i propri creditori un pesante taglio del valore dei propri bond, un taglio imposto dalla realtà dei propri conti e dalla possibilità di poter far crescere la propria economia. Per questo, con due accordi distinti (nel 2005 e nel 2010) concluse un accordo per rimborsare il 30% del valore di quei bond negli anni successivi, accordo sottoscritto con il 93% dei detentori di quei bond.

Nel frattempo, però, intervenne il fondo americano, fiutando una ghiotta occasione di business: acquistò a prezzi stracciati quei bond, con il solo intento di fare causa all’Argentina e ottenere il pagamento pieno di quei titoli. Quindi, la mossa dei fondi speculativi non è quella della difesa di un patrimonio, ma di un guadagno speculativo. E ora un tribunale americano ha dato loro ragione, imponendo all’Argentina il pagamento pari al 100% del valore di quei titoli. Questo è potuto accadere perché all’epoca della sottoscrizione dei titoli l’Argentina teneva la propria moneta agganciata al valore del dollaro e quindi i propri titoli ricadevano sotto la giurisdizione americana.

Tra le conseguenze grottesche di questa vicenda, che pesa per un valore pari a 1,6 miliardi di dollari, c’è il fatto che ora il fondo speculativo Elliott Management è in grado di far pignorare qualsiasi altro pagamento ai creditori che hanno invece accettato l’accordo. Addirittura, tutti quelli che hanno accettato l’accordo potrebbero ricorrere alla nuova sentenza per ottenere il pagamento al 100% dei titoli argentini, pari a un valore complessivo di circa 100 miliardi.

La sentenza è del 2012, l’Argentina ha fatto ricorso alla Corte Suprema Usa e la sentenza di tale corte è arrivata nei giorni scorsi. Ma dal 2012 lo stesso fondo si è già mosso, ottenendo il pignoramento della nave fregata Ara Libertad, una nave scuola della Marina argentina. Questo è potuto accadere quando la nave in questione è entrata in un porto del Ghana, uno di quei paesi dove si applica il diritto statunitense.

In altre parole, l’Argentina sta imparando nel modo più duro che in un mondo insolvente, dove non c’è forza trainante che spinga il debitore e il creditore verso una risoluzione amichevole delle controversie, se i rapporti si sviluppano in modo sempre più sgradevole (come ora accade in Europa, anche se solo di questi tempi), ci si risolve a tattiche sempre più sgradevoli per ottenere ciò che si crede di avere diritto di possedere. Quindi di mezzo non c’è solo un trasferimento di beni che potrebbe essere considerato abusivo o lesivo di certi diritti: c’è di mezzo anche un inasprimento dei rapporti, una diversa strutturazione del diritto.

Ragioniamo un attimo: è possibile che un fondo speculativo abbia rischiato dei soldi per l’ipotesi di avere un profitto? Oppure aveva, in qualche modo che non sappiamo ma che possiamo immaginare, una sorta di certezza sull’andamento del processo? E stiamo parlando di un fondo con sede alle Cayman, come spesso usano fare. Ma il dato più preoccupante è che questa vicenda ci può interessare da vicino come precedente che fa testo.

Infatti, proprio in questi mesi è in discussione il Ttip, cioè il Trattato Transatlantico che coinvolge Usa e Ue, il cui obiettivo è quello di abolire i vincoli e le limitazioni al libero commercio (ovviamente vincoli e limitazioni imposti dagli Stati sovrani) dove a partecipare vi sono i commissari europei, svincolati da qualsiasi influsso degli Stati o da qualsiasi interesse dei popoli. Ma non è questo l’unico trattato in corso di determinazione, c’è anche il Tisa. L’obiettivo è sempre lo stesso, favorire il libero mercato mondiale, abolendo tutti i vincoli e le limitazioni in essere.

A influire (pesantemente? Giudicate voi…) in questi organismi è la Csi (Coalition of Services Industries), un’associazione di indirizzo che annovera tra i propri membri Aig, American Council Of Life Insurers, American Insurance Association, At&T, Citigroup, Deloitte & Touche, Ebay Inc., Fedex, Google, Hp, Ibm, JpMorgan Chase, Mastercard, Microsoft, Oracle Corporation, Prudential, Visa International, Walmart, The Walt Disney Company e altri. Insomma, si prepara un gran banchetto mondiale, al quale però non sono invitati gli Stati e il bene dei popoli. E vi pare che questi soggetti non faranno pesare i loro interessi in questi trattati? E vi pare che questi soggetti possano permettere alla piccola Argentina di imporre l’interesse dei popoli?

Voglio spiegarmi bene. Non voglio affermare che l’attuale governo argentino è un manipolo di eroi senza macchia e senza paura. Ma con altrettanta chiarezza bisogna dire come l’attuale governo (come quelli precedenti) ha utilizzato la ritrovata sovranità (anche monetaria): ha costretto gli investitori esteri a produrre in patria, come nel caso della Samsung; ha costretto la Rim (quella dei cellulari Blackberry) a produrre e ad assemblare in Argentina i suoi cellulari, anche se il costo del lavoro è 15 volte superiore a quello asiatico.

Vi è riuscita imponendo delle quote del 20% (del mercato) a queste importazioni. Altre misure hanno mirato a ridurre la dipendenza estera di certi settori, dagli elettrodomestici al tessile e ai giocattoli. In quest’ultimo caso, la produzione locale è passata dal 5% dei consumi nel 2003, al 30% di oggi, e il governo punta a diminuire le importazioni del 45%. Tutto ciò realizzato con una tassazione delle importazioni oppure con puri e semplici divieti: per esempio, è oggi illegale importare le bamboline Barbie, che si dichiarano americane, ma che sono fabbricate in Cina.

Nell’Argentina di oggi, un’impresa è considerata straniera (e quindi soggetta a relative quote e dazi) dal momento che il 25% del suo capitale è detenuto all’estero. Il governo ha recentemente posto limiti all’acquisto di terre da parte di stranieri. Ciò ha colpito la Cina, che ha risposto con ritorsioni, ponendo una sovrattassa all’olio di soia argentino.

Questa capacità di decidere (più o meno) a favore del popolo, questa sovranità è proprio quello che la finanza internazionale non sopporta e non può sopportare. Per questo sta svolgendo pressioni per influire nella costruzione di nuovi trattati che aboliscono i vincoli e le limitazioni e usa il diritto internazionale come clava contro gli Stati. Perché gli Stati non si possono spostare, mentre la finanza e la corruzione si spostano con un click, trasferendo con il mouse i propri conti correnti.

L’Argentina per parte sua ha già dichiarato di non essere in grado di pagare e di non volere pagare questi fondi speculativi. E paventando ripercussioni internazionali (il creditore dovrebbe sempre ricordare che il fallimento del debitore è un evento negativo che può avere ripercussioni pesanti e impreviste) sospetto che il governo argentino abbia in cantiere una sorta di piano B, cioè un qualche trattato internazionale con accordi commerciali privilegiati con accordi finanziari e monetari denominati in yuan cinesi o in rubli.

Tutto questo apre uno scenario inquietante: con l’approvazione di certi trattati, ricordando che i creditori dei titoli di stato greci sono stati costretti a subire forti ridimensionamenti (e quindi potrebbero rivendere quei titoli a speculatori interessati), qualcuno potrebbe procedere a una causa contro uno Stato e, ottenuta la vittoria in tribunale, pretendere il pagamento del 100% e far arrivare il Paese al default, con il rischio di trascinare l’intera area euro al disastro finanziario. E nel nostro caso (cioè nel caso della dissoluzione dell’euro) non vi potrebbero essere accordi di scambio commerciale in yuan o in rubli sufficienti a sostenere il disastro finanziario. A meno che nel frattempo non iniziamo a utilizzare una nostra moneta.

 

P.S.: Dichiarazioni di Draghi a un giornale olandese: “Rischiamo ancora qualche incidente nell’economia globale. Nel caso, tutto cambierebbe in fretta, magari con tracolli sui mercati finanziari e rischi geopolitici. I nodi restano lavoro e inflazione bassa. E l’unione monetaria non è ancora completata. Bisogna salvare l’euro [lo sa anche lui, ancora non è salvo]. Senza, con le valute nazionali, staremo tutti molto peggio, a nord come a sud… Possono verificarsi incidenti nell’economia globale che cambierebbero rapidamente la situazione. Potrebbe arrivare una disruption dei mercati finanziari, o rischi geopolitici… l’euro ha salvato le banche dei paesi ricchi dal tracollo”.

Lo ha detto esplicitamente. Lo sapevamo, ma ora lo ha detto pure lui. Ora gli manca solo da dire chi pagherà il conto. Ma pure questo lo sappiamo già.

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