GEO-FINANZA/ La mossa di Draghi consegna l’Europa agli Usa

- Paolo Raffone

Mentre il resto del mondo si sta organizzando anche per la de-dollarizzazione, l’Europa, spiega PAOLO RAFFONE, resterà semplicemente una provincia americana e irrilevante

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Mentre in Italia, tra uno scandalo di corruzione e l’altro, si diffonde la rottamazione della memoria in forza di un rinnovamento generazionale rappresentato da un’ostentata quanto disarmante vacuità intellettuale, l’euro-servilismo mascherato da europeismo inneggia a Mario Draghi, acclamato come il paladino della fine dell’austerità. Le ultime settimane sono molto più complesse di quanto “Renzi il Magnifico” vuol dare a credere attraverso i ripetitori della stampa italiana. Cerchiamo di capire in un quadro ampio, geopolitico e geofinanziario, che cosa sta avvenendo.

Iniziamo dalle notizie, che sono molte. La prima è che la storia non è finita com’è simbolicamente apparso con le settantesime celebrazioni degli alleati della battaglia di Monte Cassino e dello sbarco in Normandia. In quest’ultima, nonostante la retorica euro-americana del G7 sulle sanzioni anti-russe, la riammissione di Vladimir Putin nel consesso delle nazioni è simboleggiata dall’enfasi diplomatica francese che ha ospitato Putin anche in colloqui e cene bilaterali. A questi incontri hanno partecipato americani, francesi, tedeschi, inglesi, e ucraini. Dell’Italia non si è vista neppure l’ombra di un rappresentante del governo Renzi, ma sembra che nelle fasi protocollari vi fosse il presidente Napolitano. Intanto, la cancelliera Merkel ha dichiarato “defunto” il G8, nei fatti piegandosi alla volontà americana di “isolare” la Russia.

La seconda è che il 5 giugno 1947 nacque il Piano Marshall che permise la ricostruzione fisica ed economica dell’Europa dopo due distruttive guerre mondiali. I media europei hanno passato sotto silenzio questa ricorrenza che oggi, con una profonda mutazione genetica, si ripropone non più in chiave keynesiana ma in quella neoliberale iscritta nel piano euro-americano di accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti (Ttip). Ancora una volta, la Germania fa da battistrada americano dopo che il ministro dell’economia e dell’energia, Sigmar Gabriel (Spd), ha annunciato un’urgente legislazione per autorizzare, entro l’estate, lo sfruttamento dello shale gas su territorio tedesco. Qualche breve accenno distratto sulla solita stampa euro-servile, ma nessuno che abbia sottolineato la dirompente importanza di questa virata nel pensiero tedesco (e quindi europeo).

La terza è che il combinato delle due notizie precedenti ha definitivamente sancito l’irrilevanza di Bruxelles, nonostante il surreale G7, e delle istituzioni internazionali che ospita: Unione europea e Nato. Mentre si alimentano inutili notizie sulle nomine nelle istituzioni europee – Consiglio, Commissione e Parlamento, cioè tre palazzoni senza un programma e senza idee – sono due organi intergovernativi che governano l’Europa. Da un lato, la Bce di Mario Draghi che ha usato (tardivamente) il “bazooka ad acqua” del taglio degli interessi (che favorisce le banche ma non garantisce la crescita economica reale), e dall’altro la Corte di Giustizia (Ecj) che l’8 aprile scorso ha dichiarato invalida la direttiva della Commissione europea sulla conservazione e trattamento di dati personali (Data retention directive).

La Bce ha fatto quel che poteva per iniziare, evitando l’opposizione tedesca, una politica di rilassamento monetario (Qe) che, tranne il Giappone, gli Usa e Uk stanno progressivamente abbandonando. A ben vedere, però, questa scelta salutata con grande favore e senza indugio in Italia, perpetua la subalternità europea al modello americano. Più che spingere la crescita economica reale, infatti, questa decisione rischia di essere uno scivolo ben congegnato per dare un’accelerazione a favore della conclusione del Ttip. Invece, la decisione della Corte va in una decisa direzione di “de-americanizzazione” dell’Europa, con profonde e vaste implicazioni sulle attività “spionistiche” emerse con l’affaire Nsa ai danni della Germania e di altri paesi alleati. Paesi come il Regno Unito, la Danimarca e la Norvegia hanno già annunciato che, pur rispettando la decisione della Corte, ripresenteranno legislazioni nazionali per continuare la raccolta di dati delle telecomunicazioni. Una nuova frattura si profila in Europa.

Appare evidente che la Germania è tirata in tutte le direzioni, con una profonda e soffocante ingerenza americana negli affari interni nazionali ed europei. Lasciare da sola la Germania sarebbe un grave e imperdonabile errore da parte degli altri paesi europei. Mentre si celebra il D-Day, vale la pena di ricordare quanto ha detto il celebre demografo francese Emmanuel Todd, intervistato daFrance Culture il 26 maggio scorso: «L’Europa forse è andata a cercare la propria morte in Ucraina. Questa continuerà a disintegrarsi e la causa sarà l’Europa e non la Russia. La parte orientale d’Europa è una zona di non-costruzione statale, di violenza. Qualcosa di malefico si sta preparando laggiù». 

Intanto, Obama ha presentato il suo ipocrita bluff di “aiuti” per l’Ucraina, che altro non è se non una proposta di fornitura a credito (1 miliardi di dollari) di vecchio materiale bellico. Ma l’Ucraina ha bisogno solo quest’anno di 35 miliardi di dollari. Il Fmi ha offerto aiuto con la clausola “dell’integrità territoriale” (tutto il territorio). Altro bluff e ipocrisia. La “bomba” Ucraina continua nel massacro umano e resterà attivata fino a quando l’Europa non avrà “scelto” di stare con gli americani attraverso il Ttip. Solo dopo si troverà una soluzione, con la Russia.

Ma “Renzi il Magnifico” e la sua corte di cortigiane-ministro esultano perché si illudono che la Germania si è piegata davanti al 41% del Pd alle europee. La verità è che l’Italia, come ha sottolineato il centro di prospettiva politica francese Geab, “ha subito un colpo di stato che l’ha trasformata nella vera portaerei della Nato, al servizio degli americani”. La rinomata università britannica Lse già scriveva nel dicembre 2013 che Renzi era “l’amico degli americani e [perciò] un pro-europeo”, una combinazione che oggi fa venire i brividi.

Ma anche la Francia del ciclomotorista seriale Hollande, dopo aver subito un’imponente sconfitta elettorale alle europee e amministrative, si è allineata al volere americano. Oltre al super-atlantista ministro degli Esteri, Laurent Fabius, il rimpasto di governo ha fatto salire alla guida Manuel Valls, che ha prontamente annunciato un piano-fotocopia del Fmi condito di riduzione delle tasse, indebitamento e sostegno alla politica monetaria “espansiva” della Bce. Un cocktail ben noto e già fallito dov’è stato applicato. Per non far mancare nulla [agli americani] Hollande ha modificato la struttura del governo con due atti molto importanti (taciuti del tutto in Italia). Il primo è che le competenze per il commercio estero sono state trasferite dal ministero dell’Economia a quello degli Esteri. Così facendo, esse rientrano nella sfera “dell’interesse nazionale” che per tradizione rileva dall’Eliseo e non necessita di approvazione parlamentare. Quindi, prepariamoci all’approvazione senza dibattito del Ttip. Il secondo è il trasferimento del Segretariato per gli affari europei (Sgae), che fu creato da Delors presso la sede del governo a Matignon, sotto l’ala di decisione diretta del presidente all’Eliseo. Anche in questo caso si tratta di un sistema per bypassare la democrazia, visto che le decisioni del presidente non necessitano approvazione parlamentare.

Se non fosse per i forti dubbi che circondano l’effimera personalità politica di Hollande, queste decisioni possono essere sia un segno di capitolazione sia uno di riscossa. Le prossime settimane ci diranno in che direzione andrà la Francia. Intanto, la giustizia americana ha imposto alla banca francese Bnp Paribas una supermulta da 10 miliardi di dollari per aver violato le sanzioni (americane) all’Iran. Alle litanie di Hollande, Obama ha risposto che nel suo Paese “nessuno telefona a un procuratore della corte per dire che cosa debba fare”. Capito Hollande?

In questo scenario politico apocalittico, tra amnesie e rottamazione della memoria, si distingue la rivista dei gesuiti, Civiltà Cattolica, che in nome della speranza invoca la divina provvidenza perché il “loro” Renzi si trasformi in De Gasperi, riannodando i fili politici europei nel quadro delle relazioni transatlantiche. Forse vista dall’alto e da duemila anni di storia l’unica possibilità per evitare l’esplosione dell’Europa è proprio nel riconoscere che “senza vita ideale potrebbe anche apparire a un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva”. Ci auguriamo che abbiano ragione, purché si smetta di demonizzare i cittadini e gli elettori europei che hanno espresso forti dubbi [e paura] rispetto a questa Europa.

In conclusione, sembra abbastanza sicuro credere che le decisioni di Draghi avranno un impatto duraturo non sul rilancio dell’economia europea ma sul suo definitivo asservimento agli interessi del dollaro americano. D’altra parte è ben noto, per esperienza degli altri, quale sia l’effetto delle politiche monetarie espansive se non sono accompagnate da una robusta politica economica. Di quest’ultima non se ne intravede neppure l’ombra né in Europa, né a livello nazionale. L’unico Paese che trarrà un vantaggio da una modesta svalutazione dell’euro sarà la Germania che esporterà di più.

L’Europa funesta e asservita non ha saputo cogliere l’opportunità che i Brics e la Cina le avevano offerto: de-americanizzarsi. Così, il resto del mondo si sta organizzando anche per la de-dollarizzazione e l’Europa resterà una provincia americana con una sicura irrilevanza nel mondo.

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