ALITALIA/ Così la trattativa “allarga” il buco nei conti

- int. Marco Ponti

Per MARCO PONTI, la trattativa è in salita per la forza sindacale di una categoria molto protetta. Prevalgono meccanismi clientelari che significano una forza contrattuale molto maggiore

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Immagine di archivio

“Stiamo lavorando bene, oggi il governo farà le sue ultime proposte, ma entro domani (oggi per chi legge, ndr) deve arrivare una risposta definitiva cosicché ognuno si assuma le proprie responsabilità. Non vedo perché non si debba arrivare a una soluzione positiva”. È la presa di posizione del ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, che ieri si è incontrato con i sindacati insieme al ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Lupi ha anche spiegato che “gli esuberi a oggi si sono ridotti a 980 rispetto ai 2251 iniziali”. Nel frattempo Etihad, secondo quanto scritto da Il Sole 24 Ore, nel suo piano industriale avrebbe chiesto alle banche un finanziamento da 300 milioni di euro. Abbiamo chiesto un commento a Marco Ponti, esperto di trasporti del Politecnico di Milano.

Che cosa ne pensa di queste indiscrezioni sulla richiesta di Etihad di un finanziamento da parte delle banche, che si aggunge alla istanza per cancellare parte dei debiti di Alitalia?

Ciò dipende innanzitutto dalla forza contrattuale dei due soggetti. Uno dei due, quello italiano, è tecnicamente fallito, e gli ultimi dati di Alitalia probabilmente sono la spiegazione di questa richiesta. Siccome la trattativa con Etihad si trascina ormai da sei mesi, i conti di Alitalia hanno aumentato molto il buco e quindi l’indebitamento è cresciuto. Rispetto alla nostra lettera d’intenti e al piano industriale iniziale, il fatto che le trattative siano andate così per le lunghe ha determinato un ulteriore ammanco di bilancio. Etihad vuole quindi ritornare al punto in cui è stata firmata la lettera. È peraltro una richiesta non irragionevole. Se lei fa l’offerta per comprare qualcosa e nel tempo che passa affinché si raggiunga l’accordo la situazione si deteriora molto, lei giustamente a quel punto chiede che si torni alle condizioni iniziali.

Perché secondo lei la trattativa si è protratta così a lungo?

Perché è una trattativa in salita e c’è una resistenza sindacale fortissima da parte di una categoria molto protetta, con legami politici molto saldi. Questa forza sindacale non viene dal sindacato stesso ma gli è stata data. Prevalgono dunque meccanismi clientelari che significano una forza contrattuale molto maggiore.

Per i sindacati sono azienda e governo a non fornire gli strumenti necessari per trovare un accordo…

Non dimentichiamoci che gli strumenti necessari per trovare un accordo richiedono l’impiego dei soldi dei contribuenti. L’unico strumento a disposizione del governo consiste nell’assorbire lavoratori in imprese pubbliche, per esempio costringendo Poste Italiane ad assumere personale di cui tutto lascia supporre che non abbia bisogno. Trovo quindi lodevole un minimo di resistenza da parte del governo. Come ha ribadito Renzi giovedì, non è sensato fare pagare ancora una volta ai contribuenti il costo di questa operazione. I lavoratori di Alitalia sono già molto privilegiati e il privilegio ha dei limiti. Altrimenti il governo si dovrebbe mobilitare anche per quanti raccolgono i pomodori in Puglia.

 

Come valuta il probabile utilizzo di ammortizzatori speciali per i lavoratori di Alitalia?

Mi limito a osservare che sono ancora soldi nostri, e che nel momento in cui sono usati per Alitalia non vanno a proteggere altri lavoratori più deboli. Dal momento che ci sono forti vincoli di bilancio, è chiaro che i soldi che vanno da una parte sicuramente non possono andare da un’altra. I lavoratori di Alitalia sono sicuramente in condizioni migliori di quelli delle piccole imprese private, di cui nessuno sa nulla e per cui nessuno manifesta un particolare interesse politico.

 

(Pietro Vernizzi)

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