MANOVRA BIS?/ Fortis: sono Francia, Spagna e Uk ad avere conti “sballati”, non noi

- int. Marco Fortis

Per MARCO FORTIS, non c’è assolutamente nessuna ragione per cui l’Italia dovrebbe fare una manovra aggiuntiva, perché i dati della Commissione Ue sono eccessivamente pessimistici

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Il commissario Ue Olli Rehn (Infophoto)

«Non c’è assolutamente nessuna ragione per cui l’Italia dovrebbe fare una manovra aggiuntiva. Come ha giustamente osservato il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, i dati della Commissione Ue sono eccessivamente pessimistici, non tengono conto di tutta una serie di interventi che sono già sul terreno e delle condizioni della nostra economia reale». Lo sottolinea il professor Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison. Nei giorni scorsi il commissario europeo agli Affari economici, Olli Rehn, aveva evidenziato che “il rinvio del raggiungimento dell’obiettivo di medio termine sul pareggio strutturale di bilancio non metterebbe l’Italia in una buona posizione nei confronti del rispetto degli impegni sottoscritti e inseriti nella propria Costituzione”.

Quali sono gli interventi del nostro governo già sul terreno per dare risposte ed evitare una manovra aggiuntiva?

Tra questi ci sono i pagamenti dei debiti della Pubblica amministrazione, il bonus da 80 euro, una serie di misure a favore della competitività come l’abbassamento dell’Irap del 10%. I conti pubblici dell’Italia sono del resto già in una situazione abbastanza stabile, e i dati definitivi di Eurostat sul 2013 parlano chiaro. L’Italia ha chiuso il 2013 con un rapporto deficit/Pil del 3%, e se è vero che la Germania è in parità va anche tenuto conto del fatto che i tedeschi godono di tassi d’interesse privilegiati che permettono loro di pagare 30 miliardi di interessi in meno dell’Italia. La Francia è al 4,3%, la Spagna ha ricevuto aiuti considerevoli per salvare le banche, eppure il suo deficit/Pil è al 7,1%, e la Gran Bretagna al 5,8%.

Insomma, non c’è nessun motivo per mettere l’Italia dietro la lavagna?

Esatto, tra i cinque principali paesi Ue l’Italia è l’unica insieme alla Germania a rispettare i parametri di Maastricht, e siamo quindi tra gli Stati meno criticabili dalla Commissione Ue. Il nostro obiettivo per il 2014 è di stare ampiamente al di sotto del 3%, e ci è stato giustamente concesso un margine di tempo per avere il pareggio strutturale di bilancio. Stiamo però parlando dello zero virgola, e non di interi punti percentuali come per Spagna, Francia e Gran Bretagna. Anche in questo frangente il commissario Rehn ha dato all’Italia colpe eccessive con critiche poco giustificabili.

Lo spettro di una manovra aggiuntiva di tanto in tanto torna ad affacciarsi sulla scena politica…

Come affermato da Padoan nell’intervento alla Corte dei conti, dal 2011 al 2013 l’Italia ha fatto manovre per 4,3 punti percentuali di Pil, cioè in tutto per 67 miliardi. L’Italia ha cioè fatto quanto nessun altro Paese ha compiuto negli ultimi 20 anni, e andrebbe quindi elogiata, anziché bacchettata da qualche commissario finlandese giunto al termine del suo mandato e che non ha capito nemmeno la lezione del voto europeo. Con il paradosso che l’Italia, a differenza per esempio di Francia e Regno Unito, ha avuto un risultato elettorale favorevole all’Europa. Gli ultimi interventi della Commissione Ue sono stucchevoli, perché non vanno assolutamente a inquadrare la realtà italiana.

 

La mancata crescita del Pil italiano continua però a preoccupare…

Il primo trimestre 2014 ha segnato un Pil del -0,1% per l’Italia. Se però andiamo a vedere i dati finali dell’Eurostat sulla crescita del Pil nel primo trimestre, emerge che gli Stati Uniti, pur avendo attuato forme di Quantitative easing, hanno registrato un -0,2%. Il Pil della Francia è fermo a quota zero, pur non avendo adottato misure di austerità, anzi con un deficit/Pil al 4,3%, cioè con 24 miliardi di deficit in più rispetto all’Italia. Nello stesso periodo il Pil dei Paesi Bassi è stato del -1,4%, la Finlandia del commissario Rehn -0,4%, la Svezia -0,1% come l’Italia, il Portogallo -0,7%. I dati di Grecia e Irlanda ancora non si conoscono, ma già nel quarto trimestre 2013 Dublino era arretrata del 2,3%.

 

(Pietro Vernizzi)

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