GEO-FINANZA/ Il “declassamento” che mette in svendita l’Italia

- Paolo Raffone

Mentre l’Europa sembra divisa, il concreto pericolo è il definitivo declassamento dell’Italia a provincia di chi ne vorrà le spoglie. L’analisi di PAOLO RAFFONE

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Jean-Claude Juncker (Infophoto)

L’idea federalista europea, cioè gli Stati Uniti d’Europa, è stata accantonata dal presidente in pectore della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che rispondendo nelle audizioni del Parlamento europeo ha dichiarato: “Non sono un federalista e sono contrario agli Stati Uniti d’Europa. Inoltre, confermo che un commissario socialista avrà il portafoglio economico e monetario, ma voglio una commissione più equilibrata nella distribuzione di genere. Ai governi che mi presenteranno candidature femminili offro portafogli pesanti o la vicepresidenza. Quanto al rigore, si devono rispettare le regole e all’interno di esse ricercare gli spazi di flessibilità”.

A queste parole fanno eco quelle del governatore della Bce, Mario Draghi, che chiede alla Commissione di “ottenere dai governi una delega perché lo stesso metodo usato per le politiche fiscali (Fiscal compact, ndr) si applichi per le riforme strutturali Reform compact, ndr)”. In pratica, visto che i governi non sono capaci a fare le riforme strutturali – cioè quelle che toccano il costo del lavoro e l’applicazione del diritto (giustizia) – che nulla hanno a che fare con le chiacchiere sulle “governabilità” che sottendono le riforme costituzionali, allora che sia la Commissione a scriverle e a farle attuare. Francia e Italia sono state avvertite! Questa è una chiara precondizione posta da Draghi perché la Bce intervenga con “misure non convenzionali” nell’economia europea, per sostenere la crescita.

Dalla Cina, il cancelliere tedesco, Angela Merkel, che è in visita per un’intera settimana, lancia dichiarazioni pesantissime denunciando “le intrusioni degli Usa negli affari interni degli Stati membri dell’Ue” e non ha mancato di mandare un forte messaggio a Obama sulla “intollerabilità delle attività di spionaggio in Germania”. Il cancelliere si è dimostrato sensibile alle proposte cinesi – ma anche russe e brasiliane – di “riequilibrare il sistema monetario internazionale”, quindi aprendo senza equivoci all’uso dell’euro e di altre monete nel commercio internazionale. D’altra parte, proprio la Deutsche Borse ha aperto a Singapore una piattaforma finanziaria per il trading in yuan, la moneta cinese, che servirà sia per le transazioni che per la gestione dei derivati. Dalla Cina, il cancelliere volerà direttamente in Brasile per la finalissima calcistica, ma probabilmente per discutere anche di temi finanziari e monetari con il presidente Dilma Rousseff.

Intanto dal Lussemburgo si attende il verdetto della Corte di giustizia europea, dove i legali della City di Londra vorrebbero annullare la decisione della Bce in merito “alla necessaria residenza sul territorio dell’eurozona delle società abilitate a fare il clearing in monete e titoli denominati in euro”. La questione è di primaria importanza – ma è chiaramente occultata dal chiacchiericcio europeista sulle nomine e dalle “mongolfiere” renziane – perché è il riflesso giuridico dello scontro politico tra Angela Merkel e David Cameron. Sembra che l’orientamento sia di non concedere al Regno Unito il vantaggio di “guadagnare” sull’euro senza essere membro dell’eurozona.

Lo scontro è tra la Ch Clearnet Group Ltd., controllata dalla London stock exchange group Plc, e la Eurex clearing, che è controllata dalla Deutsche Boerse Ag. La Bce sostiene che “per ragioni di sicurezza le società di clearing quando trattano prodotti finanziari dell’eurozona devono essere garantite dalla liquidità della Bce”. In pratica, l’Eurotower non vuole che Londra si avvantaggi sulla gestione del “rilassamento monetario” (Qe) che la Bce potrebbe essere costretta a lanciare a breve. Infatti, la possibilità che la Bce intervenga in tal senso diventa urgente perché “la Fed americana ha annunciato che dal prossimo ottobre sospenderà l’acquisto di titoli di debito pubblico”.

A oggi, la Fed “rilassa la politica monetaria” con acquisti pari a circa 85 miliardi di dollari al mese. L’interruzione di questo ciclo, benché graduale, significherà l’immediato rialzo dei tassi di interesse americani che, senza un intervento della Bce, si tradurrà nell’esplosione del debito pubblico europeo, mettendo in pericolo la tenuta stessa dell’euro. La conseguenza di tale decisione della Corte europea si tradurrebbe in una spaccatura del mercato unico: l’eurozona (18 paesi) diventerebbe un’entità strutturalmente autonoma dal resto dell’Ue (28 paesi). La germanizzazione dell’eurozona sarebbe così ineluttabile.

A questo va aggiunto che dalla Russia arrivano segnali evidenti di un cambiamento di tattica di Putin riguardo all’Ucraina. In pratica, Putin ha risposto alle candide parole della Mogherini che “la Crimea è stato un atto di giustizia storica e non si discute più, mentre sul resto dell’Ucraina la Russia è aperta a soluzioni”. Ciò significa che nei limiti di tolleranza del sentimento nazionalista russo – cioè la necessità di salvare la faccia – Mosca ha abbandonato i “ribelli” al loro destino “europeo”. Una riedizione di quanto accadde nell’ex Jugoslavia quando la Russia abbandonò la “difesa” dei serbi delle Krajne croate e permise la creazione del nuovo Stato del Kosovo. D’altra parte, gli interessi della Russia restano fermi nella fornitura del gas all’Europa, e quindi lo swap è stato tra “ribelli ucraini” e “lo sblocco del South Stream”. Vedremo se la dolce ministra Mogherini riuscirà a portare a termine questo accordo.

Intanto, dal Medio Oriente arrivano notizie poco rassicuranti. Di un ipotetico governo libico dopo le elezioni sponsorizzate dall’Italia se ne riparlerà a Ramadam terminato, cioè a fine agosto. Nell’attesa, l’Islam radicale si riorganizza attraverso connessioni tra Hamas e Hezbollah che tentano di ridurre il danno che la “cauta e pragmatica politica iraniana” porta alla loro causa, oltre al danno della sconfitta egiziana dei Fratelli musulmani. Su tutto ciò si levano le bandiere nere dei militanti della ricca Isis che ha proclamato lo “Stato di tutti i Musulmani”, il Califfato.

Israele è tentato dalla soluzione finale, cioè, come ha detto Liberman, “un’azione di terra volta alla riconquista di Gaza e della West Bank” con l’espulsione dei palestinesi “radicali”. Ipotesi che sembra vicina alla concretezza, considerando il placet dell’Egitto di al-Sisi ma anche della Russia e degli Usa. Appare evidente che questi ultimi escono pesantemente ridimensionati nella loro influenza sugli affari mediorientali. D’altra parte, Hamas nacque nel 1987 proprio grazie allo scontro Est-Ovest, con il proposito di creare uno Stato islamico in Palestina. Ma oggi quel progetto è rappresentato da Al-Baghdadi che ha creato l’Isis.

L’Ue per ora gode ancora dei servizi della baronessa Ashton, paladina della difesa dei palestinesi e soprattutto di chi li usa e li manipola, Hamas e tutta la grande rete della jihad della spada mediorientale. C’è da sperare che la candida signora Seae in pectore si accorga presto che l’Europa è di fronte a una minaccia incipiente costituita da un islamismo nuovo e comunque violento che cerca un suo spazio egemonico, mentre gli Usa se ne vanno dal Grande Medio Oriente e la Nuova Russia di Putin costruisce lentamente la sua Eurasia, di cui il vecchio Medio Oriente della Guerra fredda è una periferia.

In conclusione, per ora l’Europa è un pasticcio nel quale si scontrano oligarchie inconciliabili che potremmo riassumere tra quella germanica che è nazional-globalista e quella anglo-americana che è globalista-postnazionale. Lo stesso scontro, a ben vedere, esiste anche all’interno degli Usa tra le oligarchie neocon che sono convinte del dollaro-centrismo a tutti i costi e quelle liberal che propongono un neoisolazionismo collaborativo.

In questo quadro l’Italia discetta di “riforme” e di “flessibilità”, i due mantra renziani. Il concreto pericolo è il definitivo declassamento dell’Italia a provincia di chi ne vorrà le spoglie. 

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